Alessandro Infanti, da Cento a Ferrara passando per la serie A: La mia versatilità al servizio della squadra

Alessandro Infanti è uno dei pezzi pregiati del mercato estivo della Mobyt: friulano di Latisana e con una solida gavetta alle spalle, può vantare trascorsi di primissimo livello nella massima serie con la canotta verde di Avellino. Giunto all’età della piena maturità atletica e psicologica, e a sette anni dal primo incontro con coach Furlani – in quel di Cento – Infanti è tornato a lavorare con l’allenatore ferrarese per imporsi definitivamente dopo una discesa fino alla C1. Lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio e annotare le sue impressioni dopo il primo mese in casa Mobyt.

Alessandro, ci racconti brevemente qual è stata la tua carriera fino ad oggi?
“Ho iniziato nei vari paesini in Friuli, ma mai in settori giovanili importanti. Poi un procuratore è venuto a cercare dei giovani ed è stato fatto il mio nome: sono partito per Palestrino in B2, poi Castelletto Ticino in B1 e a diciannove anni sono stato eletto il miglior under 20 del campionato che abbiamo vinto. Mi ha preso Fabriano in A2, permettendomi di completare una scalata molto veloce appena uscito di casa. Poi ho fatto un anno in B1 a Cento perché non avevo molto spazio. Avevo ventun’anni anni e in quella esperienza ho conosciuto coach Furlani. Quindi ho fatto due anni a Pistoia sempre in A2 che mi permesso di salire ulteriormente fino alla A1 ad Avellino. Successivamente sono insorti problemi con le squadre che non avevano soldi a causa della crisi economica. Così l’anno scorso ho deciso di andare a giocare in C1, a Montichiari. È stata un’esperienza che ci ha permesso di vincere sia campionato che Coppa Italia”.

Hai notato particolari differenze nei passaggi di categoria?
“Fa un effetto strano: in A1 ho fatto delle partite in cui ho segnato anche 20 punti. Quindi ho pensato che scendendo di categoria avrei potuto dominare. Invece le prime partite me le ricorderò per tutta la vita ma per il motivo opposto: cinqe falli, cinque falli e ancora cinque falli… quasi non riuscivo a giocare! Poi entri nel meccanismo e capisci che la differenza maggiore risiede nella velocità. Io giocavo ad una velocità superiore, ma questo comportava commettere troppi falli stupidi. Devi cercare il ritmo che c’è nella categoria. Ogni categoria ha i suoi ritmi, se non vuoi andare fuori fase, anche negli schemi e nei movimenti offensivi, devi fare tua la velocità giusta”.

Ma perché la scorsa stagione hai scelto proprio la C1?
“Il mio procuratore voleva assolutamente la Serie A1 o A2, ma ci sono state una serie di condizioni sfavorevoli tra la crisi e l’aumento delle quote degli stranieri e non si è mosso niente. Così ho deciso di andare in una realtà tranquilla vicina a Brescia, dove stavano allestendo una bellissima squadra. Adesso ho deciso di rimettermi subito in gioco a Ferrara in A2”.

E cosa ti ha convinto nell’abbracciare il progetto?
“Intanto avevo voglia di rimettermi alla prova in una categoria molto importante. Conoscevo Furlani grazie all’esperienza a Cento. Poi Ferrara mi piace, mi piacciono le biciclette… (ride) e sono a due ore da casa e per qualsiasi cosa posso tornare senza problemi. Posso ritagliarmi anche il mio spazio. A ventotto anni uno vuole avere la possibilità di giocare il più possibile”.

Furlani quindi è uno dei motivi che ti ha spinto a Ferrara. Come lo descriveresti come allenatore?
“È uno che sa sempre quello che vuole e ti trasmette grande intensità. Urla molto, ma lo fa in modo positivo e costruttivo per la squadra. Poi nei momenti giusti sa anche farsi due risate. Mi piace molto che non abbia gerarchie e che faccia giocare chi se lo merita, non chi ha più titoli”.

