Improvvisamente la stampa si scopre scomoda: tutta colpa di un vecchio equivoco

C’è un equivoco di fondo, nel delicato bilanciamento degli interessi di una squadra di calcio, che andrebbe definitivamente spezzato. Ossia l’idea, ben radicata, che la stampa sportiva debba essere una delle componenti allineate con società, squadra e tifosi nell’ottica del raggiungimento di un qualunque obiettivo. Se una di queste componenti si ritrova fuori fase, ecco che parte l’indice accusatore. Sempre in base a quel principio per il quale le parole sono importanti, per chiunque lavori in una squadra di calcio potrebbe essere un’ottima idea evitare di inserire la stampa tra quelli che “devono remare tutti dalla stessa parte” o eventualmente ringraziare a posteriori per averlo fatto. Perché semplicemente non è quello il suo ruolo, né nel calcio, né altrove.

E’ probabilmente da questo equivoco decisivo che nasce il livore mostrato da Walter Mattioli nell’ultima settimana. Nello spazio di cinque giorni ha apostrofato con parole molto pesanti i giornalisti, di fatto accusandoli di essere dei disturbatori e dei mistificatori, e invitandoli a rientrare nei ranghi di un’informazione in linea con le aspettative presidenziali. Come se il compito della categoria fosse quello di assecondare i voleri di qualcuno e omettere alcuni fatti, loro interpretazioni e le relative valutazioni critiche, se necessarie e motivate. In determinate condizioni può diventarlo, ma quando accade di norma è un riflesso dettato dalla paura e dal pericolo. E di sicuro una stampa ammaestrata, intimidita o silenziata non porta alcun beneficio ai lettori (e quindi ai tifosi). Semmai riduce le loro possibilità di maturare un pensiero ampio, articolato, controtendenza se necessario. Una libertà non da poco, anche se spesso drammaticamente sottovalutata.

Per questo più che le parole di Mattioli in sé – che da sempre interpreta il suo ruolo con un certo polso – preoccupa la vena inquisitoria di chi approva e lo incoraggia ad attaccare la stampa come accaduto a Napoli. Come se a creare i problemi principali alla SPAL fosse davvero l’opera di una categoria che ogni giorno, tra regole, divieti, veti e difficoltà di sorta fa del proprio meglio (anche sbagliando, come tutti) per raccontare una realtà che sta a cuore a migliaia di persone. Comprese peraltro le stesse che ne scrivono, che però non devono farsi fregare né dall’emotività né dalla tentazione di fare il compitino in cambio di una parola in più in un’intervista. Altrimenti si farebbe miglior figura a occuparsi d’altro. E se sbaglia, le conseguenze ci sono sempre, soprattutto in termini di credibilità agli occhi del pubblico. Così come esistono gli strumenti – a disposizione di chi si sente danneggiato – per intervenire e ristabilire la verità dei fatti. La delegittimazione generalizzata però non è uno di questi. Soprattutto quando intreccia piani incompatibili. Nella sua reprimenda domenicale Mattioli ha fatto un riferimento esplicito anche alla voce – circolata nel pomeriggio – di un’accesa lite tra lui e Semplici in un hotel di Napoli. Una storia nata chissà dove e rapidamente circolata di telefono in telefono, ma mai – fino a prova contraria – ripresa, riportata o confermata da una testata giornalistica di qualunque tipo. Cosa che non deve stupire, visto che questa professione ha ancora delle regole di carattere etico.

Nessuno degli addetti ai lavori ha mai messo in discussione gli eccezionali risultati conseguiti della SPAL dall’arrivo della proprietà Colombarini, né ha mai espresso dubbi sulla loro serietà, né tanto meno avanzato ombre sul fatto che il loro avvento abbia salvato il calcio professionistico a Ferrara evitando altre umiliazioni. Questi sono dati acquisiti, dei monoliti difficili da sgretolare o spostare. Però la gratitudine, il rispetto e il riconoscimento del valore di quanto fatto non hanno nulla a che vedere con la valutazione del presente. Evidenziare un errore o formulare una critica non implica mettere in discussione quanto già riconosciuto o mancare di rispetto. Nel caso della stampa significa (anche) fare il proprio lavoro, a costo di rendersi antipatici di tanto in tanto. Allargando il campo, è un ragionamento che Mattioli dovrebbe condividere. Non più tardi di mercoledì ha evidenziato che la gratitudine per Semplici rimane intatta, ma dal 30 giugno 2017 è iniziata un’altra storia. Meccaniche dialettiche che fanno parte del gioco, solo che la stampa somiglia più ad un arbitro che ad un giocatore. Ed a meno di facili ironie su un’altra categoria spesso chiacchierata, non ha interesse a condizionare la competizione.

 

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