Dall’anonimato ai cinque alle stelle della A: l’ascesa di Luca Mora da capitano della SPAL

La pausa per gli impegni delle nazionali non ha certo mandato in ferie i giocatori non convocati dalle rispettive selezioni. Se si fa eccezione per Vaisanen (impegnato con la Finlandia), Bonazzoli (aggregato alla U20) e l’ultimo arrivato Vitale (anch’esso a disposizione della U20) il gruppo biancazzurro rimane a Ferrara a sudare e ad affinare gli automatismi agli ordini di mister Semplici e del suo staff.
Per Luca Mora magari è ancora presto per sognare un posto nel centrocampo della nazionale azzurra, ma se si considera che fino a due anni era un giocatore praticamente sconosciuto dell’Alessandria e oggi è il capitano di una squadra di serie A, escluderlo diventa impossibile. E’ toccato a lui fare il punto della settimana in casa SPAL di fronte alla stampa.

Luca, ragionando a freddo si può dire che non poteva esserci inizio migliore?
“L’inizio del campionato è stato buonissimo, non credo potessimo aspettarci di fare quattro punti in due partite con in mezzo una trasferta all’Olimpico. Ma d’altra parte la nostra forza è sempre stata una certa forma di spensieratezza, che ci ha sempre portato a non pensare troppo a cosa la gente si aspetta da noi. Ci siamo resi conto che giocando così possiamo mettere in difficoltà chiunque. Chiaro che dobbiamo mettere sul piatto alcuni fattori, tra cui l’impatto della preparazione atletica e l’incompletezza di alcune squadre, per cui nelle prime fasi del campionato possono arrivare risultati inaspettati come il nostro all’Olimpico”.

Hai iniziato questa stagione da capitano. Cosa si prova a portare la fascia in serie A?
“L’avevo già indossata quando non c’era Nicolas (Giani) nella scorsa stagione, ma esserlo all’inizio dell’anno è diverso. Sono onorato e contento, è un ruolo in cui mi ritrovo anche se non sono il tipico capitano. Penso che sia giusto essere sempre dalla parte del gruppo e difendere i miei compagni, sono felice che mi sia stata data questa possibilità”.

Ti aspettavi che la squadra potesse farsi valere fin da subito?
“Diciamo che non mi aspettavo che facessimo così bene, perché in serie B avevamo fatto fatica. Cambiando tanto non era scontato che ci adattassimo alla svelta, invece è stato così. Di sicuro siamo arrivati agli appuntamenti consapevoli delle difficoltà che ci aspettavano e ancora adesso sappiamo che ci saranno tante partite difficili. Però vederci già così competitivi è una piacevole sorpresa che ci rende felici”.

Com’è il clima all’interno del gruppo? L’anno scorso fu un fattore determinante.
“E’ una domanda che mi fanno spesso gli amici a Parma e come accennavo prima, ero un po’ scettico anch’io perché cambiando tanto e inserendo giocatori già abituati alla serie A ci si poteva aspettare che si potesse creare qualche difficoltà. Invece devo dire che abbiamo preso ragazzi tranquillissimi, non sembra neanche abbiano alle spalli tutti questi anni di serie A. In genere più si sale più è facile incontrare personaggi particolari con richieste di ogni tipo, invece mi sembrano tutti ragazzi normalissimi. Vedo grande affiatamento e non è scontato che gente con 2-300 presenze in serie A vada immediatamente d’accordo con chi viene da campionati meno importanti. Io e gli altri ragazzi già qui abbiamo fatto il possibile per creare le condizioni migliori e penso abbia contribuito anche il fatto che non ci siano regole così rigide come possono esserci da altre parti”.

