Gioca bene, gioca male, Paramatti continua a giocare… a golf, in attesa di un altro debutto

Ormai l’eco della sfida tra Reggiana e SPAL è definitivamente sfumato, nonostante le schermaglie (verbali) tra i tifosi siano continuate ben al di là dei novanta minuti del Mapei Stadium. Nella migliore delle ipotesi (per i tifosi spallini, ovviamente) se ne riparlerà tra qualche mese, nella peggiore… beh, non è dato a sapere.
Uno che conosce bene questo genere di dinamiche si chiama Michele Paramatti. Il terzino originario di Salara (Rovigo), che ha iniziato la sua carriera nella SPAL, l’ha proseguita ad altissimi livelli al Bologna e alla Juventus e poi l’ha chiusa a Reggio Emilia quando lo stadio locale si chiamava ancora “Giglio”. In origine avevamo scelto di fare una chiacchierata con lui in vista del match della scorsa settimana, poi a causa di varie vicissitudini questo non è stato possibile e così il discorso si è notevolmente ampliato, comprendendo anche tanti ricordi significativi del periodo biancazzurro del terzino polesano.

Nonostante questo, il filo conduttore rimane lo stesso, perché gli incroci con la Reggiana hanno sempre avuto un certo significato nella carriera di Paramatti alla SPAL. I granata gli arrivarono davanti in classifica nella sua prima stagione da titolare in C1 e poi addirittura festeggiarono la promozione in serie A mentre la SPAL sprofondava di nuovo in terza serie dopo appena un anno di cadetteria: “È vero – ammette lui – gli incroci con la Reggiana ricorrono spesso nella mia carriera, in alcuni casi negativamente, ma in altri decisamente no. Per esempio ho segnato il primo gol in A proprio contro di loro. Poi ho finito la carriera là, ma senza riuscire mai a giocare un derby per via di infortuni e cose simili”.

A Reggio Emilia hai chiuso una lunga avventura iniziata proprio a Ferrara più di vent’anni prima.
“Beh a Ferrara ho vissuto anni importanti della mia carriera, forse alcuni tra i più esaltanti della storia recente. La SPAL è stata anche la prima squadra che ho visto dal vivo. Credo si trattasse di uno SPAL-Juventus di Coppa Italia, ma non ricordo perfettamente perché ero piccolo. Dopo aver tirato i primi calci al pallone col Salara e con quella che una volta si chiamava AC Ferrara, sono entrato nel settore giovanile e qualche anno più tardi sono riuscito a esordire in C con Mazzola. Poi mi sono fatto i miei due anni di dilettanti a Russi prima di tornare. Quello d’altra parte era il mio sogno, diventare un professionista e giocare in prima squadra”.

Sei stato uno dei protagonisti di quelle che ancora oggi è una delle SPAL più amate di tutti i tempi.
“Eh sì, fu un periodo molto positivo, con la doppia promozione dalla C2 alla B. Fu davvero un peccato tornare immediatamente in serie C dopo appena un anno. In quel periodo la società era solida come mi pare lo sia in questo momento e c’erano i margini per costruire qualcosa di diverso da quello che poi è stato”.

All’epoca avresti mai creduto che la SPAL non avrebbe più visto la B?
“No, non l’avrei mai detto e credo che resti un grande rammarico, perché con una gestione un po’ diversa la SPAL di ieri poteva essere un po’ quello che è il Carpi oggi. Una società di provincia in grado di programmare e fare progressi di anno in anno. Dopo il raggiungimento della serie B si sarebbe dovuto consolidare il gruppo che aveva vinto il campionato, confermando il blocco dei titolari e inserendo al massimo tre o quattro elementi. Quella squadra giocava a memoria ed era molto apprezzata. Invece i dirigenti dell’epoca vollero rivoluzionare tutto, senza rendersi conto che il collettivo era di gran lunga più importante del valore dei singoli. Sono ancora convinto del fatto che con pochi inserimenti mirati avremmo potuto salvarci abbastanza tranquillamente, invece finì come tutti sappiamo”.

Tanti tifosi hanno ancora il dente avvelenato nei confronti della Reggiana, che nell’ultima giornata di quel campionato cedette il passo alla Fidelis Andria, condannando la SPAL alla retrocessione. Tu che ricordi hai di quell’episodio?
“Per come la vedo io non fu quell’ultima giornata a costarci la serie B. Il campionato lo buttammo via prima, per esempio perdendo in casa col Taranto che in quel momento era già retrocesso. Perdemmo 2-1 una partita in cui ci furono degli episodi… non dico strani, ma se non altro controversi. Vennero fatte anche alcune scelte di formazione un po’ particolari che influirono sul risultato. Ripeto: in quella stagione, con le scelte giuste, si poteva mantenere la categoria e rimanere a certi livelli per poi crescere ulteriormente. Purtroppo così non è stato”.

