Andreini e una zuccata in Sassuolo-SPAL di dodici anni fa di cui si era quasi persa traccia

Il video è un po’ sgranato, ma i giocatori si distinguono bene. Pieno inverno, una tribuna di un campo di periferia, con dei cumuli di neve qua e là, palesemente spalati qualche giorno prima. I fotogrammi scorrono, ad un certo punto un giocatore con la maglia neroverde mette un traversone da sinistra che supera anche il portiere. Appostato sul secondo palo c’è un giocatore con i capelli lunghi, che la butta dentro di testa e corre via esultante. Si chiama Alessandro Andreini, ha trentun’anni e fa l’attaccante nel Sassuolo che sogna di conquistare la serie C1 per la prima volta nella sua storia. Quella partita finì 2-1 per i padroni di casa. Sassuolo-SPAL, 16 febbraio 2006, ultimo incrocio in campionato prima che le strade dei due club si dividessero.

Quasi dodici anni dopo Andreini ha ancora la sua chioma, – particolare non trascurabile per un ex calciatore – qualche chilo in più e una carriera alle spalle da 400 presenze e 100 gol tra C2 e C1. “Per la verità sono più di cento – puntualizza lui – perché per i giocatori delle categorie minori gli almanacchi non contano playoff e playout”. Lui in effetti ne ha giocati diversi (segnando pure), compreso quello del 2006 che portò il Sassuolo in terza serie. Con buona pace di una SPAL, appesantita dalla gloria e dai problemi di una rifondazione quasi improvvisata, che rimase in C2 assistendo alla scalata della nuova rappresentante della borghesia del calcio emiliano. L’intreccio tra Sassuolo e SPAL riparte da lì, da quel doppio confronto nella quarta serie, una roba che se all’epoca avessero detto che le due squadre si sarebbero riviste solo in serie A ci si sarebbe sentiti dare dei matti. Eppure è successo.

Ci si ritrova in serie A, con presupposti di pubblico un pochino diversi. 
“A quel tempo a Sassuolo ce n’erano pochi di spettatori, anche perché giocavamo al vecchio Ricci. E che fu un campionato di vertice, che poi vincemmo ai playoff contro il Sansovino. Forse l’unico tutto esaurito ci fu nella finale. Il Sassuolo veniva da annate un po’ particolari a livello societario, la Mapei era subentrata da poco e stava ricostruendo tutto. Fu in quegli anni lì che ci fu il cambiamento decisivo da cui è partita tutta la scalata con la proprietà di Squinzi. Io arrivai a gennaio 2005 quando era appena ricominciata una sorta di rifondazione. Presero tanti giovani come Magnanelli, Masucci, Pensalfini… tutti ragazzi che avevano dieci anni meno di me, di fatto io ero uno dei vecchi di quella squadra”.

Tra i cento gol che hai fatto, c’è anche quello alla SPAL nel febbraio 2006. Te lo ricordi?
“Devo essere sincero, no. Tanto che sono andato a rileggermi quel poco che si trova online su quella partita. Ricordo che era un recupero giocato di mercoledì per via della neve. Poi appunto ho letto di aver segnato su un cross per colpa di uno svarione del portiere (al tempo era Nordi, ndr), ma va bene, mi prendo i meriti lo stesso. All’inizio della carriera ho avuto Roberto Pruzzo come responsabile dello scouting nella Lucchese. Lui mi diceva sempre: guai a dare i meriti del tuo gol a qualcun altro. Se la palla è andata in porta prendili tu e basta”.

A Sassuolo cinquanta presenze e 16 gol in un anno e mezzo, con una semifinale playoff e una promozione. 
“E’ stata una bella esperienza, in una società importante che per certi versi funziona un po’ come la SPAL, con Squinzi proprietario e finanziatore e Rossi presidente. Il Sassuolo ha sempre fatto il passo secondo la gamba e ottenuto i risultati programmando stagione per stagione. Già in quegli anni si vedeva la professionalità diversa dagli altri ambienti di serie C e c’erano tutti i presupposti per fare delle cose buone. Non posso dire di aver avuto l’impressione che il Sassuolo sarebbe andato in serie A da lì a un certo lasso di tempo, però che sarebbero cresciuti costantemente sì”.