Gli addetti ai lavori continuano a elogiarti. C’è in particolare qualche menzione che ti ha colpito?
“I complimenti, da qualunque parte, fanno sempre molto piacere, anche se va detto che soprattutto io e Manuel (Lazzari) abbiamo un credito molto ampio con la gente. Perché anche quando facciamo partite normali veniamo esaltati sulla base delle buone cose fatte gli anni scorsi. Magari altri arrivati di recente devono ancora guadagnarsi questo credito. Ad ogni modo i complimenti che apprezzo di più sono quelli della gente che mi conosce da una vita, che magari mi incontra a Parma e mi ferma per congratularsi. Quelli credo valgano doppio”.

Due anni fa ti conoscevano solo gli esperti della serie C, ora invece scambierai i gagliardetti con gente del calibro di Buffon, Icardi, Bonucci, De Rossi e Hamsik, per dirne qualcuno. Come vivi questa notorietà sempre più grande?
“Beh, affrontare certe squadre con determinati avversari è un’emozione incredibile e te ne rendi conto mano a mano che giochi, anche se è tutto molto veloce. Poi ti fermi un attimo a pensare che domenica prossima giocheremo contro Icardi e gente di quel calibro. Insomma non è male (sorride). La notorietà fa parte del gioco e ovviamente si finisce con l’essere sempre osservati e fermati per strada. Io sono abituato a fare una vita tranquilla, quindi devo ancora abituarmi del tutto. Però ne vale la pena e sono contento di essere diventato ‘famoso’ senza l’aiuto di nessuno, facendo una carriera partendo dal basso e soprattutto venendo qui a Ferrara”.

Il mercato finalmente sta finendo e per un po’ non se ne dovrebbe più parlare. Da calciatore come lo vivi? Ha un impatto sul gruppo?
“Diciamo che il mercato può essere scomposto in tre fasi. Quello iniziale, di fine stagione, quando ti rendi conto che alcuni tuoi compagni sono destinati a partire. Penso a Giani, Silvestri, Castagnetti per fare qualche nome. Sai che accadrà e lo accetti. Poi c’è il periodo di stacco delle vacanze. Infine quello del precampionato, in cui può capitare di vedere compagni in partenza come Finotto e Gasparetto. In quei casi speri che non ci siano altre cessioni, anche se la società fa le sue scelte e bisogna rispettarle. Ma penso che sia una bene mantenere un nucleo di giocatori qui da tempo, perché conoscono la piazza e hanno imparato a gestire qualunque situazione, anche di fronte al pubblico”.

Nella partita di domenica abbiamo visto all’opera il VAR: che idea ti sei fatto di questa tecnologia?
“Personalmente sono a favore perché da quando è venuto Rosetti in ritiro a parlarci ho capito che sarebbe stata una cosa utile. Il primo anno non può essere perfetto e avere tempi brevi. Però preferisco una partita che finisce 10-7 con cinque o sei rigori che ci sono, che una che finisce 0-1 con rigori clamorosi non dati. Il VAR è nato per prevenire errori incredibili, ora la si sta usando eccessivamente e tende a cambiare lo spirito del gico perché certi episodi dovrebbero rimanere a discrezione dell’arbitro. Sapere che un fuorigioco non verrà sbagliato o che un rigore clamoroso venga dato è una garanzia per tutti e i giocatori così sono un po’ più tranquilli. E’ senz’altro una tecnologia migliorabile, ma non mi dispiace”.

Se si esclude l’esultanza in differita. Come l’hai vissuta?
“Ero vicino alla panchina e stavo bevendo dell’acqua, però quando ho visto che l’arbitro andava a vedere l’episodio penso si fosse capito cosa stava succedendo. E’ sicuramente strano rimanere fermi tre minuti. Però in NBA lo fanno da una vita e penso che anche lì si sia sbagliato all’inizio. Se possono stare fermi cinque minuti in una partita in cui mancano dieci secondi dal termine e che decide un titolo mondiale, possiamo farlo anche noi”.

La barba ora è ricresciuta, hai in programma di tagliarla ancora? E come è nata quella decisione molto discussa?
“(Sorride) Me l’ero tagliata perché ogni tanto bisogna farlo. Siamo stati un mese in montagna, era il periodo migliore per fare qualcosa di brutto e l’ho fatto”.

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