Un solo grande cuore biancazzurro sotto il padiglione della Fiera, dove il sogno sembra realistico

A guardare da un tavolo in disparte la cena di Natale della SPAL si ha soprattutto la sensazione che tutti stiano come in famiglia. Una famiglia numerosa, come ha detto lo stesso Presidente Mattioli in uno dei suoi interventi, durante la serata. Ed è forse solo alla cena di Natale che si può capire veramente che cos’è la SPAL, oggi. Perché a comporre questa famiglia sono soprattutto gli oltre 400 ragazzi che giocano nelle giovanili della squadra ferrarese. Accademia, Pulcini, Esordienti, Giovanissimi, Allievi, Berretti, di tutte le categorie e di tutti i livelli. Li vedi portare orgogliosi la tuta della SPAL o il berretto di lana con l’ovetto biancazzurro che la società ha regalato loro in questa occasione. Li vedi fare le foto con i giocatori della prima squadra, farsi firmare un pallone o addirittura una scarpa dai loro idoli. E i loro idoli, almeno per questa sera, non sono Ibra, Messi o Neymar, ma Finotto, Lazzari o Di Quinzio.

Allora senti i nomi dei piccoli spallini scanditi dalla presentatrice Eleonora Manfredini e poi vedi quei 400 colpi sfilare tra i tavoli, come a dire, per usare le parole della Curva: “Siamo noi la SPAL”. Molti sono bambini, ragazzini, molti faranno altri mestieri rispetto a quello probabilmente sognato di calciatore, ma questa esperienza gli resterà cucita addosso, perché la SPAL si sta prendendo cura di loro, sta mostrando intelligentemente di puntare su di loro e di considerarli importanti per il proprio futuro. Tanto si potrebbe ancora fare, ma va dato atto del grande lavoro di Ruggero Ludergnani e di tutti i tecnici del settore giovanile, che hanno fatto risorgere in pochissimo tempo la cantera ferrarese, ottenendo già risultati importanti. Ma ciò che conta è la filosofia che ci sta dietro, riassunta dal patron Simone Colombarini più o meno così: non importa quanti di loro diventeranno grandi giocatori, ciò che conta è che diventino grandi uomini. Non è facile, ma se si riesce in questo, lo sport adempie al suo compito più alto, che va oltre la costruzione di nuovi campioni o il guadagno spiccio di dirigenti, allenatori o procuratori. Se non sono solo parole – e l’impressione è che non lo siano – questa SPAL, la SPAL dei 400 colpi, è sulla strada giusta.

In questa grande famiglia, i ragazzi della prima squadra emergono al centro della enorme sala in cui si svolge la cena. Sembrano a loro agio, seduti in tavolate che paiono anch’esse divise per età o ruolo nella grande famiglia: i più esperti, veterani e leader e chiocce (Cottafava, Gentile, Giani, Gasparetto, Cellini, quasi tutti con le rispettive mogli e compagne), i giovani (Contini, Ferri, Ceccaroni, Bellemo, Capezzani, Beghetto, ecc.) e quelli di mezzo, fondamentali nel salto di qualità di quest’anno (Branduani, Mora, Castagnetti, Zigoni, Spighi e gli altri). In tutti vedi una disponibilità e un rispetto che ultimamente sono rari, nel mondo del calcio. Ci si ferma a parlare, alcuni sono più schivi, altri attori nati, altri che la sanno lunga, ma tutti pronti a fare due chiacchiere, a dirti la loro senza tanti schermi. Così anche quando li incontri in giro per la città, come sanno molti tifosi. C’è un bel legame tra tutte le componenti, testimoniato anche dalla parata di rappresentati delle istituzioni che portano il loro saluto e la loro vicinanza. Il primo posto, visto da quel tavolo in disparte alla cena di Natale della SPAL, non sembra un caso. Il sogno, visto da lì, sembra piuttosto solido.

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