Scouting capillare e senso d’appartenenza: come creare in casa i futuri giocatori della SPAL

Nell’epoca in cui alle grandi squadre è espressamente richiesto di avere un numero minimo di “giocatori formati nel club”, ossia cresciuti per almeno tre anni nel proprio settore giovanile, puntare sul vivaio diventa una necessità e non più un optional. Fa la differenza tra chi può permettersi rose complete e chi invece deve rincorrere, nella speranza di aver programmato bene a medio e lungo termine. Nella seconda categoria è inserita per forza la SPAL: dopo la ri-fondazione del 2013 il settore giovanile è di fatto ripartito da zero e pur avendo conseguito risultati incoraggianti, sta facendo il possibile per mettersi al passo della rapidissima scalata dagli standard della Lega Pro a quelli della serie A.

Per imitare il modello-Atalanta (giusto per citare il più attuale in assoluto), con continue nidiate di talenti sfornati, valorizzati e poi venduti al miglior offerente tutto parte dalle basi. Dall’individuazione di bambini e ragazzi dotati di quel primo bagliore di talento naturale che andrà poi raffinato nel corso degli anni. Per fare questo serve un lavoro di scouting particolarmente meticoloso, che è poi quello che la SPAL ha provato a impostare nell’ultimo anno col proposito di migliorare ulteriormente.

A spiegare come funziona questo sistema provvedono Ruggero Ludergnani, che del settore giovanile SPAL è il responsabile tecnico, e Giacomo Laurino, responsabile dell’area scouting.

Ruggero, con le regole attuali della FIGC le società vengono costrette a usare i propri ragazzi, anche prescindendo dalla qualità pur di soddisfare il requisito delle liste. Non è un po’ un controsenso?
RL: “Da una parte può sembrarlo, almeno in questa fase iniziale. Però mi sembra anche un modo intelligente per indurre le società a investire davvero nei settori giovanili e quindi interessarsi alla formazione dei ragazzi. Una volta entrato a regime questo sistema credo vedremo dei risultati. Intanto dobbiamo adeguarci a questo dato di fatto: investire nel settore giovanile è vitale per una società che vuole competere in serie A”.

Andiamo nello specifico: fino alla scorsa stagione una rete di scouting vera e propria non c’era. Come è nata l’attuale struttura?
RL: “Nell’estate 2016 c’è stata una riorganizzazione generale e tra le varie necessità c’era quella di avere una figura in grado di coordinare l’attività di scouting soprattutto nelle fasce d’età dei più piccoli. Così è arrivato Giacomo Laurino – che già ha lavorato alla SPAL nell’anno della serie D, ndr – che ha il compito di impostare il lavoro di una dozzina di persone sparse in un territorio che va dal Polesine alla Romagna. A questo si affianca un’attività logistica che prevede il servizio di trasporto con i pulmini in tutte le aree in cui siamo attivi. In modo da contenere i costi del convitto e permettere ai ragazzi di tornare a casa ogni sera dopo gli allenamenti. Stiamo anche pensando ad un ulteriore potenziamento dello scouting in altre aree d’Italia, partendo dalle collaborazioni che abbiamo già come quella con Antonio Amadio al sud”.

Giacomo, come è stato impostato il lavoro e come funziona concretamente?
GL: “Quando sono arrivato l’anno scorso ho dovuto fare i conti con una rete di osservazione abbastanza limitata e che andava immediatamente potenziata. D’altra parte è essenziale valutare bene i bambini già nella fase iniziale del loro percorso, in modo da inserirli in una realtà che possa davvero far sbocciare pienamente il loro potenziale. Purtroppo tante società dilettantistiche hanno difficoltà e può succedere che un ragazzo si perda perché non ha possibilità di essere seguito in un certo modo. La fascia su cui lavoriamo attualmente è quella che va dai classe 2003 ai 2009. Abbiamo osservatori stanziati in tre aree del Polesine (Alto, Rodigino e Delta), nella Bassa Modenese (da Carpi a Finale Emilia), nella parte nord della provincia di Bologna, nel Ravennate e uno anche tra Forlì e Rimini, anche se è l’area di influenza del Cesena. Vengono visionate dalle dodici alle quindici partite ogni weekend, oltre a mezza dozzina di tornei ogni settimana. Per cui c’è un grosso lavoro di compilazione di un vero e proprio database da cui il settore giovanile può attingere in base alle esigenze”.

Cosa deve guardare un osservatore in ragazzi così giovani?
GL: “Cerchiamo di valutare soprattutto la tecnica di base e la struttura fisica, per quanto possibile in relazione all’età. Se un ragazzo risulta interessante parte una segnalazione per approfondire. Nel caso dei più piccoli vengono fatti dei raduni a Ferrara, altrimenti si procede con un inserimento tramite provino all’interno di una delle nostre squadre in via Copparo. E’ chiaro che la logica è quella del filtro: da quando abbiamo iniziato il lavoro abbiamo visionato quasi mille ragazzi, tre-quattrocento di questi sono stati messi alla prova e una ventina tesserati per la SPAL. In questi casi chi sbaglia meno nelle scelte risulta il più bravo. Però bisogna sempre tenere a mente un concetto fondamentale: se proviamo un bambino o un ragazzo qui da noi e poi non lo tesseriamo, non deve essere vissuta come una bocciatura. In tanti casi il monitoraggio sul loro percorso va avanti, anche perché a livello giovanile i progressi possono essere molto rapidi”.