All’epoca il Sassuolo era agli inizi di quello che si è rivelato essere un azzeccato esperimento di laboratorio, mentre una SPAL col suo passato glorioso ripartiva dal sottoscala del calcio. Poco più di un decennio più tardi si ritrovano a rapporti di forza invertiti: da una parte una realtà ormai consolidata in serie A che ha fatto addirittura le coppe europee e dall’altra una neopromossa che vuole ricavarsi uno spazio in categoria dopo anni di buio.
“A me pare di rivivere un po’ quegli anni qui alla SPAL, nel senso di vedere una società che ha una certa serietà, dei criteri di programmazione e ruoli chiari. Io qui non ho mai visto un atteggiamento del tipo: ‘Siamo la SPAL, facciamo questo o quello’, non c’è presunzione. C’è invece l’idea di ottenere dei risultati sulla base di un lavoro condiviso, con dei progetti e un impegno continuo. La Mapei a Sassuolo ha fatto la stessa cosa, consapevole – a differenza della SPAL – di non avere una storia particolarmente gloriosa. E di questo, quando giocavo, ce ne si accorgeva: ogni volta al Mazza si arrivava col coltello tra i denti perché si affrontava una realtà con un blasone notevole, a prescindere dalla categoria o dal momento storico. Il Sassuolo in questo percorso di crescita ha affrontato delle difficoltà, però nel tempo si è fatto il suo centro sportivo, ha acquistato lo stadio di Reggio Emilia ed è diventato una società potente, strutturandosi in categoria arrivando persino in Europa League”.

Tra l’altro le cronache dicono che in qualche occasione la SPAL ti corteggiò.
“Sì, in almeno un paio d’occasioni il direttore Ranzani mi contattò, ma non si riuscì mai a concludere. Dopo aver vissuto questo ambiente da dirigente mi vengono diversi rimpianti. Però ora sono qui e mi godo questo ruolo. Sono arrivato due anni fa grazie alla conoscenza con Vagnati perché c’era bisogno di una figura di raccordo tra la società e lo spogliatoio. Quello del team manager è un ruolo complesso e delicato, ma che mi piace perché mi dà la possibilità di stare a contatto col gruppo e applicare tutto quello che ho imparato in più di vent’anni di calcio. Bisogna mettersi a disposizione per fare in modo che squadra e staff possano lavorare nelle migliori condizioni e senza pensieri. Quindi si tratta soprattutto di aiutarli con appartamenti, pratiche burocratiche, spostamenti, ristoranti… e per farlo in questi due anni mi sono creato una rete di contatti in città”.

Ti chiedono anche di fargli togliere le multe quando le prendono?
“Quello no, devo essere sincero, non mi è mai capitato. Poi uno può chiedere, a volte anch’io ho chiamato la municipale o la polizia per avere dei chiarimenti, ma se uno prende la multa è perché ha sbagliato. Quindi paga e basta”.

Sei arrivato alla SPAL a settembre 2015, alla vigilia di un campionato di Lega Pro letteralmente dominato. Due anni e due promozioni dopo, cosa è cambiato nella tua vita?
“Sicuramente è cambiata la mole dell’impegno, ma come penso sia cambiata per tutti, anche per i giornalisti che seguono la SPAL. C’è molto di più da fare, però la metodologia rimane la stessa. Però la mia vita è sempre la stessa”.

Riesci anche a dedicare del tempo alla famiglia?
“Ecco sì, mia moglie mi vede di meno. Non abbiamo figli, però vorrei sicuramente avere più tempo da dedicarle. Diciamo che è molto paziente, lo è sempre stata fin dai tempi in cui giocavo. Perché ero un pignolo che voleva allenarsi anche più del necessario, sapevo di non essere un giocatore di qualità straordinaria. Per essere protagonista in C2 e C1 dovevo impegnarmi più degli altri, per cui finivo con lo stare più in campo che a casa. Sicché si è abituata già tanto tempo fa. Fortunatamente anche lei è appassionata di calcio e questo aiuta tantissimo a capirsi a vicenda, visto che mi segue in tutte le trasferte”.

