Mike Hall a tutto campo: Volevo essere come Jordan… ora giro l’Italia e mi diverto col Kleb

La Ferrara della palla a spicchi ne ha visti passare di campioni a stelle e strisce: da John Ebeling a Terrell McIntyre, da Harold Jamison ad Andrè Collins e Allan Ray, fino al più recente Kenny Hasbrouck. Adesso, il loro erede del Kleb Basket è certamente Mike Hall, con un passato in NBA e soprattutto in Eurolega, intervistato nel post-allenamento del mercoledì, nel bel mezzo di una settimana che porterà la lanciatissima squadra di coach Bonacina alla trasferta bresciana contro Orzinuovi. Una chiacchierata utile per scoprire alcune curiosità sulla sua vita, i suoi trascorsi, le sue passioni e i suoi obiettivi futuri.

Mike, sei reduce da tre premiazioni di fila come miglior giocatore del mese: hai intenzione di andare avanti così fino alla fine?
“Non mi importa poi più di tanto, veramente. Non guardo ai traguardi individuali, ma a quelli di squadra. Tutti devono essere felici, dobbiamo crescere come gruppo e non solo individualmente. Credo che lo stiamo facendo e i risultati ci stiano dando una mano”.

La squadra si sta divertendo e si vede.
“Sì, per le tante cose che sono successe questo si sta rivelando un anno decisamente interessante, con molte cose che sono già accadute e altre che magari accadranno. Siamo un gruppo di giocatori forti, con una personalità spiccata, passiamo del tempo insieme anche fuori dal campo, usciamo a cena, ci vediamo in centro. E’ un momento in cui siamo cresciuti, in cui tutti credono un po’ di più in quello che fanno”.

La tua carriera e i risultati ottenuti fanno di te uno dei giocatori più esperti. Credi che il tuo ruolo sia anche quello di mettere a proprio agio i più giovani per farli crescere sia dal punto di vista tecnico che motivazionale?
“Certamente, il mio compito quest’anno è anche questo e mi piace che sia così. Perdere le partite per i ragazzi più giovani può essere un po’ più difficile da superare, ma non bisogna mai mollare e con la mia esperienza cerco di farglielo capire. Ogni partita è diversa da quella precedente e va affrontata con il giusto spirito”.

Quando hai cominciato a capire che il basket sarebbe diventato il tuo lavoro e non solo una passione?
“Sono cresciuto a Chicago guardando Michael Jordan e… wow. Qualunque bambino nel mondo ha il sogno di diventare il nuovo MJ, o comunque un giocatore. Ho cominciato a pensare che avrei potuto tentare qualcosa di più serio all’università, ci sono stati momenti difficili, ma ho raggiunto anche grandi soddisfazioni. Ho avuto tanti infortuni, magari trascurati per il troppo amore nei confronti di questo sport. Mi hanno detto ‘Devi stare fermo un po’ per far riposare le ginocchia’ e io ‘Sì sì, mi fermo’ e non mi fermavo. Così il mio fisico ne ha risentito, sono stato uno stupido (ride, ndr). Ma amo giocare a pallacanestro, ho ancora quel fuoco dentro che mi spinge a continuare a migliorare ulteriormente”.

Tra le tue esperienze in Italia, anche due stagioni a Milano (2008-2010): pensi che sia stato il periodo più alto della tua carriera?
“Ho ricordi indelebili di quell’esperienza. L’Olimpia ha una storia incredibile alle spalle, quando giochi per loro ti senti molte responsabilità addosso. Ho avuto la fortuna di assaporare le emozioni dell’Eurolega: è un mondo differente, ogni partita è importante, tanti giocatori sono al livello di alcuni della NBA. Mosca, Belgrado, Atene: sono stati momenti bellissimi che mi hanno impressionato e che porterò sempre con me”.