Una volta deciso che un ragazzo è da SPAL, quali sono i passaggi per portarlo in biancazzurro?
RL: “Se un giocatore ci interessa è prassi passare sempre e comunque attraverso la società in cui gioca. Rivolgersi alla famiglia invece è quasi sempre il secondo passaggio. Da regolamento, per i giocatori con meno di quindici anni, potremmo anche non coinvolgere la società ma non è il nostro stile. Vogliamo avere un rapporto costruttivo, senza prevaricazioni. Tante grandi squadre si comportano così perché sanno di poterselo permettere. Noi invece vogliamo essere rispettosi del territorio e più in generale del lavoro degli altri. Anche perché il nostro appeal, rispetto a due anni fa, è completamente cambiato. Mentre prima tante famiglie ci guardavano con scetticismo, ora c’è quasi una corsa a venire alla SPAL. La nostra credibilità è cresciuta, grazie anche ai progressi che abbiamo fatto a livello organizzativo e di strutture”.

C’è poi un fiorente mercato delle segnalazioni che vengono da fuori Ferrara, soprattutto dal centro e dal sud Italia. In questo caso come funziona?
RL: “Per i fuori sede ovviamente il discorso è un po’ diverso. Se un ragazzo viene da lontano bisogna organizzare un provino nell’arco di un paio di giorni. Anche in quel caso poi è difficile esprimere una valutazione precisa, perché un paio di allenamenti non rappresenta un campione attendibile. Incidono tanti fattori che sul breve termine tendenzialmente non emergono, come certi lati del carattere e gli effetti della lontananza da casa. Non dimentichiamoci che parliamo di ragazzi di quattordici o quindici anni. Se un ragazzo a primo impatto ci convince, lo convochiamo per un periodo di prova un pochino più lungo, magari facendogli disputare un’amichevole o un torneo. Da lì si prende una decisione definitiva”.

Ormai anche i ragazzi di quindici anni possono contare sui procuratori. In che misura questa figura condiziona il lavoro di selezione?
RL: “Come dicevo prima, in questo particolare momento la SPAL è una società ambita e questo impone di essere organizzati. Oggi in una giornata riceviamo decine di telefonate da osservatori e procuratori che vorrebbero proporci dei ragazzi a loro giudizio interessanti. Occuparsene in prima persona non è facile, perché in momenti di particolare frenesia o di distrazione possono sfuggire anche buone occasioni. Quindi da questo punto di vista serve una crescita in termini di mezzi e di personale. Anche perché nella maggior parte dei casi si parla di ragazzi dai quindici anni in su ed entrano in gioco altre componenti: quella di carattere economico, ma anche l’effettiva necessità sotto il profilo numerico. Se abbiamo già sei punte in una squadra non ha senso prenderne un’altra”.

Al giorno d’oggi ci sono anche i software di scouting che permettono di tenere d’occhio talenti da ogni angolo del pianeta. Questo può contribuire a scovare talenti potenzialmente interessanti?
GL: “Beh sì, anche se vogliamo privilegiare il lavoro sul campo. Sicuramente i servizi di scouting di quel tipo aiutano a vedere ragazzi che sono lontanissimi da qui e ci possono far risparmiare sui costi, oltre che anticipare i tempi senza un’organizzazione di mezzo. C’è poi la componente del mercato estero, su cui tanti club medio-piccoli non riescono a operare. Da questo punto di vista l’organizzazione e la forza economica dei top club sono incomparabili e quelli buoni davvero vanno da loro, c’è poco da fare. Per cui ad un certo punto ci si convince della necessità di lavorare con maggiore capillarità sul panorama nazionale, per scovare i ragazzi che magari non sono ancora stati notati”.

Dalla SPAL, anche in tempi recenti, sono passati ragazzi molto interessanti ma che prima del fatidico triennio sono passati in altri club. C’è un modo per ridurre questa tendenza?
RL: “Questo è successo e continuerà inevitabilmente a succedere, perché quando ad un ragazzo vengono prefigurate squadre come Juventus, Milan, Inter e Roma giusto per dirne qualcuna, è difficile trattenerlo. Tra i nostri obiettivi c’è quello di una creazione di una cultura della SPAL, per far passare il concetto che giocare qui è un grande onore e rappresenta una vetrina importante. Ma soprattutto che se si lascia la SPAL, la si deve lasciare solo per il meglio e non per un club di dimensioni paragonabili, perché in tal caso sarebbe una sconfitta per noi”.

Per conseguire risultati come quelli dell’Atalanta cosa bisogna fare?
RL: “Purtroppo non esiste una formula magica. Si tratta di lavorare bene, nel dettaglio, confidando anche in una componente di casualità legato alle varie annate. L’Atalanta ha fatto investimenti consistenti e ha beneficiato della nascita di una generazione particolarmente ricca di talenti. Dietro c’è un lavoro di selezione e formazione di primissimo livello, ma tanto dipende anche da quello che offre il territorio”.

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