La SPAL e la bicicletta: le passioni di Fausto che porta il biancazzurro tra le Dolomiti

Da Bolzano a Ferrara sono 320 chilometri e lo spallino Fausto Saffioti, domenica 15 maggio, se li è pedalati tutti in un tempo massimo di quattordici ore. Doveva mantenere un impegno contratto per la promozione della SPAL e lui lo ha fatto con diligente puntualità. L’impresa tuttavia non lo deve aver spaventato molto, perché, quanto a passione per la bicicletta, è più fornito di un ferrarese col marchio d’origine controllata. A Bolzano, dove è nato e risiede, è infatti responsabile della Sezione Ciclismo dell’Iveco e, sui pedali, è abituato a macinare strada a prescindere da obblighi d’onore. Uno come lui, malato di SPAL e bicicletta, si stenta a credere che non sia nativo di Ferrara e si prova curiosità di conoscerlo, per capire come sia nata in lui la passione per i colori biancazzurri.

foto fausto4Così lo vado a trovare nel suo ufficio in Iveco, dove ricopre mansioni amministrative. Fisico asciutto e slanciato, non dimostra i cinquantasei anagrafici, ma è la prova vivente di quanto pedalare faccia bene alla salute. Mi accoglie con cordialità e subito mi mostra l’angolo dei ricordi, dove, in mezzo a foto che lo ritraggono impegnato in storiche gran fondo, spiccano due stupendi gagliardetti della SPAL. Mi dice che la passione per la bici gli proviene dal padre, tifosissimo di Coppi, e non è un caso che lui si chiami come il campionissimo. E’ uomo di sport, Fausto Saffioti, di sport vero, quello praticato senza esasperato agonismo, che ricrea il fisico e lo spirito insieme. Mentre mi invita a sedermi, mi dà l’impressione di una persona mite e gentile e mi viene da eleggerlo tifoso spallino ideale. Nel frattempo, come per istinto, mi esce la domanda d’obbligo cui ho accennato sopra.

Dimmi una cosa Fausto: come sei diventato tifoso della SPAL?
“È quello che mi sento chiedere spesso. Le passioni per le squadre di calcio si prendono soprattutto da piccoli. A me è capitato a sette-otto anni, quando frequentavo le elementari. Si facevano dei mini tornei di calcio a sette e alle squadre davamo i nomi. Così c’era il Real Madrid, il Barcellona, il Benfica, ecc.. Un mio compagno una volta dice: “noi siamo la SPAL”, squadra allora conosciuta, perché militava in serie A. Io non ero molto forte a calcio, ma giocare terzino sinistro con indosso la maglia biancazzurra mi ha procurato una malattia che, per fortuna, ancora mi porto addosso. Poi, nel corso degli anni, ho seguito la SPAL sui giornali e in TV, concedendomi qualche partita dal vivo quando capitava che giocasse nella mia regione. L’anno scorso sono entrato per la prima volta al Mazza e ho provato un’emozione fortissima”.

Caspita! Real Madrid, Barcellona, Benfica. Mi sarei aspettato che il tuo amico sparasse Juve, Inter, Milan, ecc., e invece no: SPAL. Cosa aveva a quei tempi di così speciale la SPAL per stimolare l’immaginazione anche così lontano da Ferrara?
“Intanto, giocando in serie A, era conosciuta. E poi questo nome, SPAL, affascinava molto noi ragazzini, perché non indicava una città particolare e lo trovavamo bello. E’ un acronimo che non ha niente a che fare con un luogo particolare – come può essere Samp, che indica Sampierdarena -, e, per questo, può essere di tutti e non solo di una specifica cittadinanza”.

Hai mai pensato di fondare uno SPAL Club a Bolzano?
“Certo che ci ho pensato e non è detto che non lo faccia; perché dei conoscenti spallini ne ho: un ragazzo nato a Ferrara che, naturalmente, tifa SPAL; un ex collega, ora in pensione, anche lui nato a Ferrara, che è stato il primo a regalarmi un gagliardetto. Partendo da queste due persone, si potrebbe costituire il Club, per poi aggiungere un gruppetto che mi risulta essere a Levico, provincia di Trento. Così verrebbe fuori uno SPAL Club Trentino Alto Adige che potrebbe avere un certo seguito da queste parti”.