Ma che differenze vedi tra l’Eurolega e l’NBA? A parte i soldi che girano, chiaramente…
“Sono due sport diversi! La NBA è spettacolo puro, intrattenimento. I tifosi vanno a vedere uno show con delle stelle quasi inarrivabili in campo. Ci sono i giocatori più forti del mondo, ma in Europa giochi per la tua squadra, per la tua città, per i tuoi tifosi. Quando ho giocato contro il Partizan Belgrado ho percepito proprio la voglia incredibile della gente di spingere la squadra verso la vittoria, hanno un amore incondizionato verso i propri colori, arrivano addirittura a intimorirti se non sei dalla loro parte. Eurolega vuol dire battaglia, aggressività, vivere o morire: io preferisco mille volte guardarmi una semifinale di Eurolega piuttosto che un primo turno dei play-off NBA”.

Segui anche altri sport, ovviamente oltre al basket? Ti abbiamo visto al Paolo Mazza in occasione della partita contro il Milan.
“Mi piacciono molto il football americano e il calcio. Se ho visto il Superbowl? Sì, bella partita. E sabato scorso ero allo stadio a vedere SPAL-Milan. Ho trovato un’atmosfera piacevole, sono molto legato alla città di Milano e quindi tifavo per i rossoneri. Andare allo stadio e vedere la gente camminare insieme lungo le vie di Ferrara è stato emozionante, lo sport unisce tutti, ricchi e poveri, più forti e meno forti. È questo il suo scopo, sensibilizzare le persone”.

In carriera hai girato tutto il mondo. Dove collochi la tappa di Ferrara nella tua personale classifica?
“E’ un anno certamente positivo per me, la città è incredibile, uno ha tutto quello che gli serve a portata di mano. Abito in centro e ogni giorno incontro persone che mi chiedono una foto e che mi supportano. Il cibo poi, quello è addirittura fantastico: ho preso cinque chili solo mangiando cappellacci al ragù, mamma mia… ogni volta che posso li mangio! Sarò stato in tutti i ristoranti. Poi fate anche piatti abbondanti. Sì, amo molto la vostra città, sono molto contento di essere qui”.

Sei un ragazzo molto emozionale in campo: qual è il tuo rapporto con gli arbitri? Contro Udine ci ha fatto sorridere vederti imprecare in italiano.
“Per me dentro una partita di basket possono esserci anche alcuni momenti fuori dal comune, come scherzare con gli arbitri o con i tifosi più piccoli. Mi diverte giocare a pallacanestro, ma al tempo stesso uno dei miei obiettivi è far divertire chi spende il proprio denaro per venire a vedermi. L’importante è sempre rispettare ogni ruolo di chi è in campo e non mancare di rispetto a nessuno. Rivolgersi agli arbitri ci sta, ma con educazione”.

Recentemente hai visitato Firenze in totale relax. Ti piace non perdere tempo in videogiochi e simili per dedicarti ad attività più produttive?
“Firenze è una città bellissima, ho cominciato a leggere alcune cose sulla fotografia e sull’arte. Già quando ero a Milano ero ammirato dalla cultura che c’è qui in Italia, non mi piace restare chiuso in casa a guardare la televisione, preferisco muovermi e scoprire posti nuovi. Ci sono moltissime cose interessanti anche in città più piccole e meno conosciute: chiese, musei, monumenti. Ogni momento libero che ho lo utilizzo per andare alla ricerca di cose nuove. Se nel giorno libero mi chiudessi in casa attaccato alla tv o alla playstation avrei la sensazione di aver buttato via del tempo, mi sentirei stupido e in futuro probabilmente avrei grossi rimpianti. Ho tantissime cose da vedere in Italia, poi tutte a portata di treno, come posso sprecare questa occasione?”.

Hai avuto tanti infortuni. Cosa serve per tornare a livelli alti come questi?
“Già dopo il mio primo infortunio un dottore mi disse che forse era meglio smettere con il basket. Ma amo troppo questo sport, è difficile tornare come prima dopo un brutto incidente, devi essere forte soprattutto sul piano mentale. Ora ogni giorno che passa apprezzo sempre di più il fatto di essere un giocatore di pallacanestro, e mi godo questi momenti. Sono fortunato perché mi piace ciò che faccio, non tutti hanno questa opportunità”.

