La prima volta alla SPAL, tre gol di cui per la verità non ricordo nulla e un grazie a papà

Sabato scorso, all’inatteso apparire delle nostre maglie storiche, mi è accaduto di lasciarmi travol­gere dal ricordo della mia prima volta alla SPAL. E’ stato un attimo, un istintivo cedimento ad antiche emozioni emergenti dalla profondità dell’inconscio, ma subito seguite dal rammarico di non ricordare molto di quell’evento epocale. E’ comprensibile, del resto, se si pensa che esso av­venne quando non avevo più di nove anni, un’età in cui sogno e realtà si confondono facilmente. L’infanzia è l’età dello stupore, della meraviglia, e l’indugio alla riflessione tarda ancora ad imporsi. Per questo, ci si relaziona al mondo in modo istintivo e immediato, senza percepirne con chiarezza i dettagli.

Io, ad esempio, so per certo che fu mio padre a condurmi per la prima volta alla SPAL, mentre mi pare di poter dedurre, da certi ricordi collaterali, che si trattasse di uno SPAL-Genoa del 19 maggio 1957. In quei giorni, infatti, non si parlava che della tragica Mille Miglia del 12 maggio, nella quale undici persone avevano perso la vita per l’uscita di strada della Ferrari di De Portago e Nelson, periti an­ch’essi nell’incidente. Ne ero rimasto molto scosso, anche perché nell’arco di due mesi se n’erano andati due tra i più grandi campioni dell’automobilismo di allora: Eugenio Castellotti e, appunto, Alfonso  De Portago. A quel tempo mi piacevano molto i motori e il mondo delle corse, e i piloti erano i miei idoli. Juan Manuel Fangio, Sterling Moss, Eugenio Castellotti, Alfonso De Portago, Piero Taruffi, Wolfang Von Trips, Luigi Villoresi, mi facevano sognare e la loro audacia li rendeva figure leggendarie che popolavano i miei sogni. Le morti di quei due grandi campioni, quindi, mi colpirono molto e io le ricordo di poco precedenti il mio battesimo biancoazzurro.

E’ probabile, quindi, che la mia prima volta alla SPAL sia stata anche l’occasione del  ritorno alla serenità dopo giorni di tristezza. Ciò che invece accadde per certo è che, da quel giorno, quelle maglie azzurre dalle maniche bianche divennero una passione che avrebbe riempito i miei svaghi per tutta la vita. Ricordo di quel giorno che, a causa della bassa statura che mi impediva di vedere il campo dagli spalti gremiti, dovetti assistere alla partita a piano terra, aggrappato alla rete di recinzione del rettangolo di gioco. Non ricordo nulla della partita, dei tre gol segnati, due del Genoa e uno della SPAL, ma solo il frastuono assordante e gli improperi all’indirizzo dell’arbitro, dei quali non riuscivo a capire la ragione. Dei nostri giocatori, cercavo di riconoscere dai numeri Dal Pos e Dido, che alloggiavano presso una zia di un mio compagno di scuola, il quale diceva di vederli spesso. Poi il portiere, quel Renato Bertocchi tanto deciso nelle uscite quanto focoso di carattere, il quale reagiva alle provocazioni rincorrendo gli avversari per tutto il campo e mettendoli a mal partito. Ne sapeva qualcusa il bolognese Pascutti che un giorno dovette rifugiarsi negli spogliatoi per sfuggire all’ira funesta del numero uno della SPAL. Ma in quella squadra militava anche Pietro Broccini, uomo d’ordine del centrocampo biancoazzurro di cui Oscar Massei, di lì ad un paio d’anni, sarebbe stato degno erede; e Beniamino Di Giacomo, attaccante che avrebbe militato anche in squadre blasonate come Napoli e Inter; e la piccola ala Carlo Novelli, di cui negli anni a venire avrei avuto modo di apprezzare l’agilità e il fiuto del gol.

Il gol della SPAL fu segnato, su rigore, dall’ala destra Sandel e, purtroppo, non ricordo né se ci fossero gli estremi per la massima punizione, né come quest’ultima sia stata realizzata. Ciò che invece so per certo è che da quel giorno fui spallino per sempre. E lo devo a mio padre Dante, il quale, stranamente, non si appassionò mai né al calcio né alla SPAL. Io mi sento tuttavia di ringraziarlo.

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