Penso che un sogno così non ritorni mai più: viviamolo per poterlo raccontare un domani

Avete presente i crampi? Io me li ricordo da ragazzo al primo allenamento dopo due mesi di spiaggia, senza toccare un pallone seriamente. Dai, quando dopo ferragosto ai Tre Campi, alla Fulgor, in via Frutteti o in via Ippolito Nievo, il mister ti faceva correre come se non ci fosse un domani: allunghi ripetute, scatti. Ecco quelli. Ieri sera (e stamattina) ho gli stinchi duri come due tubi innocenti, cammino come Pinocchio, ma sono felice. Dopo un prepartita a piada e birra uno contro uno siamo entrati al tempio. Un’ora prima della partita (un po’ in ritardo), mi dilungo per una minzione, giusto il tempo di riabbracciare due liceali degli anni Ottanta, belli come il sole e risalgo i miei gradoni. Il primo amico della fila, sullo spigolo della scala mi dice che non c’è più posto nei tuoi locali, in mezzo all’“aibi” (mangiatoia per maiali), ma niente non l’ascolto, mi accingo tra le linee. E lì mi pianto, per circa tre ore. I ragazzi entrano in campo per il riscaldamento e la Ovest canta, si sente che l’onda fermenta, si sente, si percepisce che c’è voglia di sollevare i ragazzi oltre la partita, oltre al muro del suono, oltre la soglia del tuono. Le formazioni, nome e boato per undici volte. Davanti a me un signore, dopo i complimenti (immeritati), per ciò che scrivo su queste pagine, mi confida che questo è il sessantesimo anno di militanza, sessant’anni di SPAL: lui si ricorda gli anni ruggenti, si ricorda della Corsarina, sì di quella squadra, che vinceva spesso contro Roma e Fiorentina, quella specie di Udinese degli anni Cinquanta e Sessanta. La nostra squadra.

Ed è per questo che la mia generazione se lo merita più di tutti questo campionato. Io mi rivolgo a noi eroi nati sul finire degli anni Sessanta, durante le contestazioni giovanili, quando la musica era musica era musica e la politica era politica. Quegli infanti che venivano cullanti mentre Rivera segnava il quarto gol alla Germania, oppure mentre i Beatles partivano dal porto di Liverpool, mentre Jimbo chiedeva alla sua baby di accendere il suo fuoco, mentre l’uomo passeggiava sulla luna, mentre Berlinguer spiegava a tutti cosa è la sinistra. Insomma noi poco sotto o poco sopra la soglia del mezzo secolo. Sì, raccontiamoceli ancora i gesti della SPAL del sor Mario, la squadra del Paradiso, raccontiamo ai piccoli il primo anno di Titta Rota, la poesia sul campo della squadra di Galeone, il grande Gibì ed i nostri paladini, De Biasi e Cancellato. Ma poi, pensiamo ad oggi, alla SPAL più bella degli ultimi sessant’anni, amiamola, viviamola, perché un sogno così non ritorna mai più (cit.). Le critiche dei soliti soloni nostrani, che sanno tutto di tecnica, di tattica, conoscono le dietrologie, ed i gomblotti, quelli che farneticano sui social. Ci sono sempre stati. Solo che ora per spargere il verbo è molto più semplice, è un po’ come lanciare una merda in un ventilatore (acceso). Non importa ai soloni se poi la moglie/marito li fa becchi. Loro sentenziano. Ma non importa, viviamo e godiamoci la gioia di questa meraviglia, restiamo umani (ancora cit.), restiamo uniti.

La prima ripetuta la lancia Anti dalla balaustra e secondo me i vetri di corso Isonzo, non ne escono indenni. E poi cantiamo, i decibel intorno a me sono da ipoacusia da rumore, i giovani vecchi al mio fianco sono irreversibilmente bambini, li vedo e li sento, incarnano lo spirito di rivalsa di una generazione. Eravamo a Pieve di Soligo sotto il diluvio solo ieri, il tempo ci è scappato di mano, ci ha portato fino all’età matura (forse no), decine di campionati, urla, grida, lacrime e magoni. Ma noi ora siamo ancora su quei gradoni. Impazziamo al missile di Ant7 su rigore, soffriamo oltre il novantesimo, quando Eros mette la seconda. E ci abbracciamo, ci baciamo, ci strattoniamo, poghiamo come sempre e per sempre. Innamorati sì, ma di Schiavon. Ho il sorriso ebete di chi non ci crede, mi canticchio Maracaibo, mare forza nove, fuggire sì ma dove? (lo so non c’entra, ma sta mattina mi va così).

Ragazzi viviamo il momento, perché Per Vincere ci vuole il 12° e noi lo siamo, lo dobbiamo ad un sacco dei gente. Lo dobbiamo a chi soffre da un letto di un grande ospedale, lo dobbiamo ai bambini, per non dovergli più raccontare le favole antiche, ma bellissime favole moderne, di oggi, lo dobbiamo a chi non c’è più ma ha vissuto una vita con la SPAL nel cuore. Ma credetemi, amici cinquantenni, lo dobbiamo soprattutto a noi, che volevamo entrare sotto il diluvio universale a vederci la Pievigina. Olio, petrolio e acqua minerale, per battere la SPAL, ci vuole la nazionale. Forza SPAL.

0