GIGI PASETTI, UNA CARRIERA IMMENSA E UNA VITA PER LA SPAL CON ESPERIENZA E UMILTA’

Luigi Pasetti, classe ’45. Una delle bandiere della Spal. Vorremmo conoscere meglio l’uomo Pasetti.
“Beh, ho paura che ormai qui sia arrivato il nonno Pasetti”.

Un nonno di lusso allora. Lei è veramente una bandiera di questa società. Ha giocato in Serie A, insieme a nomi come Capello e Reja sotto la presidenza di Mazza oltre ad aver militato in altri grandi club come la Juventus, il Palermo e aver vestito pure la maglia della Nazionale.
“Penso che quello che mi lega di più alla società, oltre a quello che ha appena citato, è il tempo che ho passato qui dentro. Sono arrivato nel 1960. Me ne sono andato nel 1997 per poi tornare. Sono quarantuno anni che sono qui. Quarantuno anni di Spal”.

Una vita praticamente. E’ una grande passione, la sua.
“Sì, per me è proprio una passione. Ho iniziato nelle giovanili che avevo quindici anni e sono contento di essere ancora qui. Anche quando ero via ho sempre voluto lavorare qua a Ferrara”.

Che ambiente era la Spal ai suoi tempi?
“All’epoca il calcio era una cosa diversa da quella che è oggi, e non parlo solo del gioco. La Spal come società era un ambiente molto bello. Ti sentivi quasi in famiglia. Un posto dove si cercava di creare dei giocatori buoni più che altro per sopravvivere. Per cercare la tranquillità e offrire buon calcio alla città. Questa era la Spal quando arrivai. Con l’entusiasmo, però, e con la bravura e la lungimiranza del presidente Mazza le cose cambiarono. E iniziammo a crescere”.

Che persona era il presidente Mazza?
“Era un uomo che ha sempre visto più avanti degli altri. Di lui molti dicono che era un burbero. Io non sono d’accordo. Certo, aveva un bel caratterino. Prendeva decisioni e, diciamolo, voleva fare lui la formazione per la domenica. Ma era una persona con cui si poteva parlare. Io, in tutti gli anni che ho passato con lui, non sono mai stato sgridato, ad esempio. Nonostante io fossi ferrarese. E si diceva che lui non vedeva di buon occhio i ferraresi. Un altro mito da sfatare, evidentemente. Era una persona di cui avevo e ho una stima enorme. Come uomo e come presidente”.

C’è un aneddoto che può raccontarci?
“L’aneddoto ce l’ho ancora sullo stomaco. Credo fosse il 1968. Capello era appena andato a giocare a Roma e io ero convocato in Nazionale per fare un torneo in Inghilterra, per essere osservato come probabile olimpionico. Il presidente mi convocò nel suo ufficio e mi disse: “Ci sono Bologna e Fiorentina che ti vogliono. Però mi anat vend brisa. Non ti vendo. Vediamo il prossimo anno. Adesso vai con la Nazionale, quando torni parliamo del tuo compenso”. Compensi che all’epoca erano abbastanza relativi. Al mio ritorno, dopo il torneo inglese e dopo aver vinto con gli azzurri i Giochi del Mediterraneo, e a campionato ormai iniziato, mi richiamò: “Gigi; sa vot?” mi chiese riferendosi al mio stipendio. Sul momento non seppi cosa dire e risposi a occhio che volevo sette milioni. “Firma!” rispose subito lui. Mi pentii immediatamente dopo, con parole che non ripeto. Mazza, era risaputo, era uno che quando si parlava di soldi andava in tasca col gomito, e stroncava qualunque proposta poco più che onesta. Forse allora potevo chiedergli di più visto il mio momento molto buono e le varie richieste, ma mi feci intimidire un po’ da questa sua fama e dalle circostanze. Credo che quel giorno il presidente abbia fatto un buon affare. Un’altra storiella simpatica è di quando andai alla Juventus. Lui mi disse: “A to vendù alla Juventus”. Io gli dissi: “Beh, mi darà qualcosa…”. “Sì, dil bot!” rispose lui. Questo per dire che era anche un uomo di spirito, oltre che un bravo professionista. Io l’ho sempre ritenuto un grande uomo. Infatti quando è stato un po’ tagliato fuori mi è abbastanza dispiaciuto. Basti guardare quello che ha messo in piedi, quello che ha costruito, per capire l’importanza del suo lavoro qui a Ferrara. Quindi non meritava quello che gli è stato fatto. Ma i tempi erano già un po’ cambiati e forse non erano adatti per uno come lui”.

