Gianòn Corelli, una maglia numero otto e un ricordo che viaggia su un Maggiolino

Mentre la SPAL lotta con cuore e grinta per conquistare la salvezza, c’è chi, con qualche ruga in fronte e gli occhi lucidi, ricorda la grande squadra della stagione 1959-1960, quella che si classificò quinta nel campionato di serie A, a quota 36 punti (che oggi, con i tre punti a vittoria, sarebbe una quota salvezza!), a pari merito con Bologna e Padova, dietro le grandi di sempre, la Juventus, vincitrice dello scudetto, la Fiorentina, il Milan e l’Inter. Quel quinto posto rappresenta ovviamente il record assoluto per la società ferrarese e in quella SPAL, la più forte di tutti i tempi, tra i vari Massei, Picchi, Morbello e Novelli, c’era anche un ventitreenne ferrarese col numero otto sulla schiena, Gianni Corelli.

Gianni Corelli, classe 1936, è ricordato per la sua prestanza fisica e per le sue proverbiali stoccate dalla distanza. Scomparso nel maggio 2008 in seguito ad un malore, “Gianòn”, chiamato così per la sua statura imponente, è uno dei personaggi che ha contribuito a scrivere la storia del club ferrarese ed è ricordato con affetto dai tifosi biancazzurri di lungo corso.
Si faceva voler bene da tutti”. Ci dice la moglie di Corelli, Giuliana, un’elegante e simpatica signora che ci fa accomodare nella sala della sua villetta di Cona, piena zeppa di ricordi. “Lui viveva a San Giorgio, è stato mio papà a dirci di trasferirci qui tutti insieme, così potevamo stare più comodi in una casa più grande”. Ci raggiunge dopo qualche istante la figlia, Cristiana Corelli, insegnante di lettere alla scuola secondaria di Masi Torello. E’ stata lei a voler ringraziare, attraverso LoSpallino.com, la famiglia Colombarini, per un regalo consegnatole la settimana scorsa, in occasione della visita della SPAL ai suoi studenti. Così è nata l’opportunità di una passeggiata sul viale dei ricordi, a dieci anni esatti dall’addio al papà.

Tutto è iniziato da qui”, ci racconta la figlia di Gianon, mostrandoci la maglia a righe biancazzurre con il numero otto che Simone Colombarini e la moglie Elisa le hanno regalato: “Questo è il dono delicato e toccante che i Colombarini hanno fatto a me e alla mia famiglia in ricordo di mio padre, in occasione del decennale della sua scomparsa. Ho chiesto io in maniera esplicita che mi venisse consegnato privatamente, perché l’evento con i giocatori era un momento tutto per i ragazzi. Però penso che una gentilezza del genere debba essere resa pubblica. Non volevo essere troppo invadente e ho deciso di rivolgermi a voi per manifestare la mia gratitudine più assoluta nei confronti di queste persone straordinarie, fuori dal comune”.
Cristiana Corelli, che ha conosciuto i Colombarini solo due anni fa, ha un rapporto con la SPAL che va avanti da molto tempo e che inevitabilmente è iniziato con il lavoro del padre. Il DNA spallino è una peculiarità di casa Corelli: “Noi siamo tutti spallini incalliti. Siamo affezionati alla SPAL perché è la squadra della nostra città e perché il sangue biancazzurro che scorreva nelle vene di mio padre probabilmente scorre anche nelle nostre. Papà ha tifato SPAL fino alla fine e ci ha tramandato questa grande passione. Guardiamo le partite tutte le domeniche e quando non possiamo seguire in diretta ci informiamo come possiamo, con tutti i mezzi disponibili, radio, tv, internet, qualsiasi cosa”.

