CAPITAN CAROTTI, INTELLETTUALE E PENSATORE DELLA MEDIANA PAVESE, TRACCIA LA STRADA VERSO LA SALVEZZA: DOBBIAMO SOLO VINCERE. DELLA SPAL TEMO LA CAPACITA’ DI SOFFRIRE E ARMA

Lorenzo Carotti, ventisette anni compiuti a gennaio. Uno sguardo veloce alla carriera: inizi nella Spes a Jesi dove sei nato, poi ti trasferisci a Parma e nell’ordine trovi come allenatori Ballardini e Prandelli a leggerti il “bugiardino” per diventare un vero calciatore. Da lì Como, tre anni a Cremona di cui uno in B (con Roselli allenatore) ma con due finali di playoff perse, un mancato trasferimento all’Udinese e poi il Pavia. Sei alla tua seconda stagione in riva all’Alzaia, la prima però con la fascia da capitano sul braccio…
“Sì, a grandi linee la storia è questa. Le giovanili a Parma sono state importantissime: avevo diciassette anni quando mi allenavo con la prima squadra e l’allenatore era, appunto, Cesare Prandelli. Un uomo, prima di essere un professionista, incredibile. E’ così come lo vediamo dalla televisione. Di lui mi colpì la sensibilità e la capacità innata di sapersi relazionare al gruppo e ai ragazzi più giovani. Per lui non esistevano distinzioni, eravamo tutti importanti, tutti sullo stesso piano. Lì ho iniziato a mettere insieme i pezzi per diventare un giocatore vero, un professionista. Poi, dopo la stagione a Como c’è stata la storia mancata con l’Udinese. Un qualcosa che ancora oggi a parlarne mi rende inquieto. A Cremona sono stato benissimo, ho vissuto anni importanti della mia carriera, sono rimasto legato all’ambiente e ai colori come è inevitabile che sia: ho esordito in B con quella maglia, ho giocato oltre cento partite, non sono cose da poco. Eppure, fui a un passo dal trasferimento all’Udinese che poi mi avrebbe girato in prestito al Messina in A, ma la dirigenza sparò cifre fuori mercato pur di tenermi. Ci rimasi male. Ancora oggi quando ci penso mi viene il nervoso. Ma non perché credo che mi abbiano fatto perdere un treno importante: in fondo ho avuto altre stagioni e altre possibilità davanti a me per meritarmela, eventualmente, la categoria superiore e per mettermi luce. Se oggi sono qui vuol dire che merito di stare qui. Che valgo la C. Non ne faccio una questione di traguardi e obiettivi mancati. Ma non ho mai capito quell’ostracismo verso un ragazzo di vent’anni appena. Ad ogni modo è un capitolo chiuso e ormai lontano. Guardiamo avanti. A domenica precisamente”.

Prima di parlare della partita finiamo il discorso che ti riguarda come calciatore: cominci attaccante, indossi addirittura la dieci e di te i tuoi compagni raccontano di un giocatore dotato di una tecnica sopraffina con un sinistro vellutato nei lanci e velenoso nei tiri dalla distanza. E la vittoria di Vercelli in questo campionato ha visto porre la tua firma con una prodigiosa ciliegina finita all’incrocio dei pali che ha rispolverato la tecnica di questo passato da goleador.
“Con gli anni ho trovato la mia identità giocando in mezzo al campo, anche perché più sali le categorie più ti accorgi di quanti giocatori siano più bravi di quanto pensavi tu di esserlo prima di incontrarli. A Vercelli è stato meraviglioso, una serata che ricordiamo tutti con grande gioia per aver fatto un colpaccio sul campo di una squadra che sul sintetico agli altri aveva sempre lasciato le briciole. Quei tre punti ci hanno dato la spinta finale per crederci ancora di più”.

Vediamo di definirti come centrocampista: anima e costruttore del Pavia. Va bene?
“Sono gli altri che devono parlare di me. Ma ammetto che molto spesso me lo sono chiesto anche io che centrocampista sono. Va a periodi. A ispirazione. Come nella vita di tutti i giorni. Non siamo mai gli stessi pur lavorando per trovare un nostro equilibrio, una nostra identità. In campo va più o meno così. Non c’è un Carotti uguale allo stesso Carotti tutte le domeniche”.

Eccoci arrivati alla “madre” di tutte le partite. Domenica prossima si affronteranno due squadre che, a dirla tutta, visto lo stato invidiabile di forma e i punti conquistati negli ultimi due mesi, avrebbero dato fastidio anche alle battistrada in questo momento. Sei d’accordo?

“Indubbiamente è la partita più importante di tutto l’anno. E’ vero quello che dici ma, parlo per noi visto che la Spal se non fosse stata penalizzata di otto punti oggi sarebbe già in vacanza e con merito, se siamo ai playout qualcosina di nostro, in negativo, ce la dobbiamo pur aver messo. Non sei mai davanti o dietro per caso. Siamo però stati bravissimi a uscire con la forza incredibile che ha questo gruppo da un girone di andata a dir poco disastroso mettendo in fila una serie di risultati utili che hanno fatto invidia a molti. Ma il risultato alla fine è quello che conta e per due settimane dobbiamo dimenticarci quello che abbiamo fatto di buono e concentrarci solo sulla sfida contro i biancazzurri. Mancano centottanta minuti e noi, tra le altre cose, abbiamo un solo risultato a disposizione, la vittoria”.

