Si è ancora in tempo per lottare col coltello tra i denti: basta ricordarsi da dove veniamo

Io mi ricordo quando al Bar Spal arrivarono i primi videogiochi. Si passò da giochi fisici (calcino/flipper/ping-pong), alla maledetta elettronica. Che poi a noi sembrò l’atterraggio di Star Trek, in borgata. Di fronte il tabaccaio/giornalaio/minimarket/ ecc. vendeva ancora le caramelle ed le gomme da masticare sfuse a 10 lire cadauno. Sì, sto parlando di un mondo pazzesco, dove si facevano le battaglie con le fionde, i sassi e le cambrette. Ogni giorno uno di noi andava a casa rotto. Sempre, era una regola. Il primo videogioco che io mi ricordi funzionava a cento lire. Era una specie di tennis ante-litteram. Una manopola tonda, una astina a sezione quadrata, con un movimento solo verticale, ribatteva nel campo avversario l’immagine quadrata di una pallina. La grafica dei video giochi ci toglieva una diottria all’ora, peggio, molto peggio di Postal Market.

Dietro al bancone del bar, uno specchio opaco e sporco di fumo di sigaretta, Zabov, Campari, Vermouth, qualche amaro. Ed in un angolo, prima della sala biliardi, all’interno della sala biliardi, sopra la cassa, nei pressi dell’entrata o dell’uscita (che poi era la stessa porta), il poster della mia squadra, con l’anno di riferimento, 1977-78, o prima, o pure dopo. Una certezza, una delle poche. Un pallone di gomma leggera da 800 lire e null’altro. Tutto questo bastava. Le partite in casa le vedevamo allo stadio Comunale, in curvone, con l’entrata da dietro, scoperta, fitti come l’acqua fangosa ed oleosa del Boicelli. In trasferta, eravamo troppo piccoli, si ascoltavano le radio a transistor, o le radio gialle apribili in due metà. Giocavamo a calcio nel cortile fino ad un minuto prima dell’inizio della partita, trasmessa dalla R.E.I., a mucchi, come dei pescegattini nei maceri, ci immedesimavamo nei nostri paladini. Pezzato, Gibo e Manfrin. Era serie B ed anche C. La serie A era un sogno di noi bambini, gli adulti, i ragazzi più grandi quasi non ci pensavano ad una serie oltre la B. Ma, meno di un anno fa, la mia generazione, quella che ha visto la SPAL in cinque categorie, (se poi contiamo che la serie C è diventata Lega Pro, le categorie diventano sette) ha avuto il privilegio di vivere Terni.

Ora, come al solito non ho ben in mente cosa voglio dire, non ho la competenza per criticare, e poi, perché dovrei farlo? Quella categoria la stiamo giocando. Siamo Ulisse (Nessuno), contro mille ciclopi, siamo Davide contro una valanga di Golia, combattiamo con la fionda contro le bombe atomiche. Pensavamo fosse dura, ma lo è molto di più. I ragazzi in campo a sprazzi tengono testa a delle multinazionali Cinesi, Americane, Italiane. Poi, si siamo inferiori. Abbiamo perso un sacco degli eroi dell’anno scorso, un gradissimo dispiacere, ma cosa possiamo fare? Gli errori: sì, certo, ne abbiamo fatti tutti. Inesperienza, paura… credo che uno psicologo avrebbe da lavorare per dieci ore al giorno. Se fosse ancora al mondo mia zia “toglierebbe” la paura alla squadra con un piattino da caffè e tre gocce d’olio. D’oliva, ovviamente, perché la scienza ha il suo peso.

Certo che siamo una provinciale, ma dobbiamo giocare senza paura, non abbiamo niente da perdere. No, non dico che retrocedere non farebbe male, al cazz! Ma con il coltello in mezzo ai denti possiamo fare grandi cose. Certo, attenzione, un difensoraccio come ero io su un calcio da fermo, punizione o calcio d’angolo, poteva essere denunciato per stupro di centravanti dieci volte a partita. E questo non è colpa del mister, è una regola che vale dalla Fulgor a Wembley. Poi che dire, per chiuderla lì, perché oramai la sindrome di Max Pezzali mi sta soffocando. Citando un grande filosofo della Ovest, all’arrembaggio tigrotti (cit.) Presidente, i punti li dobbiamo cercarli dappertutto, anche in chirurgia (cit.). Credo di avere la febbre, o forse no. E’ solo che è iniziata un’altra settimana ed io sono spallopatico. Forza S.P.A.L.

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