Hai ricordi della Carife Ferrara in Serie A?
“Certo, se non sbaglio avevo giocato pure una bella partita qui, con un tiro da tre che fece vincere la mia squadra. I tifosi ferraresi non la presero granché bene, ma fa parte del gioco (sorride, ndr). Ora invece la gente è contenta di vedermi giocare per questi colori e ciò rende tutto più facile, perché per noi americani è difficile stare tanto tempo lontano dai nostri affetti e dalla nostra terra. Ripeto, sono contento di essere qui a Ferrara”.

Anche perché stai giocando con gente di tutto rispetto. Cosa pensi di Riccardo Cortese?
“Wow, veramente incredibile! Sapevo fosse un giocatore forte, ma ora che mi alleno con lui posso assicurarvi che è come un americano. Salta come un pazzo, attacca, schiaccia. E’ sicuramente uno dei migliori compagni di squadra con cui ho avuto la fortuna di giocare assieme, mi trovo alla grande con lui. Ma non è l’unico elemento di esperienza. Penso a Fantoni, ma anche Panni e Moreno stanno crescendo in fretta”.

A proposito, il giocatore più forte con cui hai giocato in squadra?
“Non ci devo neanche pensare: Gilbert Arenas al tempo dei Washington Wizards in NBA. Era come un videogioco, capace di segnare cinquanta punti senza sudare. Poteva giocare anche con le scarpe slacciate che avrebbe dominato comunque. Da non credere. In Europa, invece, sicuramente David Hawkins è quello che mi ha impressionato di più: non ho mai visto un giocatore come lui, grosso di stazza ma veloce nei movimenti, come una guardia”.

E quello che hai sperato di non incontrare più?
“Devo ammettere che è stato difficilissimo giocare contro Felipe Reyes, centro del Real Madrid. È il tipo di giocatore contro il quale non ti puoi rilassare un secondo perché vive per la lotta. Anche Spanoulis è un campione incredibile, inventa basket. Magari in un momento di tensione della partita vedi tutti i giocatori nervosi, e frenetici. Lui no, lui è lì, calmo, che tira e segna il canestro decisivo. Cosa gli vuoi dire? La sua NBA è l’Europa, chi glielo fa fare di andare negli Stati Uniti che qua è come se fosse il presidente del basket?”.

Secondo te il top della pallacanestro è l’NBA o l’Eurolega ha fatto passi avanti notevoli?
“Domanda a cui non è facile rispondere. Tutti vorrebbero avere i soldi e la notorietà di LeBron James, vivere a Los Angeles con altre 15 milioni di persone, oppure a Miami, Boston. Ma in NBA è tutto intrattenimento, il calore del pubblico è totalmente differente da qua. Quella non è vita reale. In Europa, invece, c’è una cultura sportiva diversa. Non so rispondere, davvero!”.

Hai un giocatore al quale ti sei ispirato in una fase del tuo percorso di crescita?
“Faccio il nome di Quentin Richardson. Abitavamo nella stessa zona a Chicago e ho avuto la fortuna di crescere guardandolo giocare a basket. In NBA è stato a New York, Miami, Phoenix e Los Angeles con i Clippers. Era davvero robusto e difficile da spostare, da lui ho preso la mia attitudine a prendere tanti rimbalzi”.

Tornando al Kleb, dove pensi possa arrivare quest’anno?
“Questa è una domanda a cui un giocatore con poca esperienza darebbe una risposta sbagliata. Posso solo dire che stiamo provando a crescere di settimana in settimana, fare uno step alla volta. Un milione di cose possono ancora accadere, cinque squadre stanno lottando per due posti. Dobbiamo solo cercare di fare meglio, poi vedremo fra un mese dove saremo. Affronteremo squadre tostissime come Treviso e Trieste, dovremo essere pronti a dar battaglia”.

hanno collaborato Costantino Felisatti e Francesco Mattioli

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