A Ferrara, a ottobre, fu un massacro: un 4 a 0 senza attenuanti. Un girone dopo, a Pavia, un 1 a 0 che diede il là alla vostra incredibile rimonta.
“A Ferrara praticamente non scendemmo neanche in campo. Non c’eravamo, né con la testa, né con le gambe. Non era un bel periodo e uno peggiore ne sarebbe arrivato di lì a poco (due punti in dodici gare n.d.r): era già iniziato a piovere ma la tempesta ce l’avevamo sopra la testa senza che neanche ce ne accorgessimo. A febbraio eravamo ancora convalescenti: arrivavamo da due pareggi, ma l’allenatore aveva già capito dove incidere maggiormente, ci mancava solo la vittoria per sbloccarci. E arrivò. A pochi secondi dal novantesimo. Firmata da Cesca. Capimmo di essere arrivati in cima alla montagna. Eravamo pronti per la discesa”.

Come definiresti il periodo che vi ha visto perdere dodici delle quattordici gare successive alla gara del “Mazza”
“Il caos. Ma a volte serve. Per conoscersi meglio. Come gruppo e come individui. Ognuno di noi porterà questa esperienza ovunque andrà nel suo percorso professionale, ma credo si possa tranquillamente trasporre anche nella vita di tutti i giorni. Avremmo potuto mollare. Disunirci. Lasciarci andare. E invece ci siamo riscoperti uniti più che mai nella disperazione. Non ci credeva nessuno. Probabilmente neanche noi. Ma la vita è bella per questo. Con la logica, con un assetto tattico definito e un allenatore che ha toccato le corde giuste dandoci equilibrio, siamo tornati in corsa”.

Non sei il più anziano del gruppo ma sei comunque tra i più esperti della squadra insieme a Gheller, Fissore e Fasano. Eppure, in estate, la società ha scelto di affidare a te il compito di rappresentarla sul campo. Come capitano cosa dirai ai tuoi compagni domenica?
“Niente di particolare. Esistono tanti linguaggi per esprimere la positività in un gruppo: c’è quello della parola e c’è quello del lavoro. Io mi baso su quest’ultimo, mentre magari Fasano si esprime di più a parole. E’ bello e giusto così, ci integriamo tra di noi, tutti hanno portato qualcosa di sé in questa squadra”.

Della Spal cosa temi di più?
“L’incredibile capacità di soffrire, una cosa che ci accomuna molto, anche se per motivi diversi. Otto punti di penalizzazione, vittorie sul campo vanificate da problemi di gestione e mancanze salite alla ribalta su tutti i media ma, nonostante tutto, andare in campo la domenica e dare non il massimo ma ancora di più. Questo fa onore a tutta la rosa della Spal. E mi fa paura. Perché so che dietro tanta sofferenza c’è un’energia disumana che non aspetta che di esplodere. Ecco, noi siamo come voi. Siamo stati imbottigliati, tenuti repressi come in una pentola a pressione per tutto il girone d’andata. Poi siamo esplosi, è arrivato mister Roselli che ho ritrovato quattro anni dopo l’esperienza di Cremona e sono arrivati anche i risultati. Un caso? Forse. Ma quel giorno qualcosa cambiò. Il primo segnale, quello che non si scorda mai, fu contro di voi a febbraio, ovviamente, a dieci secondi dal fischio finale. Il più importante a Lumezzane contro una squadra che era al dentro o fuori: se fosse riuscita a vincere probabilmente avrebbe centrato i playoff. A loro rovinammo la festa. Ma ne regalammo una a noi, una di quelle indimenticabili: abbiamo capito lì che il Pavia poteva fare il miracolo. Ci siamo guardati in faccia, abbiamo capito che non saremmo andati lontano senza la calma e la pazienza. Eravamo consapevoli di aver incanalato la rabbia repressa lungo i binari giusti. Eravamo sempre in coda al gruppo, ma avevamo preso coscienza che da lì in poi avremmo potuto giocarcela contro chiunque ad armi pari. Sul piano tecnico forse no, ma su quello della testa, delle convinzioni, della concentrazione, della voglia, beh… non eravamo e non siamo secondi a nessuno. Sarebbe bello se bastasse solo questo per salvare la categoria, eh? Ma ci sono altre variabili che incideranno. La più importante? Che l’avversario sappia riconoscere alla perfezione i tuoi punti deboli. E lo può fare solo se ha fatto lo stesso percorso che hai avuto tu. E la Spal, purtroppo per noi, lo ha fatto come dicevo. Per questo continuo a ripetermi che sarà una sfida bellissima ma contro l’avversario peggiore del lotto. Vediamo chi delle due arriverà con più energia repressa ancora da spendere sul campo”.