Rispetto a quando hai giocato la prima volta con il coach, tu come sei cambiato come giocatore?
“Senz’altro posso dire di avere più esperienza e più sicurezza. Me la sono fatta soprattutto proprio tra nel periodo successivo alla mia esperienza con Furlani a Cento. Adesso ascolto di più e capisco meglio i miei errori”.

E della squadra di cui fai parte che idea ti sei fatto?
“C’è un buon organico, ma è il primo anno che c’è questo format con la Lega Silver quindi sarà qualcosa di nuovo per tutti. Gli americani sono giovani ed è quindi tutto in divenire. Le prime valutazioni andranno fatte nel girone di ritorno, dove incominceranno a vedersi le potenzialità delle varie squadre. Secondo me possiamo fare bene, anche se siamo tutti nuovi e dobbiamo ancora collaudarci”.

È da poco trascorso il primo mese abbondante di preparazione: che progressi hai visto finora?
“Ci stiamo conoscendo grazie soprattutto alle amichevoli. In allenamento è una cosa, poi giocare in dieci permette di inserire molte varianti che adesso sono difficili da controllare ma che ci permetteranno di partita in partita di trovare soluzioni diverse. Non ci sarà uno che farà sempre 20 punti a partita ma saranno distribuiti in modo differente. Credo che sarà questo il nostro maggiore punto di forza”.

Qualche limite invece?
“Direi piccole questioni di comunicazione che portano ad alcuni errori di troppo nei passaggi. Ma come dicevo dipende soprattutto dal fatto che ancora non ci conosciamo abbastanza e nel giro delle prime partite saranno risolti senza problemi”.

E i tuoi punti di forza? Come ti descrivi come giocatore?
“Faccio della versatilità la mia qualità principale, nel senso che posso giocare sia guardia sia ala: posso marcare gente piccola e rapida ma anche giocatori di più di due metri. Di solito, in serie A, marcavo gli americani. Grazie ad un buon atletismo riesco a marcare quelli che corrono e saltano parecchio. In attacco posso prendermi tiri da qualsiasi posizione, non ho una posizione preferita, posso prendermi il tiro da tre, o da due dalla media o entrando in penetrazione. Insomma so fare un po’ di tutto”.

Qualche carenza su cui lavorare?
“A volte mi innervosisco, dovrei imparare a stare più sul pezzo”.

Ti sei posto qualche obiettivo personale da raggiungere quest’anno?
“Vorrei finire la stagione dicendo: ‘ho fatto il massimo’. Nessun obiettivo o sogno in particolare. Per me è importante arrivare alla conclusione della stagione senza pensare che si poteva fare qualcosa di più”.

L’integrazione con gli americani come va?
“Tutto bene, sono abituato a conoscere giocatori che vengono dagli Stati Uniti o di altre nazionalità. Mi piace la loro voglia di imparare e credo si stiano ambientando bene. A Milton (Jennings) piace addirittura più l’espresso che il caffé americano, è un buon segno! Entrambi adorano la pasta italiana… onestamente non so cosa spacciano per pasta in America (ride)”.

E dal punto di vista cestistico?
“Il gioco è molto differente, là sono atleti nel più profondo senso del termine. Noi per certi versi siamo più fisici, o meglio, siamo più abituati a piccole astuzie come spallate, piuttosto che impostare il gioco sulla corsa o il salto. Devono imparare a reagire in modo costruttivo a questi giochi di mestiere. Stanno comunque dimostrando una buona attitudine ad apprendere questi aspetti cruciali del gioco europeo”.

Per finire, che clima si respira nello spogliatoio?
“Con la squadra mi trovo bene sia dentro sia fuori dal campo. Siamo molto uniti anche grazie ai veterani che hanno partecipato alla scorsa stagione. Sono stati bravi ad integrare immediatamente i nuovi arrivati e fare gruppo, creando un ambiente positivo”.

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