Bottazzi, il grande ex oggi diesse al Castiglione: La SPAL? Impossibile dimenticare

Andrea Bottazzi ha 46 anni  ma, giura, in carriera nulla gli ha dato più emozioni come l’esperienza vissuta a Ferrara. Tre stagioni praticamente tutte da protagonista, l’ascesa irrefrenabile con Gibì (“Ce ne fossero come lui ancora oggi!”), una firma a occhi chiusi pur di venire alla Spal, in C2, rinunciando a piazze importanti e di Serie B, Pescara e Piacenza su tutte. Un centinaio di gare e una ventina di gol in maglia biancazzurra, alcuni dei quali belli, bellissimi, e importanti come ricorda lui stesso: “Era il giorno del derby, sì, Spal-Bologna. Da qualche parte ho letto, in settimana, che quella fu la partita che registrò il numero più alto di spettatori degli ultimi 20 anni a Ferrara. Segnare è sempre bello, farlo al Bologna, beh, ci siamo capiti. Non sto neanche qui a dire cosa ho provato”. Ma nel libro dei ricordi di questo ex numero 10 c’è ancora spazio per un altro gol speciale: “Era l’anno della promozione, quel gol in rovesciata, bellissimo, contro il Pavia. E quella curva, mamma mia, ho firmato pensando alla Ovest”.
E un pensiero che ricorre costantemente, oggi, più che mai: “Tornare, un giorno, chissà. Mai dire mai. Sì, mi piacerebbe. Ferrara è nel mio cuore e qui resterà, per sempre. Se mi chiamano vengo di corsa”.

A Ferrara un po’ per caso ma, soprattutto, grazie a quel genio di Gibì Fabbri.
“Giocavo in un Pergocrema che quell’anno stupì un po’ tutti, noi giocatori compresi. Rischiammo di vincere il campionato. Ancora non lo sapevamo ma non era frutto del caso quell’exploit: la squadra contava su elementi che poi, l’anno dopo, sarebbero saliti di categoria, Pulidori e Franceschetti su tutti. Gibì mi volle a tutti i costi. Ce ne fossero ancora, oggi, come lui! Venne a vedermi in un recupero di campionato. Feci bene. Firmai per la C2 perché ancora la Spal non sapeva che avrebbe vinto lo spareggio contro la Solbiatese: mi ritrovai in C1. Rifiutai la B pur di giocare in uno stadio pieno che ribolliva di passione. E fu l’inizio di quella storia meravigliosa che tutti conoscete”.

Ma la tua storia con la Spal, il tuo legame con Ferrara, comunque, non è mai finito.
“Capita una volta nella vita, penso, di vivere certe sensazioni. Tutto è sempre andato per il verso giusto in quegli anni. Se c’era un problema andava a posto, non dico da solo, ma quasi. Eravamo un blocco unico con sogni, obiettivi e speranze comuni. Bravi giocatori, uomini capaci. Il mix di quella squadra era letale: chi voleva affermarsi, chi a fine carriera ma con ancora la voglia di dimostrare qualcosa, chi in cerca di riscatto dopo anni difficili. Quando ci vediamo, durante i nostri frequenti ritrovi, Ferrara e la Spal sono sempre il primo argomento di conversazione”.

E cosa vi dite?
“Al terzo bicchiere di vino, magari, iniziamo anche a fantasticare (ride)! Ci sono momenti in cui ci mettiamo al tavolo e pensiamo a che Spal verrebbe fuori se ci fossero Mezzini e Brescia ad allenare, Bottazzi diesse, Servidei accompagnatore e Labardi addetto alla comunicazione, senza dimenticare i vari Zamuner e Torchia, oggi procuratori, che una mano possono sempre darla. Non so se quella che ne verrebbe fuori sarebbe una Spal vincente ma, visti gli ultimi anni, un po’ di entusiasmo in più penso lo porteremmo”.

Di quella Spal con chi sei rimasto di più in contatto?
“Con praticamente tutti. E’ nata una storia di amicizia e di affetto a Ferrara che durerà per sempre. Ci sentiamo e vediamo regolarmente con Zamuner, Mezzini, Servidei, Mangoni, Messersì, Brescia, Labardi, Lancini, Torchia e Paramatti: ricordo ancora la prima sera di ritiro, più di 20 anni fa. Nessuno di noi si conosceva. In 2 ore sembrava fossimo insieme da una vita. Lì ho capito che insieme avremmo fatto grandi cose anche se quella non era la squadra più forte del campionato. Potevamo arrivare quinti. E invece…”.

La tua carriera dopo Ferrara.
“Qualche mese a Venezia, poi a Fiorenzuola dove ho perso lo spareggio per la B contro la Pistoiese. In seguito Modena, Albinoleffe, Montichiari e Carpenedolo. Poi ho mosso i primi passi da dirigente”.

A fine carriera, paradossalmente, le soddisfazioni migliori dopo quelle avute a Ferrara.
“Ho vinto 3 campionati, 1 a Montichiari e 2 a Carpenedolo segnando più di 60 gol: ho chiuso giocando da punta, svelato il mistero”.

Da avversario al ‘Mazza’ com’è andata?
“Bene. Non ho mai perso. Spero la tradizione continui anche quando tornerò con il Castiglione (ride)”.