Nella stagione successiva la squadra ebbe l’occasione di rifarsi, ma lo spareggio contro il Como riservò un’enorme delusione. Peraltro con strascico di polemiche per episodi quantomeno strani sotto il profilo arbitrale.
“Ma no, non furono poi così strani, perché in partita secca e di quella importanza cose del genere possono succedere. Certo, ci fu un gol annullato e quello poteva cambiare la situazione, ma non penso siano stati gli episodi arbitrali a segnare il nostro destino”.

paramatti2_SMALL                                                                 (foto messa a disposizione da Giuliano Galasso)

Alla fine di quella stessa stagione la società decise di lasciarti andare: cosa accadde in quel frangente?
“Difficile dire di chi siano state le responsabilità di quella separazione, perché in seguito i protagonisti della vicenda si rimpallarono un po’ a vicenda la paternità di certe scelte. Fatto sta che alla fine della stagione 1993-94 ritennero di non aver più bisogno di me, ma all’epoca i contratti funzionavano diversamente, era ancora previsto il pagamento del parametro da parte di un’eventuale altra società interessata e le trattative non andarono mai a buon fine. Così rimasi fermo un paio di mesi e in quel lasso di tempo mi allenai con l’Equipe Romagna di Magrini, giusto per tenermi in forma. Alla fine mi venne fatta una proposta del tipo ‘o così o rimani fermo un anno’ e decisi di accettare, per dimostrare che ero ancora importante e potevo dare il mio contributo”.

Il tuo rapporto con la SPAL era comunque al capolinea.
“Sicuramente non ero felice per quel trattamento poco consono nei miei confronti. In fondo ero un giocatore che stava lì da diversi anni e avevo sempre fatto la mia parte senza mai risparmiarmi. Quell’estate andai al Bologna a causa soprattutto di una coincidenza fortunata. Il Bologna era appena salito in serie B e Ulivieri cercava un terzino. Davide Torchia, che era stato un mio compagno di squadra e nel frattempo si era stabilito a San Miniato (paese d’origine dello stesso Ulivieri – ndr), gli fece il mio nome. Ulivieri ammise di non averci pensato e le società si misero d’accordo per uno scambio. Se non sbaglio alla SPAL andò Fasce, un altro difensore”.

È stata la svolta definitiva per la tua carriera.
“È stata la svolta perché ho avuto la possibilità di mettere a frutto quello che avevo imparato, dando sempre il massimo. Questo poi ha portato a discreti risultati (ride)”.

E pensare che un anno prima eri praticamente disoccupato all’età di ventisette anni. Come d’altra parte succede a molti calciatori di oggi, tagliati fuori dalle regole sugli under.
“Sì, in parte questo è vero, ma si tratta di due situazioni diverse. Oggi se un calciatore è a casa può tranquillamente scegliere dove accasarsi, mentre nel mio caso c’era un vincolo da cui non si poteva scappare. Era sicuramente una cosa un po’ strana, senz’altro molto meno usuale rispetto a oggi”.

Cosa ne pensi invece delle regole che impongono l’utilizzo degli under?
“Sicuramente le regole sull’impiego dei giovani andrebbero un po’ riviste, perché hanno compromesso l’equilibrio che c’era un tempo. È giusto dare possibilità ai giovani di giocare, ma non ci devono essere forzature. Se uno è bravo alla fine gioca comunque. Purtroppo in Italia siamo un tantino restii a fare scelte coraggiose, perché c’è sempre il rischio di bruciare i ragazzi, esponendoli a critiche pesanti in caso di errori. Solo che gli errori fanno parte del percorso d’apprendimento, farli pagare così cari per forza di cose toglie fiducia”.

Tuo figlio Lorenzo è nato nel 1995 e rientra tra i possibili under, sia per la serie D, sia per la Lega Pro.
“Eh già. L’anno scorso fortunatamente non ha avuto questa necessità, mentre in questa stagione con la Primavera del Bologna è rimasto fuori la maggior parte del tempo: si è rotto il crociato in allenamento ad agosto ed è rientrato da poco. Mi auguro possa esordire presto anche in prima squadra, poi per la prossima stagione vedremo cosa succederà”.

Cosa hanno in comune Paramatti senior e Paramatti junior?
“Diciamo che da me ha ereditato il carattere e non è male come base di partenza (ride). Rispetto a me ha più esplosività, mentre io puntavo molto di più sulla resistenza. Per il resto anche il ruolo è abbastanza simile: è un destro che sa calciare anche di sinistro e si trova bene nel ruolo di laterale mancino. Se la cava bene anche di testa, insomma lo ritengo un buon giocatore che può fare carriera”.

