Perché tifare per gli squadroni di serie A se si ha la fortuna di poter tifare la SPAL?

Aggirandomi nella memoria del computer alla ricerca di un certo file di testo, mi sono recentemente imbattuto in una manciata di righe che scrissi quando – alla fine di maggio del 2010 – ancora non collaboravo con nessuna testata on-line. Non so dire, pertanto, a quale esigenza ubbidissero, ma oggi suppongo che mi fossero ispirate dalle cronache giudiziarie del tempo, che coinvolgevano alcune tra le più blasonate società calcistiche italiane. Si parlava di partite pilotate, arbitri comprati e minacciati, dirigenti molto noti che disponevano a loro vantaggio anche in ambiti non di loro competenza. In quel periodo sembrava si stesse scoperchiando il pentolone del malaffare, dal quale uscivano pestiferi miasmi che avvelenavano tutto il mondo del calcio. Analizzando i fatti, sembrava di intuire le ragioni di certe sudditanze arbitrali che in passato avevano premiato i grossi club e, nello stesso tempo, le ragioni del declino irreversibile di altri meno grossi che non avevano lo stesso potere egemonico. Eppure, erano proprio i grossi club a godere del maggior seguito popolare. I loro tifosi si trovavano anche nelle province più disparate d’Italia, là dove piccoli sodalizi, anche dal passato glorioso, disputavano i loro incontri di fronte a non più di qualche centinaio di supporter. Allora, la domanda che forse mi sorse spontanea, e che può aver originato il pezzo che qui sotto registro, sarà stata la seguente: cos’è che provoca nei giovani una tale infatuazione per il grosso club da far loro trascurare la squadra della città natale, spesso nobilitata, come è il caso della nostra Spal, da un glorioso passato? Che sia forse il bisogno di stare dalla parte dei vincitori, invece di continuare a sperare invano in nuovi utopici trionfi? Certo che, se alla corte dei grossi club le vittorie si ottengono con intrallazzi poco edificanti, esse alla fine devono risultare piuttosto indigeste. Che non sia forse meglio restare fedeli ai propri colori e impegnarsi affinché il mondo dello sport, e del calcio in particolare, ritorni pulito?

(27 maggio 2010) E così un altro campionato di serie A è passato alla storia. Gli interisti si sbronzano per la quinta volta consecutiva, i romanisti smoccolano e promettono un conto salato ai laziali nel derby dell’anno prossimo, mentre Sua Altezza José Mário dos Santos Félix Mourinho sta tutto il giorno davanti allo specchio a dirsi quanto è bello, fico e… milionario.
Intanto, a noi di fede spallina, piazzatici meritatamente al settimo posto in Prima Divisione, dei fatti di cui sopra non ci importa un gran che. A noi basta capire se ci siamo salvati per il rotto della cuffia o abbiamo mancato per un pelo i play off, mentre gufiamo agli odiati reggiani e veronesi affinché escano dai play off con le pive nel sacco. Alla fine non ci resta che maledire le avversità che da decenni ci perseguitano, lasciando le cose di A all’aristocrazia pallonara e vestendo i panni della solita misera plebaglia.
Può accadere tuttavia che i panni della plebaglia ci vadano un po’ stretti e che, per questo, ci si butti tra le braccia del primo squadrone che ci lusinga, sentendoci suoi tifosi da sempre. “Ma sì, – ci diciamo – la Spal è in serie C e ci resterà in eterno: io voglio anche vincere qualche volta, cavolo! Milan, Inter o Juve – è solo questione di scelta – mi faranno andare a testa alta tra la gente che conta. Chi se ne frega se gli spalti del Mazza, la domenica, sembrano la réclame del deserto del Sahara! E’ colpa mia se a Ferrara, dopo Mazza, nessuno si intende più di calcio quanto me? Io prendo l’Inter, altro che storie! E l’anno prossimo esulterò per il sesto scudetto consecutivo. Dio, quanto sono forte, mi sento quasi fico come Mourinho!”. E così si inizia a partecipare alle settimanali abbuffate di calcio “nobile”, ormai convinti che il pallone esista solo a Roma, Milano e Torino.
Eppure non sarebbe male che, prima di saltare il fosso, ci si soffermasse un po’ a considerare che, se la Spal – come molte altre società cosiddette “di provincia” – langue nei piani bassi del calcio italiano lo si deve allo strapotere di quelle tre piazze su tutto il carrozzone pallonaro.
Proprio in questi giorni la cronaca giudiziaria ci racconta di dirigenti che intrallazzano da anni con i vertici della classe arbitrale per condizionare l’esito delle partite. Se è vero, come sembra, che tra A e B sono ben 25 le partite sospette, io mi chiedo con quale spirito i vincitori dei vari tornei potranno festeggiare. In serie A l’Inter di Moratti e Mourinho ha vinto, ma se ciò è avvenuto in virtù di intrallazzi vari con gli arbitri, non ne dovrebbe andare molto fiera; perché almeno una probabilità su cento di vincere gliela dovrebbe accordare anche ai club cosiddetti di provincia. Dico bene?
Se dunque noi provinciali relegati al settimo posto della prima divisione non possiamo proprio astenerci dal mettere il naso nel gotha del calcio italiano, dovremmo prima riflettere sulla prepotenza che pochi titolati club esercitano sugli altri e chiedere che nei tornei futuri la palla sia sempre rotonda; e smetterla, una buona volta, con quella guerra tra poveri che crea inutili odi tra tifoserie prive di santi in Paradiso. I gufi scomodiamoli per i grandi club!

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