Visto da fuori, durante una partita, il team manager può sembrare solo l’uomo che porta la lavagnetta luminosa al quarto uomo. Invece c’è parecchio altro da fare. Quando te ne stai in panchina, con Semplici, lo staff e il resto della squadra come vivi la partita?
“Essendo stato abituato a stare dentro al campo arrivo sempre a fine partita con la fatica di chi ne ha giocate due (ride). Al di là della tensione delle partita bisogna fare attenzione a diversi dettagli. Senza considerare a tutte le procedure pre-gara e post-gara che riguardano le distinte e i referti. In partita bisogna prestare attenzione non solo ai cambi, ma anche ai cartellini, i recuperi e ad altre piccole cose che succedono in campo e fuori perché in serie A si può prendere una multa anche quando un raccattapalle ci mette più del dovuto. Poi c’è la parte della gestione delle emozioni”.

Ecco, sei uno che protesta?
“No, no. Però sono stato espulso una volta a Savona, prendendomi la colpa al posto del mister, perché era più importante lui di me in quel momento. Questo dice un altro po’ del ruolo del team manager in alcune situazioni”.

Al team manager tocca anche l’ingrato compito di consolare il giocatore che esce e prende a calci le bottigliette dalla rabbia?
“Dipende da caso a caso, perché ci sono giocatori che proprio non vogliono avere a che fare con nessuno. Lì poi se la vedono loro con l’allenatore e ci si può fare poco. Mentre altri invece vanno solo rassicurati perché magari sono arrabbiati più per la loro prestazione che per il cambio in sé. Talvolta bisogna essere un po’ psicologi e saperli prendere, ecco perché è importante che un team manager sia stato un giocatore. Perché ogni situazione di questo tipo va interpretata sulla base dell’esperienza. A volte basta anche solo una pacca sulla spalla per tranquillizzare uno. Poi oh, se uno è incazzato è incazzato e se la deve far passare da solo”.

Se invece qualcuno combina qualcosa fuori dal campo durante la settimana devi intervenire?
“In genere sì, anche se poi la parte disciplinare compete a chi è sopra di me. Con i ragazzi ho un rapporto di fiducia e sono sempre riuscito a gestire ogni tipo di situazione. Però sì, se capita qualcosa fuori dal campo spetta a me occuparmene”.

Tipo tirare le orecchie se capita di incontrare un giocatore alle due di notte quando invece dovrebbe starsene a casa?
“Come in tutte le cose ci vuole intelligenza, magari alla prima volta si chiude un occhio e gli si dice: ‘Va beh, vai a letto’ così alla prossima il giocatore sa che deve comportarsi a modo. Comunque penso che i ragazzi sappiano come gestirsi e noi sappiamo che si tratta pur sempre di giovani. Per cui ci sta che una sera vogliano uscire e farsi una birra per stare in tranquillità. A volte i giocatori vengono un po’ inclusi in uno stereotipo e sembra che vadano tutti a ballare e far festa di continuo, ma non è così. Poi i cretini nel calcio ci sono, ma quelli li si trova in qualunque ambito”.

In serie A ci si ritrova a fare i conti con giocatori più noti, più ricchi e talvolta più esigenti. Hai avuto difficoltà ad accontentare le loro richieste quest’anno?
“No, non mi pare. Sicuramente stanno più attenti ai dettagli, soprattutto a livello fisico. Vogliono essere sempre al top, per cui se l’allenamento finisce alle 16.30 dopo li troverai in fisioterapia o in palestra, perché hanno tutti grande cura di loro stessi. Però non mi è mai capitato di trovare qualcuno che volesse un certo tipo di casa o chissà quale altra cosa. Gli appartamenti che i ragazzi hanno preso sono normali e se li potrebbe permettere un qualunque dipendente d’azienda. Nessuno ha la pretesa di stare in una villa, per dire”.