Cosa ti ha spinto a rimanere nel mondo del calcio?
“La passione, l’amore per questo sport. Ho iniziato per caso, diciamo così, a Carpenedolo, quando ancora il presidente era Ghirardi (patron del Parma, ndr); per un anno ho fatto l’osservatore poi, quando è andato a Parma, evidentemente soddisfatto del mio lavoro mi ha chiesto se poteva contare su di me, perché aveva bisogno di un uomo di fiducia lì, a tenere le fila della squadra bresciana. E ho iniziato a fare il diesse. Sono rimasto 3 anni, poi 1 da osservatore al Parma dove c’era anche Mezzini. Poi Castiglione, dove sono alla mia seconda stagione, ancora da diesse”.

A Meda, nel recupero contro il Renate, hai visto la Spal. Che impressioni hai avuto?
“Una squadra contratta. Timida. Con il freno a mano tirato. E’ squadra di qualità, non ci sono dubbi, soprattutto in attacco dove ci sono individualità di categoria superiore. In questo momento, per svariate ragioni, non riesce a dimostrare il suo valore. Sono giovani, non come noi, ma comunque ne risentono se non vincono. Perché questo non è più il calcio di una volta”.

Che calcio è?
“Un qualcosa dove è sempre più difficile divertirsi, dove le pressioni e le tensioni si accumulano al punto che prima o poi scoppi. Vent’anni fa non era così. Oggi è business, il calcio viene trattato come un’azienda pur dovendo far fronte a variabili imponderabili come un palo, un rigore, una traversa, un’espulsione: cose che possono cambiare addirittura una stagione, la storia di una società se non si sta attenti”.

E i giovani?
“Sono tanti. Sono troppi. Arrivano presto per via dei contributi ma, purtroppo, succede anche che molto spesso i loro sogni di diventare professionisti si spengano dopo 1 anno, 2 al massimo. Non possono essere tutti pronti e subito ad affrontare una C. Sento dire che la C è inferiore alla D: io di partite ne vedo e posso tranquillamente affermare che il divario si sente ancora e sarà difficile da colmare”.

E il Castiglione?
“Siamo una piccola realtà, ci dobbiamo per forza adeguare a quelle che sono le nostre risorse, è normale puntare su giovani, spesso giovanissimi. E questo ti porta a dover mettere in conto giornate il cui il ragazzo ti farà una partita da 10 e quella dopo, magari, da 2. La continuità non è di casa a 20 anni e il punto è accettarlo senza farne drammi. Stiamo faticando, è vero, dobbiamo ricompattarci. Possiamo perdere ma non subire 4 o 5 gol a partita”.

Qual è il vostro obiettivo?
“Arrivare nelle 9, lo sappiamo, sarebbe un piccolo miracolo. Il nostro messaggio è chiaro: pagare puntuali tutti i mesi. Lo abbiamo sempre fatto, anche prima dei nuovi regolamenti. E’ una società gestita da 4 soci. E’ vero, viviamo in una realtà felice, se così vogliamo dire, per quanto riguarda le aziende: Sterligarda, Amica Chips, Golden Lady sono multinazionali tutte in zona. Ma non investono nel calcio, c’è crisi e, forse, non gli interessa neppure farlo. Noi abbiamo il dovere di crescere i nostri ragazzi, dare loro una possibilità, fare minutaggio e poter usufruire dei contributi della Lega. Il format di quest’anno non ci aiuta: molti giocatori giovani preferiscono, per dire, andare alla Feralpi in Prima divisione sapendo che non retrocederanno, piuttosto di venire qui a fare la guerra e rischiando il giusto”.

Si dice che vestire la maglia della Spal non sia facile per nessuno. Figurarsi per un giovane.
“Sicuramente è ancora più complicato. Salire le scalette del Paolo Mazza, vedere con la coda dell’occhio, alla tua sinistra, la Ovest piena che canta e ruggisce, sentire il calore di una città del nord che, la domenica, si trasforma in una realtà passionale alla stregua di quelle del più profondo sud. Li capisco i ragazzi. E so anche cosa vuol dire quando il pubblico di Ferrara ti fischia al primo passaggio sbagliato. Si devono abituare in fretta, anche perché non li mangia nessuno. Devono pensare a divertirsi e a liberare la mente, cose che sicuramente avrà già detto loro anche il mister. Tutto il resto verrà da sè”.

Pochi mesi fa il Castiglione era, forse, la sorpresa in assoluto di tutta la Lega Pro.
“Siamo un’altra squadra rispetto a qualche mese fa, completamente. Abbiamo perso 3 partite inopinatamente sul finire della stagione, avremmo potuto agganciare le posizioni nobili della classifica. In estate abbiamo cambiato tanto: 16 giocatori dei 25 che abbiamo in rosa sono nuovi. Si fa fatica, è normale. Forse più fatica del previsto. Ma siamo ancora all’inizio”.

Castiglione-Spal si preannuncia una partita non spettacolare.
“Azzardo: sarà proprio una brutta partita. Noi stiamo ancora cercando ancora una nostra identità, un nostro equilibrio; voi arriverete affamati di punti. Noi giochiamo in casa e non sarà come scendere in campo al ‘Mazza’. Vediamo come si mette”.

Un ultimo pensiero per Ferrara.
“Il primo risultato della domenica che guardo è quello della Spal. Sono rimasto un tifoso di questa squadra e lo dico tranquillamente. Quando indossi quella maglia non te le togli più finché campi, non puoi. Quello che ho vissuto io è un qualcosa che è davvero impossibile da cancellare: la gente, i tifosi, la città. Gli amici, i compagni. Tutto. Ferrara è nel mio cuore”.

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