Filippo Marchesini: l’arte (e il lavoro) di crescere… i Giovanissimi Regionali

Ars et Labor, dunque. Arte e Lavoro. E’ proprio questa la linea guida che la società ha indicato ai propri allenatori del settore giovanile: lavorare per crescere, avviare un percorso di formazione calcistica ed educativa in grado di valorizzare i giovani biancazzurri. È in quest’ottica che Filippo Marchesini struttura il proprio lavoro da allenatore dei Giovanissimi Regionali. Lo abbiamo intervistato a fine allenamento per scoprire qualcosa in più su di lui.

Mister, una passione per il calcio che da giocatore l’ha portata ad allenare le giovanili della Spal.
‘’Sì, ho iniziato a giocare molto presto e dopo aver fatto la trafila nella Spal dagli Esordienti alla Berretti mi sono fermato un paio d’anni per poi ricominciare per altri undici circa, militando in Promozione e in Prima Categoria. Successivamente ho cominciato ad allenare i ragazzini della scuola calcio Dribbling fino a quando, diventato padre, ho deciso di prendere il patentino di allenatore Uefa B”.

Questo è il suo secondo anno alla corte di Mattioli. Ha riscontrato differenze significative in termini di motivazioni o atteggiamento al passaggio da Giacomense a Spal?
‘’Vestire la maglia della Spal a Ferrara fa sempre un certo effetto, essendo la squadra storica della città. Però differenze significative in termini di entusiasmo non ne ho trovate. Non dimentichiamoci che i ragazzi l’anno scorso giocavano in una squadra che, seppur piccola, era nel professionismo. Le differenze che ho trovato stanno nell’organizzazione societaria in termini di ampliamento del settore giovanile e, anzi, vorrei dire qualcosa al proposito…’’.

Prego.
‘’Vorrei elogiare pubblicamente il lavoro della dirigenza e in particolare di Mattioli citando un esempio secondo me molto significativo. Quando giocavo nelle giovanili della Spal ai tempi di Donigaglia e Botteghi, a livello di settore giovanile i dirigenti ci credevano, ma non ho mai visto il presidente o il direttore sportivo parlare con i ragazzi. Quando si dice che  Mattioli conosce ogni giocatore di ogni singola squadra delle giovanili è proprio vero: ogni domenica va a vedersi una partita dei più piccoli, che siano Esordienti, Allievi o Giovanissimi. Non è per niente abituale trovare una società così presente e in particolare un presidente che parli e conosca tutti i propri giocatori”.

Fare l’allenatore in queste categorie è sempre un ruolo molto delicato. Come imposta il lavoro in allenamento? Quali aspetti cura di più?
‘’I ragazzi che alleno (classe 1999/2000) stanno attraversando il periodo più critico della loro crescita: lo sviluppo è maggiore e talvolta fanno fatica a riconoscersi nel loro corpo a causa dei cambiamenti molto grandi nel giro di pochissimi mesi. Al di là della ricerca del risultato sportivo che secondo me è un aspetto secondario, questa è una fase nella quale si lavora sotto il profilo coordinativo e tecnico in quanto è proprio l’età nella quale si può migliorare più di tutte. L’aspetto in cui forse paghiamo qualcosa è quello fisico, anche se devo dire che facendo eccezione per un paio di squadre, ce la siamo sempre giocata con tutti. Dai Giovanissimi si comincia già a dare importanza anche a questo aspetto, in quanto affrontiamo delle squadre come Parma, Bologna o Sassuolo. Club che hanno strutture diverse rispetto alla Spal e che al momento della selezione tendono a preferire ragazzi meno tecnici ma fisicamente già sviluppati rispetto ad altri più dotati ma con mezzi fisici più limitati”.

Ha parlato di risultato come aspetto secondario nel suo intendere il ruolo di allenatore del settore giovanile. Ha qualche pressione da parte della società o dai genitori stessi?
‘’No assolutamente. A inizio anno la società ha dato precise indicazioni circa lo sviluppo dei giocatori in maniera tale da avviare un processo di crescita progressivo. Per il resto il problema è dato dal fatto che le rose sono molto ampie, adesso siamo in ventitre. Questo implica che ogni domenica cinque o sei devono andare in tribuna: negli Esordienti c’è l’obbligo di far giocare tutti almeno un tempo, nei Giovanissimi no. Tuttavia cerco di far giocare ogni volta tutti i diciotto nel limite del possibile. Può capitare che possa passare come antipatico, ma con i genitori cerco di non stringere particolari rapporti per evitare di creare situazioni spiacevoli. Prediligo la comunicazione con i ragazzi, dando spiegazioni a loro. Ritengo siano in un età in cui possono capire da soli ciò che dico loro. Per il resto la società ha fissato delle regole per questo tipo di situazioni: se un genitore ha dei problemi di questo tipo parla con la dirigenza, il mio riferimento è Orlandini. Quello che dico sempre ai miei ragazzi è di fare un piccolo sacrificio, di portare pazienza in quanto a quest’età nulla è deciso, si verificano spesso in pochi mesi veloci sviluppi fisici in grado di cambiare le carte in tavola. In linea di massima cerco sempre di accontentare tutti; è chiaro che come in ogni squadra sportiva c’è sempre chi troverà più spazio e chi ne troverà meno”.

Lei ha sempre allenato squadre giovanili: ha come obiettivo quello di passare in futuro ad una prima squadra oppure preferirebbe continuare con i vivai?
‘’Sinceramente i grandi li ho esclusi: l’idea è di continuare anche in futuro con il settore giovanile. Dopo sette anni spesi ad allenare Pulcini ed Esordienti ho capito che è l’ambiente in cui mi sento più a mio agio. È una soddisfazione vedere crescere i ragazzi che hai allenato, alcuni dei quali hanno raggiunto buoni livelli: mi viene da pensare a Pallara, Masiero che è al Milan, Artioli alla Fiorentina, senza contare i ragazzi che abbiamo dato alla Berretti e agli Allievi Nazionali”.

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