Portare quel cognome al Bologna deve essere una certa responsabilità.
“Beh è una responsabilità, ma anche un bel biglietto da visita. Poi ovviamente starà a lui dimostrare di cosa è capace: essere partito dall’Inter e trovarsi ora in una società di B è un gran bell’inizio, tutt’altra cosa rispetto alla mia esperienza. Non posso dire se avrà o meno una carriera come la mia, l’unica cosa che mi auguro è che sappia divertirsi e godersi i bei momenti che verranno”.

Tu invece hai tagliato ogni ponte col calcio, a esclusione della carriera di Lorenzo?
“No, non del tutto. Recentemente ho fatto il corso per diventare allenatore, prendendo il patentino UEFA B. Vuoi mai che un giorno mi venga voglia di mettermi a fare questo mestiere (ride)! Al momento non è una priorità, preferisco darmi al golf, che è molto più rilassante (ride di nuovo)”.

paramatti4_SMALL                                                              (foto messa a disposizione da Giuliano Galasso)

Quando ti sei ritirato dal calcio giocato hai deciso di uscire da quel mondo per stanchezza, disinteresse o per aspirazioni personali in altri campi?
“Ho smesso quando mi sono accorto che il mondo del calcio non era più quello che conoscevo. Nel 2003 andai alla Reggiana con le migliori intenzioni, per aiutare la squadra e provare a dare un contributo alla crescita dei giovani. D’altra parte questo mi aveva chiesto il ds dell’epoca. Peccato che mi sia trovato di fronte dei giovani che mi mandavano a quel paese appena rivolgevo loro una critica. Allora ho detto a me stesso che era ora di smettersi e voltare pagina”.

Credi di avere avuto solo sfortuna oppure i giovani calciatori adesso si comportano effettivamente così?
“Credo sia una tendenza naturale del mondo di oggi, i rapporti tra giovani e adulti sono cambiati. Questo comunque non toglie che nel calcio ci siano ancora tanti ragazzi corretti e rispettosi. Chi si impegna con la giusta umiltà e fa sacrifici alla fine in alto ci arriva, magari aspettando anche più del dovuto, ma ci arriva”.

Un luogo comune dice che alla Juventus si respira il genere di mentalità che hai descritto e che i giocatori che ne entrano a far parte devono avere requisiti particolarmente ferrei dal punto di vista comportamentale e lavorativo.
“Immagino che siano quelli i motivi per cui mi scelsero, dietro consiglio di Ancelotti. Disponibilità e spirito di sacrificio. In quella squadra serviva un rimpiazzo affidabile per dei signori giocatori. Uno con esperienza, in grado di farsi trovare sempre pronto e che avesse dimostrato qualcosa nella sua carriera”.

Ancelotti non è mai stato amato dai tifosi juventini, per usare un eufemismo. A quel tempo si intravedeva già il potenziale che aveva da allenatore?
“Sì, già all’epoca si vedevano le sue grandi qualità. Aveva smesso da pochi anni e adottava un approccio molto diverso rispetto agli allenatori vecchio stampo, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con i suoi giocatori. Già quando era un giocatore era considerato un allenatore in campo e quindi non ha fatto altro che portare la sua intelligenza ed esperienza dal campo alla panchina, imparando soprattutto da Sacchi”.

Ancelotti, la Juve e Max Allegri, che proprio alla SPAL ha vissuto un capitolo del suo percorso. In fondo si torna sempre lì. Tu invece sei più tornato a vedere una partita al Paolo Mazza?
“Ci devo pensare un attimo, ma credo di aver assistito solo a una partita tanti anni fa. Per il resto il mio rapporto con la SPAL si può definire… latente. Nel senso che passo spesso da Ferrara e in queste occasioni incontro vecchi compagni come Zamuner e Labardi. Inoltre ci si ritrova spesso in occasione delle partite dei Master SPAL organizzate da Natalino Patria e ovviamente è sempre bello rivivere certi ricordi assieme a loro. Per il resto, come ti dicevo prima, preferisco non pensare troppo al calcio, dedicando il mio tempo libero al golf”.

Quella del golf è una passione molto in voga tra gli ex calciatori, da Cruijff a Del Piero si contano decine e decine di esempi illustri.
“È vero, probabilmente il motivo sta nelle diverse similitudini col calcio, ovviamente con le dovute proporzioni. In fondo in entrambi i casi si gioca all’aria aperta e c’è lo stretto rapporto col manto erboso. Servono strategia, coordinazione e concentrazione. Ognuno ha caratteristiche diverse, c’è chi gioca più di potenza o chi è più raffinato tecnicamente. Tra i pro che il calcio non ha aggiungo che non c’è nessuno che ti fa il tifo contro e nessuno che ti impone di fare qualcosa. Tutto dipende esclusivamente dal singolo e non è male dopo aver passato anni a stare a sentire gli altri (ride)”.

NOTA
Un ringraziamento sentito va a Giuliano Galasso per aver messo a disposizione le fotografie utilizzate a corredo di questo articolo.

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