Torniamo sul personale. In un vecchio racconto di Osvaldo Soriano lo scrittore argentino racconta ad un suo vecchio mister di aver smesso di giocare da attaccante perché ad un certo punto la porta gli si è ristretta. E’ successo anche a te quando è stato il momento di smettere?
“A me più che restringersi la porta ad un certo punto si è allungato il campo (ride) e lì ho capito che le gambe non mi aiutavano più come un tempo, anche perché facevo del movimento una delle mie caratteristiche principali. Ma devo dire la verità, già quando iniziai ero convinto che poi ad un certo punto, verso i 34, 35 anni avrei smesso. E così è stato puntualmente. Che poi io ho iniziato da portiere, per via di mio padre che giocava in porta. È stato uno dei miei primi allenatori, Pio Lena, a farmi notare che avrei potuto fare l’attaccante. In seguito è diventato osservatore, ha lavorato anche per la Lazio, per me è come un secondo padre perché è soprattutto grazie a lui se ho fatto diciott’anni di professionismo”.

Agli attaccanti della SPAL un po’ la porta sembra essersi ristretta, per motivi vari. A livello psicologico quanto è importante fare gol per essere sereni?
“L’attaccante se non fa gol sta male, perché quello è il suo mestiere e viene giudicato per quello. Io non facevo eccezione perché mi rendevo conto che venivo giudicato quasi esclusivamente sulla mia capacità di buttarla dentro, a prescindere dal fatto che magari che mi sbattessi per la squadra. Purtroppo la gente non guarda a questo genere di dettaglio. Ci sono attaccanti che si fanno un mazzo così perché magari glielo chiede l’allenatore, ma se poi non fanno gol vengono criticati. Perché rimane impressa l’occasione sbagliata e non un pressing sul difensore o una sponda per un compagno. Sopportare il peso della critica non è mai facile, perché viene sempre il dubbio che questa possa arrivare dall’allenatore. Anche se ad un allenatore interessa soprattutto che la squadra faccia quello che deve fare, non ha importanza se sui 50 gol di una stagione ne siano stati fatti 25 da uno solo oppure ci sia stata una distribuzione diversa. In casi del genere i giocatori tendono a strafare, perché vogliono assolutamente dimostrare la loro importanza. Ma paradossalmente si rischia di fare anche peggio, perché si possono sbagliare anche le cose più facili. Per cui io dico sempre agli attaccanti di stare tranquilli e fare le cose semplici, perché con quelle i gol arrivano sempre”.

Arrivano e poi magari arrivano pure gli statistici a lasciarli fuori dagli almanacchi.
“(Ride) E’ abbastanza incredibile eh? Anche perché quelli nei playoff valgono molto di più. Quando ero a Sassuolo andammo a giocare una semifinale playoff ad Ancona. 2-2 dopo novanta minuti, quando fischiano un rigore per noi. In quella squadra il rigorista principale era Baldo, un giocatore giovane (classe 1983, ndr), Remondina se l’era portato dietro dalla Canzese che aveva vinto la serie D l’anno prima. Bel centrocampista, che calciava bene. Al momento di andare sul dischetto mi avvicino e gli dico: ‘Lascia fare a me, che tu hai tutta una carriera davanti. Se invece lo sbaglio io non mi cambia niente’. Fortunatamente segnai e andò tutto bene. Fu decisivo, perché poi al ritorno perdemmo 1-0 in casa, ma contavano i gol in trasferta”.

Nel frattempo l’addetto stampa ha fatto spuntare il video di quel vecchio Sassuolo-SPAL grazie alla collaborazione del collega Alessandro Sovrani e dello sterminato archivio di Telestense. Cross da sinistra, difesa schierata male, Diagouraga che guarda in giro e Andreini che la mette dentro di testa alle spalle di Nordi. “Ora mi ricordo. Oh, però non c’è mica stato l’errore del portiere che ho letto dall’altra parte, questo gol qua è tutto mio, guarda il movimento”. Ci fosse stato Roberto Pruzzo lì con noi avrebbe sorriso compiaciuto in direzione del suo giovane allievo.

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