Una carriera in biancazzurro, a prescindere dalla maglia: i ricordi di Massimo Albiero tra SPAL e Como

Una semifinale di Coppa Italia di Lega Pro può avere un’importanza relativa per i più, ma SPAL-Como rappresenta il derby del cuore per Massimo Albiero, ex giocatore di entrambe le formazioni biancazzurre ed ex allenatore delle giovanili spalline. Domani pomeriggio probabilmente non sarà al ‘Mazza’ perché il libero nato ad Adria il 18 maggio 1960, sarà impegnato a guidare dalla panchina i suoi bambini della Scuola Calcio Adria 2012.
E’ lì che continua a trasmettere la sua passione per il calcio alle nuove generazioni, dopo la mancata conferma alla guida delle giovanili spalline, con le quali aveva ottenuto buoni risultati nelle travagliate stagioni delle gestioni Butelli e Benasciutti. SPAL-Como però è l’occasione di sfogliare l’album dei ricordi del possente libero dal piede ‘educato’ che esordì nel 1977 a 17 anni in Coppa Italia contro il Milan di Rivera (che poi vinse la Coppa, mentre la SPAL finì in C) e poi proseguì la carriera con le maglie della SPAL dove totalizzò 110 presenze e 5 reti (con la rete nello spareggio di Verona contro la Solbiatese che valse la promozione) e quella dei lariani con cui giocò 170 presenze con 8 reti (136p. e 7 reti in A, 34p. e 1 rete in B, con tanto di promozione). Nel mezzo due brevi parentesi ad Avellino (2p. nella A ‘82-’83) e a Padova (’89-’90 in B con 24 p. e 1 rete). Se alla SPAL ha vissuto l’epoca dell’addio di Mazza per poi ritornare con Donigaglia (chiudendo prematuramente la carriera), a Como è stato il protagonista della promozione in A e dei cinque campionati consecutivi nella massima serie nell’epoca d’oro del campionato italiano battagliando con i vari Maradona, Zico, Platini e Van Basten. Per l’ex difensore di SPAL e Como, che oggi si dedica al mestiere più bello del mondo, quello di nonno, anche un’ottantina di presenze in Coppa Italia, con gioie e dolori, e 7 gettoni nell’Under 21 di Vicini.

Mister, SPAL-Como sarà l’occasione per rivederla a Ferrara?
“Eh, non lo so. Forse sarò via con i bambini della Scuola Calcio Adria 2012. Ho incontrato le persone giuste per continuare a far calcio e ad occuparmi dei giovani. Abbiamo circa cento bambini dai giovanissimi in giù. Avevo iniziato un po’ titubante, dopo la mancata conferma alla SPAL, dove sarei rimasto volentieri, ma adesso sto trasmettendo tutto l’entusiasmo e la passione che ho per questo sport”.

Nella Berretti spallina ci sono Sorrentino e Berto, ragazzi che hanno fatto parte della sua ultima Juniores arrivata ad un passo dalla Poule Scudetto. E’ stato nel settore giovanile spallino dal 2008 al 2013, forse gli anni più problematici dal punto di vista della gestione delle risorse economiche. Con la solidità di questa proprietà forse avrebbe lavorato con maggior tranquillità.
“Forse, sono capitato negli anni più infausti con le società di Butelli e Benasciutti. Nonostante i problemi economici e i centoventi chilometri al giorno per far avanti e indietro da Adria a Ferrara, non ho mai saltato un allenamento. Sono molto fiero di questo. Ho sempre lavorato con l’entusiasmo del primo giorno. Peccato, non aver ottenuto la conferma. Col passaggio da Butelli e Benasciutti avevo cercato di limitare i danni, perché tanti ragazzi avevano lasciato Ferrara, ma molti genitori affidarono i loro figli a me perché conoscevano il mio modo di lavorare. Purtroppo so che la riconoscenza in questo calcio non paga. E sono nel mondo del calcio da quarant’anni, quindi uno può restarci male, ma è normale che una nuova proprietà si affidi ad un nuovo staff”.

Continua a seguire i suoi ragazzi e la SPAL?
“Sinceramente non seguo la SPAL. Da quando ho lasciato Ferrara non sono mai tornato a vedere una partita. Quando stacco, lo faccio in maniera netta. Conosco solo Pasetti. Ho visto che i ragazzi della mia ultima Juniores sono in Serie D o in Eccellenza. Sento spesso ragazzi che ho allenato in precedenza penso a Nicolas Izzillo ora al Messina. E’ un peccato per la SPAL averlo perso. Un altro è Alessandro Albertini del Grosseto. Mi chiamano per avere consigli dentro e fuori dal campo, come nel caso di un fratello maggiore o di un papà. Queste sono grandissime soddisfazioni. Penso a Nicolas che voleva mollare, poi gli ho ricordato i sacrifici della famiglia e ora da giovanissimo è titolare in una piazza importante come Messina. Dopo che lo scorso anno a Bellaria ha mostrato grande maturità. Credo resti nel cuore l’allenatore che riesca a trasmettere qualcosa della propria passione rispetto a chi invece prova solo ad insegnare”.