Impossibile non farsi catturare dall’entusiasmo con cui Cristiana ripercorre la carriera del padre, supportata a volte dai suggerimenti della madre Giuliana, pieni di orgoglio e amore per il marito. Cresciuto nel borgo antico di San Giorgio, proprio tra le strade vicine all’antica cattedrale Gianni cominciò a dare i primi calci, a piedi nudi: “Mio padre era figlio di un macellaio, avevano un negozio sul listone di piazza Trento Trieste. In casa non c’erano tanti soldi. Lui infatti giocava a pallone scalzo, ma pur di giocare era disposto a fare qualsiasi cosa. La sua carriera è iniziata dal nulla, in famiglia nessuno era esperto di questo sport. Pensate che una volta che uscì un articolo su mio padre in cui era scritto che ricopriva il ruolo di mezz’ala la mia bisnonna si disperò perché pensava che volesse dire che era troppo magro, la metà di un’ala intera”.
Gianòn infatti “-òn” non lo era mica tanto all’inizio, puntualizza la signora Giuliana: “Era talmente magro che aveva addirittura le orecchie trasparenti”. Meno male ci pensò il presidente Mazza a risolvere la questione: “Mio padre quando iniziò a giocare era gracilino e Mazza gli impose di mangiare carne tutti i giorni. Poi piano piano iniziò ad irrobustirsi e alla fine maturò il fisico da atleta”. Fisico che divenne il suo punto di forza in campo, dove spesso, lo si può notare negli scatti di squadra appesi alle pareti, era il più grande di tutti. Scoperto dal presidente della SPAL in un vivaio di una squadra polesana, Corelli realizzò così il suo sogno più grande, vestire la maglia della sua città: “Mio padre, che all’epoca giocava nel Polesella, venne selezionato da Mazza assieme a qualche altro compagno durante un provino. Al momento della firma del contratto, il presidente si offrì di pagargli anche il biglietto della corriera per il tragitto Polesella-Ferrara, lui ringrazió ma rifiutò l’offerta. C’era stato un fraintendimento: lui abitava a San Giorgio e si muoveva in bicicletta”. Una volta appurato di avere tra le mani un purosangue ferrarese, Mazza fece un mezzo passo indietro, coerente con la sua convinzione che i ferraresi non potessero fare i calciatori, poiché privi per natura del temperamento adatto: “Quando venne a sapere che papà era ferrarese non lo voleva più, poi probabilmente si è ricreduto. Anche se a dirla tutta spesso gli faceva fare da ‘sgargino’, quando c’era qualche commissione da fare mio padre diventava il suo corriere in bicicletta”.

Non trovando spazio a Ferrara in quella prima stagione 1956-1957, Corelli venne mandato a Spezia in C a fare un po’ di gavetta, per poi tornare dopo due anni. L’esordio in serie A avvenne il 20 settembre del 1959 in SPAL-Napoli (3-0) e 51 presenze e 6 reti in due annate gli valsero un biglietto da Ferrara proprio con destinazione Napoli: “Lì avvenne la sua consacrazione. Quelli furono anni molto belli per lui. L’apice lo raggiunse ovviamente con la vittoria della Coppa Italia, nonostante il destino abbia voluto che la squadra da battere fosse proprio la sua amatissima SPAL”. Eh sì, perché in quella stagione il Napoli, che allora militava in serie B, sconfisse la SPAL super favorita nella finale di Coppa Italia, record che nessun’altra squadra di cadetteria ha mai eguagliato. Oltre il danno la beffa, destino volle che a segnare nel Napoli fu l’unico giocatore che non avrebbe mai voluto fare un torto alla sua SPAL e che le tolse così l’occasione di aggiudicarsi un trofeo. Corelli peraltrò sbaglio anche un rigore nel match dell’Olimpico. Il suo destro venne respinto da Patregnani: “Quell’episodio ce l’ha raccontato tante volte. Era un uomo estremamente leale, non sarebbe mai sceso a compromessi. Lui in quel momento era un calciatore del Napoli e da professionista aveva il dovere di dare il massimo per la squadra in cui giocava, che lo aveva voluto e lo pagava per svolgere il suo mestiere. In tanti ce lo rinfacciano ancora (ride, ndr). Ma lui non si sarebbe fatto comprare da nessuno. Non avrebbe mai voluto incontrare la SPAL in quella finale, ma una volta che il destino era segnato non si sarebbe mai tirato indietro per nessun motivo”.

E se in tanti spallini non perdono l’occasione di citare quella finale a Cristiana e ai suoi due fratelli, a casa Corelli, precisamente nel garage, c’è un trofeo particolare che mantiene vivissimo il ricordo: “Quella famosa partita ha fruttato un Maggiolino Volkswagen a cui mio padre era molto affezionato, lo custodiamo come un cimelio. Glielo regalò il presidente del Napoli Achille Lauro come premio per quel gol. E’ ancora funzionante ed è diventato a tutti gli effetti un’auto d’epoca, oltre a un ricordo di famiglia a cui siamo tutti molto legati”.