Mi hai detto che, per inderogabili impegni presi in precedenza, non sei potuto andare al Mazza per la partita con l’Arezzo, ma che poi hai festeggiato con gli amici a base di salama e cappellacci. Allora apprezzi anche altre cose di Ferrara, oltre alla SPAL.
“Ma certamente! Quest’anno sono già venuto parecchie volte a Ferrara: per andare alla SPAL e poi, l’ultima, come sai, facendo l’escursione in bici Bolzano-Ferrara. Come città devo dire che mi piace molto e ormai la considero mia città d’adozione. E poi mi piace come si mangia: è difficile, quando vengo, che mi faccia mancare i suoi piatti tipici”.

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Riscontri delle affinità tra Bolzano e Ferrara?
“Sicuramente più affinità che differenze: hanno più o meno lo stesso numero di abitanti, privilegiano la bicicletta come mezzo di trasporto e sono dotate di piste ciclabili comodissime. Io vado sempre al lavoro in bicicletta, è difficile che usi la macchina”.

E hai stretto amicizia con dei ferraresi?
“Certo. Prima naturalmente tramite Facebook e poi di persona. Qui non posso tacere di Michele Paparella, che ho conosciuto in curva e che è un organizzatore di trasferte eccezionale. E poi altre persone delle quali mi sfuggono i nomi. Il mio battesimo col Mazza è stato per uno SPAL-Savona di quando si rischiavano i play-out. Era l’inizio dell’era Semplici e in quell’occasione sono rimasto solo per tutta la partita. Poi, le volte successive, ho fatto gruppo e adesso, in curva ovest, siamo una bella compagnia”.

A Bolzano, quale squadra italiana conta più tifosi?
“A Bolzano, essendo la Virtus Bolzano ai margini del calcio che conta, questo sport non è molto seguito. La Virtus è nata dalla fusione tra la Virtus Don Bosco e la vecchia squadra del Bolzano. Ma di squadre ne abbiamo anche un’altra, il SudTirol, che però non ha grandissimo seguito. Forse ciò dipende dal fatto che la parte italiana della popolazione non si sente coinvolta in una realtà che è soprattutto di marca tedesca. Il SudTirol ha un pubblico per lo più di giovani, mentre la Virtus di gente più matura. Quest’anno, proprio mentre la SPAL veniva in B, la Virtus era promossa in serie D e, per l’ultima partita, c’erano più di mille spettatori. Per una partita di eccellenza è niente male. Come in tutte le città, tuttavia, anche qui le grandi del calcio si spartiscono i tifosi più o meno equamente. Ma da noi il calcio viene anche penalizzato dalla grande popolarità che riscuote l’hockey su ghiaccio, che fa sempre i pienoni di pubblico”.

I tuoi concittadini provano curiosità di sapere qualcosa di questa squadra dal nome così strano?
“Sì parecchia: tra gli amici, i colleghi di lavoro e i conoscenti. Intanto mi chiedono sempre il motivo di questa mia infatuazione e poi, soprattutto i più intimi, si informano anche loro delle sorti della SPAL. Sembra quasi che facciano il tifo anche loro. Proprio stamattina ho incrociato uno che, nel salutarmi, si è complimentato dicendomi: ‘Ah, ho sentito che siete andati in serie B: bravi!’. In questo modo cresce la popolarità della SPAL. Se poi ci metti che la promozione l’ho festeggiata a destra e a manca: a Ferrara, a Senigallia assieme agli amici della bicicletta e coi colleghi di lavoro, sempre a base di salama e pare ferrarese; allora credo di fare la mia parte per rendere la SPAL sempre più simpatica anche lontano da Ferrara”.

Nei periodi più bui della nostra storia ti è mai venuta la tentazione di cambiare squadra?
“No, mai. La squadra del cuore non si cambia mai. Ricordo che, quando non c’era internet, il Televideo era la fonte di informazione privilegiata. Sono stato sempre affezionato alla SPAL, anche quando era in serie D e mi metteva non poca tristezza sentirla chiamare Real Spal”.

Come vedi il futuro della SPAL?
“Sono moderatamente ottimista. Non voglio sbilanciarmi, ma il fatto che le redini della società siano in mano a una famiglia di Ferrara, di imprenditori che sono nel mondo del calcio da parecchi anni e che hanno dimostrato di saper amministrare con oculatezza le risorse disponibili, mi fa davvero ben sperare. E poi, lasciami dire una cosa: abbiamo un presidente, Mattioli, che mi piace parecchio. Mi piace perché, prima di tutto è tifoso e si vede proprio che ci mette l’anima per la SPAL. E poi ha alle spalle tanti anni di successi con la Giacomense, che gli hanno fatto maturare esperienza. E’ una persona che mi piacerebbe conoscere”.