E della dirigenza di oggi cosa pensa?
“Penso che sia una buona dirigenza. Quest’anno, per esempio, credo che la parola giusta per descrivere il progetto che è stato avviato sia “trasparenza”. Nel senso che le cose sono state fatte all’altezza dei nostri mezzi. Ma comunque con una certa oculatezza e intelligenza. Tutti i ragazzi arrivati vengono da piazze importanti e sono stati scelti con attenzione. E mi pare che si stiano comportando bene. Si è cercato di dire alla gente: “Questo è quello che possiamo fare; vediamo cosa salta fuori”. Mi sembrano caratteristiche di una buona dirigenza, che possono dare credibilità alla società e alla squadra. E credo che questo sia stato recepito dalla gente, vedendo anche l’ottimo andamento della campagna abbonamenti”.

Cosa ci racconta di Capello e Reja, forse i suoi colleghi più famosi oggi.
“Beh, si era amici. E si facevano le cose da amici. Una delle abitudini che avevamo e che ricordo con più piacere è che dopo essere andati al campo a segnare la presenza invece di andare subito in sede, che all’epoca era in via Romei, si andava tutti insieme al Postiglione a bere un bicchiere di bianco. Per farsi una risata. Fabio è emerso come allenatore oltre che come giocatore. Ha sempre avuto una grande personalità e sapeva sempre quello che diceva e perché. Una persona molto determinata. Voleva diventare allenatore, si vedeva, e si è fatto tutta la trafila necessaria. Manager alla Mediolanum, allenatore della Primavera, responsabile del settore giovanile e poi è partito come Ct ed è arrivato ai massimi livelli. Con Reja invece giocai ancora qualche anno a Palermo dopo la Spal. Lui è sempre stato una persona molto equilibrata. Una bravissima persona, molto a modo, ma anche molto poco diplomatica. Una caratteristica che gli ha creato qualche problema nelle società dove ha lavorato. Anche recentemente alla Lazio. Questo però non toglie che sia un grande allenatore. Anche lui, come Fabio, merita veramente tutto quello che è riuscito a conquistarsi”.

Quali sono le emozioni più belle che ricorda?
“In giro per le squadre in cui sono stato ho avuto delle bellissime esperienze. Ad esempio alla Juventus ricordo ancora la trasferta a New York per giocare un’amichevole allo Yankee Stadium contro il Barcellona… un’occasione unica. Però le soddisfazioni più grandi credo proprio di averle avute alla Spal. Sono stato l’allenatore in seconda di Gibì Fabbri. Un grande allenatore e un grande uomo. C’ero con la promozione dalla C2 alla C1. Ho vinto il campionato Nazionale con i giovanissimi (quasi tutti ragazzi di Ferrara tra l’altro). Queste sono tutte cose che ricordo con gioia. Grandi soddisfazioni. L’episodio più bello però è stato quando ancora giocavo, nell’anno in cui la Spal fu promossa in serie A. Arrivammo secondi in serie B, l’ultima giornata perdemmo a Potenza. Però al nostro ritorno a Ferrara ad aspettarci in stazione c’erano circa tre o quattro mila persone. Tutte lì per accoglierci ed applaudirci. Ho visto una città che veramente amava la sua squadra. E’ sicuramente il ricordo più bello che ho”.

Qual è stata invece l’esperienza che le ha dato di più professionalmente?
“Penso siano stati gli anni al Milan. Avevo la carica di coordinatore degli allenatori. É stato bellissimo perché oltre a coordinare gli allenatori dei Giovanissimi avevo la possibilità di andare a Milanello per seguire la Primavera del Milan, dando una mano a Tassotti. Ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare con gente di certo livello. Baresi, per dirne uno. Questo, per quanto riguarda la mia carriera di dirigente e allenatore. Per la mia carriera di giocatore invece, sicuramente le esperienze con la Nazionale Italiana. Nella under 23 giocavo con gente del calibro di Riva, Anastasi, Savoldi e molti altri. Veramente dei grandi campioni, ed io ero il loro capitano. Un grande onore”.