Dopo quattro anni con la casacca azzurra, con 105 presenze e 23 gol, Corelli proseguì in un lungo viaggio: giocò nel Mantova, nella Ternana e nel Foligno e proprio in Umbria nel 1970 iniziò la carriera di allenatore, che lo portò al sud (Crotone, Barletta, Teramo), poi a La Spezia, Mantova, Parma, Giulianova, dove conquistò la promozione in C1 nel 1980, a Suzzara e infine a Pescara. Ma non sentì mai la lontananza dalla sua famiglia, perché Cristiana e i fratelli, ovviamente con mamma Giuliana in prima linea, lo seguirono in tutti i sui spostamenti su e giù per l’Italia: “Siamo stati una famiglia di girovaghi, la mamma era sempre con le valigie pronte. Abbiamo vissuto degli anni particolari, abbiamo avuto la fortuna di entrare in contatto e conoscere realtà diverse e questo tipo di vita ha formato il nostro carattere. La nostra domenica era il lunedì. Il primo giorno della settimana era quello in cui si usciva a cena e si stava tutti insieme, il sabato era una giornata di passione sportiva, la domenica di angoscia. Poi dal martedì iniziava di nuovo la solita routine di allenamenti. È stato un papà speciale, particolarissimo. A volte ingombrante, perché per il lavoro che faceva lo conoscevano tutti, però sapeva gestire tutto molto bene: quando tornava a casa alla sera lasciava il lavoro fuori dalla porta e si concedeva al 100% alla sua famiglia. Che le cose andassero bene o male non importava, tornava sempre da noi con il sorriso e ci trasmetteva serenità”.
Poi arrivò la pensione, anche se Gianni non smise mai di occuparsi di calcio, specialmente della sua SPAL, discutendone le vicende da opinionista televisivo e seguendola allo stadio. Per poi dedicarsi nel tempo libero alla sua seconda grande passione, il gioco delle bocce: “Sicuramente aveva delle doti fisiche particolari, perché ogni sport gli riusciva bene. Le bocce per lui erano una valvola di sfogo, una grande passione che gli era stata trasmessa dal padre e dal fratello. Ma la SPAL è sempre stata il suo pensiero fisso. Una volta andato in pensione, mio padre ha fatto l’osservatore di giovani per alcune grandi società di serie A, ma il suo cuore ha sempre battuto per i colori biancazzurri. Spesso lo chiamavano a Telestense come opinionista e lui non si è mai tirato indietro, nemmeno per criticare l’operato della dirigenza. Le sue erano critiche appassionate e costruttive, non aveva mai l’intenzione di demolire gli altri, ma dava consigli per spronare. Diceva sempre che se avesse vinto al Totocalcio avrebbe comprato lui la SPAL, che a quei tempi stava vivendo una brutta situazione societaria”.

Anche perché gli stipendi dei calciatori di una volta non avevano niente a che vedere con le cifre del calcio moderno. Allora erano le persone, non i personaggi, a fare la differenza: “Papà era molto emotivo, prima delle partite spesso stava male e dava di stomaco. Poi entrava in campo e passava tutto. I suoi ricordi più belli erano legati alle partite con i grandi campioni di serie A. Amava raccontarci il lato umano delle persone, non i numeri sul campo da calcio. Come quel giorno che portò a casa di nonna Elena Dino Zoff per fargli assaggiare il suo celebre spezzatino. Oppure come la volta in cui assieme a Rivera, Mazzola e alcuni altri giocatori fondò il sindacato dei calciatori”.

Quando si parla di pallone ai giorni nostri non è raro sentire parole dure e di valori che sono andati perduti. Forse la SPAL è così simpatica a tutti perché è genuina, un po’ rustica, una Cenerentola che a volte può sembrare ingenua, ma che non vuole farsi mettere i piedi in testa: “Al tempo di mio padre si sentiva molto di più l’attaccamento alla maglia, oggi è difficile trovare giocatori disposti a diventare delle bandiere per una città, oppure se esistono sono pochissimi. Nella famiglia Colombarini ho riscontrato proprio la genuinità del calcio dei tempi passati. Sono persone di una modestia fuori dal comune, altruiste, concrete e vere. E come faceva mio papà, quando danno la loro parola la mantengono fino alla fine. L’acquisizione della SPAL da parte loro non è stata dettata dalla voglia di mettersi in mostra, ma è stato un tributo alla città di Ferrara e al nostro calcio. Una società è grande quando ricorda il proprio passato, le proprie radici. Con delicatezza e garbo hanno ricordato il mio papà e per questo sarò loro sempre riconoscente”.

 

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