Hai detto che l’anno scorso sei entrato per la prima volta al Mazza, in curva ovest. Qual è stata la sensazione che hai provato?
“E’ stato in occasione di SPAL-Savona del campionato scorso, quando è partita la risalita che ci ha portato a sfiorare i play-off l’anno scorso e a vincere quest’anno. E’ stata un’emozione incredibile: avevo i brividi. Ero in curva, da solo. Ho cercato di vedere se riconoscevo qualche amico di Facebook, ma non ci sono riuscito. Bellissimo, è stato bellissimo!”.

Cosa pensi del tifoso spallino, e del tifoso in generale?
“Devo dire che l’ambiente della curva mi ha veramente meravigliato, in senso positivo. Ho incontrato tanti ragazzi veramente alla mano. E’ tutta gente che in questi anni ha sofferto tanto, ha vissuto delusioni a ripetizione, ma continua ad avere un entusiasmo incredibile. Nella curva ovest del Mazza si vive davvero con il cuore. Si percepisce una compattezza nel gruppo che sembra proprio prometterci qualsiasi traguardo. Si fa soprattutto il tifo per la propria squadra, senza scagliarsi contro gli avversari. E’ proprio come piace a me: io tifo per la mia squadra senza offendere nessuno”.

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Qual è la formazione biancazzurra che ricordi con più affetto?
“Ricordo la SPAL della promozione in B 1977/’78. Avevo diciotto anni e gente come Gibellini e Pezzato mi faceva impazzire. Grande, grandissima squadra, quella. E poi quella di Gibì Fabbri, penultima promozione in B, con Mezzini, Zamuner, Paramatti, Brescia, Messerì, Servidei: gran bella squadra! E poi sai cosa ti dico? Che a quei tempi là mi impressionava l’affluenza di pubblico che c’era ogni domenica al Mazza. Mi ricordo che al lunedì la prima cosa che guardavo sul giornale era il numero di spettatori al Mazza: ed erano sempre diciottomila, ventimila. Mi chiedevo come facesse una città così piccola ad avere una tifoseria di quel genere”.

Ti ricordi qualche episodio curioso legato alla tua passione spallina?
“Mi ricordo che il giorno della promozione del 1977 ero a Bolzano, in tribuna, a vedere una partita appunto del Bolzano, che allora era in serie C. Alla fine rimasi sugli spalti per ascoltare il risultato di SPAL-Lucchese e quando sentii che avevano pareggiato 2-2, che voleva dire promozione, ho esultato come fossi al Mazza e lì intorno tutti mi presero per matto. Si chiedevano cosa mi avesse preso di esultare nonostante la partita del Bolzano non ne desse proprio motivo”.

Ora facciamo un’ipotesi assurda, ma tu dimmi la verità: mettiamo che la Virtus Bolzano un giorno arrivi in serie A, assieme alla SPAL. Tu per chi tiferai?
“Vedi, da ragazzo, pur amando la SPAL, seguivo anche il Bolzano. Per fortuna, penso che la situazione che dici tu non si verificherà mai. Ma, se mai dovesse verificarsi, il mio cuore sarebbe diviso a metà e spererei che ne uscissero sempre dei pareggi”.

Un’ultima domanda: quel ragazzino tuo coetaneo che in quel lontano torneo a sette disse che la vostra squadra sarebbe stata la SPAL è ancora tuo amico, e magari spallino pure lui?
“Sinceramente non mi ricordo i nomi di quei miei compagni di classe, per cui è difficile oggi risalire a quello che ebbe quell’idea. Chissà, potrebbe essere stato uno con qualche legame con Ferrara, ma io propendo più per il fascino che destava il nome SPAL”.

Allora ti faccio la domanda di riserva. Secondo te vinciamo col Cittadella?
“Secondo me sì. Dopo può anche darsi che pareggiamo, visto che pareggiando è nostra lo stesso. Loro devono vincere a tutti i costi, devono attaccare e può darsi che si scoprano in difesa, così noi li infiliamo. Ecco perché dico che abbiamo buone probabilità di vincere la coppa”.

A questo punto ci accomiatiamo. Dopo “Ars”, nel nostro acronimo c’è “Labor”, cioè impegno, fatica, sforzo. Fausto Saffioti forse ha capito che i valori non sono solo principi astratti, ma vanno anche praticati nella vita con impegno e abnegazione. E’ per questo che si merita il riconoscimento di spallino ideale.

Clandestino Pub Ferrara
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