Il primo nome che hai cerchiato con la matita rossa nella pagina dedicata alla rosa degli avversari ferraresi.
“Arma ma direi che è riduttivo e offensivo verso una squadra che, ripeto, sarebbe già salva senza i problemi noti. E’ un gruppo vincente. Giovani e più esperti hanno portato alla ribalta il gioco del calcio nell’aspetto più nobile del terminie, fatto di etica, valori e professionismo. Visti i tempi che corrono non è poco. Ma noi non siamo da meno anche se sta agli altri farci i complimenti. Della rosa biancazzurra conosco bene Agnelli che è stato con me al mondiale Under 20 nel 2005”.

Non è mai bello fare dei distinguo ma in questo caso facciamo un’eccezione: su chi scommetteresti per un prossimo e raggiante futuro tra i tuoi compagni di squadra?
“Sicuramente Falco. E’ un giocatore straordinario. Avrà sbagliato due partite in tutto il campionato ed è al suo primo campionato da professionista. Ha segnato otto reti e con Marchi è il capocannoniere della squadra. Di solito, chi arriva dal settore giovanile, anche quando è bravo, deve sempre pagare lo scotto del noviziato. Ma lui no. E’ diverso. E’ fantastico. Ha piedi impossibili da decifrare, ha classe, grinta, vede la porta. Gli puoi dare il pallone nella maniera più goffa e sbagliata del mondo ma lui sa sempre cosa farne, inventa assist tra linee di campo che ai comuni mortali sono invisibili. Arriverà lontano e in B sicuramente l’anno prossimo farà la differenza. Vedrete”.

Oltre il calcio c’è di più: appassionato non solo di letteratura classica, tanto che ti hanno affibbiato il soprannome di “pensatore”, ma anche di poesia, filosofia, musica, tanto che suoni anche la chitarra nel tempo libero. Come trascorri, allenamenti a parte, queste giornate in vista di domenica?
“In questo momento la mia mente è alla partita con la Spal. Voglio stare sereno e tranquillo, la testa è solo lì, non ho voglia di pensare a niente. Perché devi sapere che leggere Dostojevski mi lascia sempre interdetto. Ho bisogno di tempo, anche di due o tre settimane per metabolizzarlo del tutto. E solo dopo che è trascorso questo periodo riesco a tuffarmi a capofitto su un altro testo. E’ difficile da affrontare ma è il mio autore preferito per eccellenza”. 

Perché?
“Perché riesce a buttarti addosso tutto quello che c’è di umano nella vita, come la sofferenza: non hai risposte tra le righe che leggi, o meglio, dalle sue parole si evince che tutti hanno ragione o nessuno a seconda dei punti di vista. Che non c’è una risposta, alla fine, a niente. In lui prende vita tutto l’ateismo nel senso più generale del termine e non nella solita accezione religiosa”.

Dove e come è nato il Carotti “pensatore”?
“Non so, per me è strano essere considerato particolare solo perché coltivo passioni che, si dice, siano inusuali tra la maggior parte dei calciatori. Sono stato abituato così dai miei genitori e poi mio fratello è laureato in filosofia. Probabilmente qualcosina di suo ho preso, diciamo che è un vizio di famiglia (ride)”.

Passami la battuta: peggio svegliarsi con l’idea di dover incrociare Arma alla domenica o affrontare “L’Adolescente” di Dostojevski sul comodino prima di andare a dormire alla sera?
“Non sono scaramantico e ti dico Arma!”.

Tra i tuoi hobby c’è anche il cinema: questo match che pellicola ti ricorda?
“Senza dubbio “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, con l’episodio clou della partita a scacchi sulla spiaggia tra il nobile cavaliere Antonius e la Morte che se ne stava lì ad aspettarlo di ritorno dalle Crociate per portarselo via”.

Come ben sai alla fine della sfida è la Morte a uscirne vincente e per chi non lo sapesse Antonius fece cadere intenzionalmente tutti i pezzi dalla scacchiera con il braccio e la Morte li prese e li risistemò a modo suo pur di portare a casa la partita. Cosa vuoi dire?
“Torniamo al punto di partenza. Ho perso due finali playoff con la Cremonese quando eravamo nettamente superiori. Ci sono variabili incontrollabili che fanno parte del gioco e a cui non ti puoi sottrarre. Noi, contro il Cittadella, segnammo un gol validissimo al novantesimo. Ce lo annullarono e la B sfumò. C’è voluto tempo per metabolizzare. Perché è farlo nella maniera giusta la cosa più difficile”.

Insomma se ho capito bene la Morte sarebbe il Pavia e la Spal il nobile e glorioso cavaliere Antonius sconfitto beffardamente. Come a dire il coltello dalla parte del manico ce l’avete voi ma dovete stare attenti a non farvi male mentre lo usate.
“Eh, dipende da chi parte favorito, no? (ride)”.

 

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