La palestra, la fotografia e l’eredità del numero sei: conosciamo meglio Federico Fontana

La vittoria netta della Krifi Caffè contro la Blueitaly Pineto ha risollevato il morale a tutto lo spogliatoio e dato nuova forza ai granata, che questo week end dovranno affrontare la corazzata di Forlì, terza in classifica. Tra gli attaccanti che hanno preso parte all’ultimo match, Federico Fontana si è distinto per grinta, determinazione e punti segnati. Abbiamo cercato di capire qualcosa di più sul numero 6 estense, ormai al suo terzo anno a Ferrara.

Federico, da cosa nasce la tua passione per la pallavolo?
“Quando ero piccolo mio fratello e mia sorella giocavano a pallavolo: i miei genitori mi portavano a vedere tutte le loro partite, perciò sono cresciuto in palestra. All’epoca ero troppo piccolo per restare sugli spalti a guardare, quindi mi davano un pallone ed io mi mettevo a giocare a calcio contro il muro nella palestra accanto. Alla fine ho scelto la pallavolo perché diventare un calciatore sarebbe stato troppo facile, sarei diventato un campione senza fare troppa fatica! (ride)”.

A quanti anni hai esordito?
“A nove anni, con il minivolley. Giocavo in una squadra femminile… chiamami scemo! Scherzi a parte, la verità è che non esisteva una squadra maschile di bambini della mia età. Con il passare degli anni, affrontare le giovanili a Pavia non è stato comunque facile. In Under 16 ed Under 18 i campionati erano composti da quattro o cinque squadre perché la pallavolo maschile praticamente non esisteva. Ho iniziato ad allenarmi con le squadre di categoria quando avevo dodici anni, per poter crescere tecnicamente”.

Molto più giovane dei ragazzi che oggi riescono a raggiungere le categorie maggiori…
“Sì, ho iniziato presto a fare due allenamenti al giorno. A quattordici anni mi allenavo a Pavia sia con le giovanili che con la serie D. A sedici la mia seconda squadra era Voghera, che giocava in serie B2. Ho continuato ad allenarmi con due squadre fino ai diciotto: un allenamento di pomeriggio ed uno la sera. Mio fratello mi passava a prendere al casello dell’autostrada tornando dai suoi allenamenti, cenavamo all’una di notte ed il giorno dopo andavo a scuola. Era l’unico modo per poter crescere davvero”.

Oggi sei un professionista: cosa ti ha regalato la carriera?
“Ho giocato in tutta Italia. Sono stato tre anni a Segrate, passando dalla serie C alla A2. Poi ho giocato due anni ad Olbia in B1, sfiorando la promozione in entrambe le stagioni. In Sardegna le mie giornate passavano tra la pallavolo ed il mare, si stava proprio bene! Dopo sono stato un anno a Carpi ed uno a Cosenza. Ho girato tanto e mi sono trovato bene ovunque, ma negli ultimi anni ho preferito riavvicinarmi a casa. Per questo tre anni fa ho scelto Ferrara. La società ed il gruppo mi hanno fatto sentire a casa, quindi credo di aver fatto la scelta giusta”.

Parliamo della 4 Torri: come valuteresti il vostro girone di andata?
“Abbiamo perso qualche punto di troppo rispetto alle aspettative di inizio stagione. Non è un alibi, ma i due infortuni di Vanini e Bernard hanno pesato abbastanza. Gli altri ragazzi li hanno sostituiti al meglio delle loro possibilità e sono stati bravi, ma allenarsi e giocare per molto tempo con la rosa titolare incompleta pesa quando poi giochi contro le squadre che stanno lottando per la promozione”.

Se dovessi scegliere la miglior partita della tua carriera, quale sceglieresti?
“La prossima! Ho tanti bei ricordi, ma per poter giocare la miglior partita dovrò continuare ad allenarmi con impegno. Non ha senso pensare di aver giocato la partita perfetta. Giocarla è impossibile: ogni atleta deve fare i conti e convivere con l’errore. Anche in palestra mi arrabbio spesso con i miei compagni: forse a volte pretendo più di quel che si dovrebbe pretendere. Sono fatto così, per essere sicuro nell’affrontare le partite devo sempre allenarmi al massimo, non mi sento mai sicuro, anche tecnicamente”.

Cosa fai nel tempo libero?
“Mi piace la fotografia. Negli ultimi anni ho comprato tutto l’occorrente e quando ho qualche ora libera esco a fotografare. Fotografo qualsiasi cosa, ma mi piacciono in particolare modo i dettagli. Poi a Pavia i miei genitori hanno un negozio di articoli sportivi, perciò quando finisce la stagione e torno a casa cerco di dare una mano”.

Un’ultima domanda. In questi anni hai sempre giocato con il numero sei. C’è un motivo?
“Ho sempre giocato con lo stesso numero. Mio fratello e mia sorella ci giocavano ed io l’ho ereditato. Non l’ho mai voluto cambiare, non ho mai giocato una partita senza il sei. Mi piace, è una questione di famiglia”.

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