Torniamo a SPAL-Como. Nella sua carriera ha giocato solo un Como-Spal di Coppa Italia.
“Sinceramente ricordo poco della partita. Fu un pareggio (0-0, ndr). Ormai sono passati trentacinque anni! (ride). Era l’anno (1980-81) in cui assieme alla SPAL superammo il primo turno e fummo eliminati ai quarti dal Torino di Pulici e Graziani che poi perse la finale ai rigori contro la Roma. Vincemmo a Ferrara (1-0), poi a Torino non ci fu storia (4-0 per i granata). Però ricordo che al ‘Mazza’ giocammo una gran partita con il Cagliari che militava in serie A. I sardi erano in vantaggio per 2-0, poi ci fu la rimonta per 3-2. Poi negli anni a venire il Como era in A o in B, mentre la SPAL in B e in C. Ricordo invece delle grandi sfide a livello giovanile. A Ferrara e a Como c’erano dei gran settori giovanili. A Como c’era un mago come Nino Favini, poi responsabile dell’Atalanta. Erano sempre delle battaglie col Como. Da quel settore giovanile sono usciti Giuliani, Bruno, Fusi, Borgonovo, Vierchowod, Matteoli, tutta gente che ha giocato poi con me e arrivata in Nazionale”.

La Coppa Italia è sinonimo di gioie e dolori sportivi per Massimo Albiero.
“Io ho esordito tra i ‘grandi’ con la SPAL in Coppa Italia nel 1977 a San Siro contro il Milan di Rivera (la SPAL aveva superato il girone del primo turno e poi inserita nel gruppo con Milan, Bologna e Napoli al secondo turno). Ero cresciuto nel settore giovanile di Paolo Mazza, ma esordivo nella stagione del suo addio con l’arrivo di Primo Mazzanti. L’anno della retrocessione in C con Luisito Suarez in panchina. Un’emozione unica esordire davanti a 50-60mila spettatori, poi quel Milan vinse la Coppa. L’esordio in campionato con la SPAL ci fu l’anno successivo, l’ultima giornata in serie C con la promozione in B. Poi tornai alla SPAL in prestito dal Como (’81-‘82) e riuscimmo a pareggiare con l’Inter a Ferrara (1-1, ndr) e che poi vinse la Coppa”.

Anche con la maglia del Como la Coppa Italia ha regalato soddisfazioni, ma anche grande amarezza.
“Eh purtroppo sì. Un anno uscimmo per il sorteggio (’86-’87, a pari merito con Empoli e Casertana, eliminato da imbattuto), poi l’anno della retrocessione in B passammo il girone con la Roma, ma fummo eliminati al secondo turno per la differenza reti (’88-’89, a pari merito con l’Ascoli), ma avevamo pareggiato con la Juventus che chiuse dietro di noi. Ma l’amarezza più grande fu la sconfitta a tavolino nella semifinale contro la Sampdoria di Mancini. All’andata finì 1-1 a Como, poi a Genova sullo 0-0 all’87’ segnai il gol più bello della mia carriera. Presi palla a centrocampo e arrivai in porta. In pieno recupero però segnò Trevor Francis. Nei supplementari fece gol il povero Stefano Borgonovo e alla fine del secondo tempo supplementare Mancini dopo una pallonata si accasciò al suolo e l’arbitro Redini assegnò il rigore. Una cosa scandalosa. Si scatenò il putiferio. Il pubblico di Como, da sempre civile, iniziò a insultare l’arbitro che fu colpito da una monetina in testa e non sull’occhio come poi disse. L’arbitro poteva continuare, ma quelli della Samp iniziarono a ‘piangere’ e l’arbitro sospese la partita che poi fu vinta a tavolino dalla Samp. Un peccato, perché quella finale di Coppa Italia era alla nostra portata. Infatti, noi battemmo la Roma (che poi vinse la Coppa) nell’ultima gara di campionato e in finale i giallorossi non avrebbero avuto i Nazionali: i vari Nela, Ancelotti, Boniek, ecc.. perché già in partenza per il Mondiale del 1986. Erano altri tempi, comunque, anche la Coppa Italia era una competizione di altissimo livello, non la manifestazione di oggi”.

Quindi per chi farà il tifo Massimo Albiero?
“Sono due ambienti che hanno cambiato tantissimo in questi anni. Anche a Como hanno vissuto diverse rivoluzioni. Escludendo le parentesi con Avellino e Padova ho giocato sempre in biancoazzurro. A Ferrara sono legato dal cuore e dall’affetto per una maglia che ho indossato da ragazzo, poi agli esordi e a fine carriera quando con un mio gol nello spareggio di Verona con la Solbiatese ho chiuso con una promozione. Anche se qualche altro anno l’avrei fatto volentieri, visto che mi era stato prospettato un impegno di tre-quattro anni e per questo lasciai Padova. Poi ho fatto anche l’allenatore delle giovanili. A Como invece ho vissuto le maggiori soddisfazioni a livello professionale. Le cinque salvezze consecutive in A sono altrettanti scudetti e restano nella storia di quella società. Ho affrontato campioni e ho giocato al fianco di campioni come Dirceu, Muller, Matteoli, Borgonovo. Sempre disponibili e umili, con spirito di sacrificio”.

Cosa si aspetta dal futuro Massimo Albiero?
“A fine carriera ho allenato in Serie D e in Eccellenza togliendomi anche qualche soddisfazione, ma ho capito presto che quello non era il mio posto. Il bravo allenatore è quello che trasmette qualcosa, non quello che insegna. E io credo ancora che il calcio sia il gioco più bello del mondo e questa passione voglio trasmetterla ai più giovani”.

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