Giovanissimi Nazionali pronti al debutto, Rambaldi: Entusiasmo e spirito di sacrificio i nostri pilastri

Che Sergio Rambaldi, tecnico dei Giovanissimi Nazionali della SPAL, sia un tipo a cui piacciono la concretezza e il lavoro sporco si capisce fin dal primo approccio, prima di un allenamento della sua selezione. Mentre su via Copparo splende alto il sole delle due del pomeriggio l’allenatore è l’unica figura umana distinguibile su uno dei quattro campi del centro d’addestramento voluto da Paolo Mazza. Ovviamente con la divisa di ordinanza: maglia da allenamento, calzoncini e fischietto assicurato a un cordone temporaneamente annodato alla mano destra. Una volta predisposto il terreno di gioco per le esercitazioni previste, non resta che attendere l’arrivo dei ragazzi: è in questo spazio di tempo che Rambaldi si concede una breve pausa, snocciolando le sue considerazioni personali sull’ormai imminente prima di campionato contro il Modena, in programma a Masi Torello alle ore 11 di domenica.

Mister, domani debuttate in campionato dopo neanche un mese di preparazione e c’è subito un avversario tosto, il Modena.
“Già, sarà immediatamente un banco di prova significativo per capire il nostro potenziale e sappiamo che quest’anno non avremo partite facili. Il Modena è un’ottima squadra con una buona tradizione di settore giovanile, quindi dovremo offrire il meglio per ottenere un risultato positivo”.

Quest’anno i risultati conteranno di più: i piazzamenti nei campionati giovanili determineranno i contributi alle società. Alla SPAL quali obiettivi vi siete posti per la selezione Giovanissimi?
“Prima di tutto da parte nostra c’è l’intenzione di dimostrare che possiamo stare tra i professionisti, a prescindere dalla collocazione della prima squadra. Per il resto ci siamo dati l’obiettivo di far crescere questi ragazzi: più crescono, migliori di conseguenza saranno i risultati. Perché se i ragazzi non fanno progressi ha poca importanza vincere”.

Il fatto che i piazzamenti quest’anno fruttino benefici economici alle società non rischia di incoraggiare gli allenatori a esasperare l’atteggiamento tattico della palla lunga e pedalare?
“Mi auguro di no, di sicuro questo non sarà il nostro approccio. Per noi la priorità sarà quella di dare il massimo e cercare sempre il bel gioco, anche a costo di non cogliere sempre i tre punti. Poi una volta partiti fisseremo degli obiettivi in itinere, perché quelli aiutano ad alimentare gli stimoli dei ragazzi”.

Il pre-campionato che indicazioni le ha dato?
“Iniziare tardi ovviamente ha influito, abbiamo alternato buone cose ad altre meno buone. E’ fisiologico in questo contesto e dobbiamo senz’altro migliorare, quello dei tempi stretti non deve comunque rappresentare un alibi”.

Su quale fronte in particolare la squadra dovrebbe migliorare?
“Questo sarà il campo a dircelo con certezza, gli avversari sono lì anche per questo. L’importante è essere consapevoli di dover lavorare di settimana in settimana per affinare i meccanismi”.

La squadra è stata assemblata unendo blocchi di diversa provenienza: questo ha costituito un problema?
“No, non direi, perché ho trovato la massima disponibilità da parte dei ragazzi. Si sono messi al lavoro senza problemi fin dal primo giorno. Le partite ci aiuteranno a cementare sempre di più l’intesa e lo spirito di squadra”.

L’età dei suoi ragazzi – tra i quindici e i sedici anni – è tra le più delicate: è difficile gestire un gruppo del genere?
“Ma no, non più di qualsiasi altro gruppo di giocatori. E’ ovvio che ci sono sempre pro e contro e bisogna fare attenzione a capire pregi e difetti di ciascuno. Da questo punto di vista costruire un rapporto di fiducia chiaro aiuta a favorire un dialogo”.

Capita sempre più spesso di sentire allenatori lamentarsi della superficialità dei giovani calciatori di oggi e della scarsa propensione al sacrificio. E’ d’accordo? E come si può contrastare simili atteggiamenti negativi?
“Sono solo parzialmente d’accordo, nel senso che io non ho questo problema con il gruppo a mia disposizione. In ogni caso i ragazzi devono essere consapevoli di doversi sacrificare sul lungo termine per poter stare in questo ambiente e fare progressi. Non bastano dieci giorni di allenamento fatto bene per sentirsi arrivati. Ci vuole l’umiltà giusta per mettersi a disposizione del gruppo e trovare la propria dimensione di giocatore”.

Da questo punto di vista i suoi giocatori hanno trovato un modello, lei è noto per essere uno stakanovista.
“E’ vero, credo molto nella cultura del lavoro e del sacrificio. Penso sia l’unica strada per formarsi correttamente in questo mondo”.

Tatticamente invece quale impostazione predilige?
“Per il momento ci schieriamo con il 4321. A livello di Giovanissimi la società non ha posto vincoli tattici, quindi possiamo sperimentare”.

Ci si lamenta spesso della declinante tradizione difensiva italiana: questo richiede un impegno extra o è un falso problema?
“Credo semplicemente sia cambiato il concetto di difesa: un tempo era fondamentale formare individualmente i difensori, ora l’accento è posto maggiormente sulla capacità del singolo giocatore a stare in un sistema difensivo. E a sua volta il reparto arretrato deve ragionare come un blocco di un sistema più ampio, ovvero la squadra. Sta qui la sfida, ed è chiaro i successi partono sempre da una buona difesa nonostante l’accento continuo sugli attacchi”.

Prima di lasciarla, una domanda è d’obbligo: chiamarsi SPAL implica delle pressioni in più?
“E’ chiaro che tutto sembra più grande e importante, ma sono anche dell’idea che una volta entrati in campo questi pensieri finiscano in secondo piano. Rappresentiamo un’intera città e ne siamo coscienti, per cui servirà molto impegno. Dovremo essere bravi a unire entusiasmo e sacrificio: se ci riusciremo sarà una stagione ricca di soddisfazioni”.

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