Veniamo ai ruoli che lei ricopre oggi. Lavora con i Giovanissimi. Qual è la situazione dei settori giovanili in Italia?
“Per i settori giovanili servono continuità e direttive unitarie. Una maggiore programmazione insomma. Il futuro del calcio italiano, sia per quanto riguarda i club sia per la Nazionale è  nell’organizzazione dei settori giovanili. Può sembrare una banalità, ma è così. Io credo che la Federazione abbia una grossa responsabilità in questo. Servono direttive forti, mirate. Per creare una base solida. E bisognerebbe poi controllare che le società si attengano a queste direttive nella gestione dei settori giovanili, per evitare che vadano ognuna per suo conto, come accade oggi. Quindi obiettivi specifici e responsabili operativi e presenti sul territorio, per controllare e aiutare le società. In questo modo si può cercare di creare una direzione unitaria verso cui andare tutti, e dare quindi nuovo slancio al calcio italiano. Tutto questo deve partire dall’inizio. Dai Pulcini. Dal primo approdo del bambino al calcio. La Germania e la Bulgaria hanno iniziato anni fa un discorso di questo genere, e oggi stanno raccogliendo i frutti. La nazionale tedesca fatta di ventenni che ha stupito negli ultimi mondiali l’hanno vista tutti. E’ il frutto di un grande progetto. E’ questa la strada”.

Come dovrebbe lavorare una scuola calcio allora?
“Io ho iniziato a far parte di una vera squadra a quindici anni. Si può tranquillamente dire che sono un autodidatta. Gli anni prima li ho passati nel campetto vicino a casa mia a giocare. Giocare e basta. Per ore e ore, con i miei amici. Divertendomi come un matto. Questo ha comportato due cose: prima di tutto è nata la mia passione per il calcio, legando fin da piccolo emozioni positive a questo gioco. In secondo luogo mi ha permesso di imparare nel modo secondo me migliore, cioè con la pratica. Oggi questo non è più possibile, forse. Le scuole hanno orari più lunghi. I genitori sono un po’ più apprensivi. Crescere nei campetti ormai sembra una cosa superata. Però ritengo che sia ancora una cosa sana, e credo che questa attività dovrebbe essere raccolta dalle scuole calcio. Quindi la mia scuola ideale insegna il calcio facendo giocare i ragazzi, facendoli divertire. Facendo poca pressione. Insegnando pochi concetti calcistici ogni anno, ma facendoli molto bene e passandoli ai ragazzi con la pratica. Credo che con questo sistema, negli anni che passano alle giovanili, si possano veder fiorire, è il caso di dirlo, ragazzi bravi tecnicamente e appassionati a questo sport, che è tutto quello che serve. Un’altra cosa che mi piacerebbe vedere nei settori giovanili forse è un po’ meno presunzione da parte degli istruttori. Lo so che anche io faccio parte della categoria, però è così. A volte c’è chi pensa di sapere un po’ tutto, e invece io credo che bisogna sempre accettare la possibilità che ci sia un altro modo di fare le cose, un altro modo di vedere le situazioni. Mettersi un po’ in discussione insomma, perché magari non si ha sempre ragione”.

Come procede il lavoro con le giovanissime leve della Spal?
“Noi oggi purtroppo subiamo una certa carenza di spazi e di infrastrutture. Abbiamo diverse squadre che avrebbero bisogno di allenarsi più volte alla settimana, e purtroppo siamo limitati dai pochi campi. Eppure anche qui ci sono esempi di squadre che investendo su infrastrutture e settore giovanile sono arrivate in alto. Come il Novara, che ha iniziato costruendo la cittadella dello sport, e con un lavoro lungo anni è approdata in serie A. Anche la Cremonese ha recentemente inaugurato un nuovo centro sportivo. Non parliamo poi del Barcellona. Tutte testimonianze che mostrano come per arrivare ai massimo livelli serve una base solida, fatta di stabilità finanziaria e di buona dirigenza. Ma servono anche infrastrutture adeguate, investimenti e attenzione al vivaio. Ferrara è una piazza che merita di arrivare ai livelli più alti, e mi pare chi si sia iniziato un progetto che nel tempo porterà frutti. Ma bisogna comunque cercare investire in ciò che ho appena spiegato, e credo che questi siano gli anni giusti per farlo”.

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