Colorati, appassionati: una curva e una domenica così valgono bene una notte in bianco

Senza sofferenza non c’è spallinità. Io che trasfertista non sono, quando vado, come domenica, sento la partita in maniera patologica. Il sabato notte, con la figlia maggiore in discoteca e poi a dormire da un’ amica e la partita dell’indomani… per dormire mi ci sarebbe voluto una torta alla melatonina. All’una e quindici guardo per la prima volta l’orologio, poi sentito il “rintocco” di ogni mezz’ora fino alla luce del mattino. Zainetto con sciarpe ed impermeabile, panini con la porchetta al supermercato del paese e la giornata può cominciare. L’Atlantic il ritrovo. Pur con le poche trasferte obliterate nella mia mezz’età, ogni passo, ogni sguardo, ogni abbraccio mi è familiare. Una famiglia oltre la famiglia, la vogli di esserci, la voglia di essere ciò che siamo sempre stati. Noi. L’equipaggio conta i 4/6 della magnifica sconfitta di Terni. Il dottore come sempre è in ritardo, lo apostrofo al telefono per stimolargli l’adrenalina. Si stipa l’Opel, zainetti pressati nel baule, i due aste infilati di lato ai seggiolini e finalmente si parte. La variante di valico non ci spaventa, sembra di essere in super strada per i 7 lidi a luglio, si sentono le esse e le elle uscire dalle vetture in transito. Firenze sud arriva in un attimo, ci incolonniamo.

I meglio informati parlano di un parcheggio a qualche chilometro dallo stadio, da dove dovrebbero partire le navette per il Franchi. Non lo troviamo e parcheggiamo a quattro metri dalla recinzione dello stadio. Entriamo da un pertugio ed i soliti coloriti commenti, espressione della ferraresità ci accompagnano nel tragitto. Il Franchi è vecchiotto, le arcate delle scale di accesso denotano lo stile neo classico del 1935. Il nostro settore è diviso da una parete di plexiglass, male, rischiamo di essere fuori tempo coi cori, ma fa niente. Qualche ragazzo, non proprio “a piombo” ci saluta dalla curva Ferrovia, ricambiamo la cortesia, consapevoli che la legge Basaglia ha aperto le porte dei manicomi. Fischio di inizio, si balla, in campo e in curva.

Scambio di “saluti” con i tifosi della Fiorentina, ma poi tutto lo stadio applaude un coro per Astori. Come sospettavo siamo un po’ fuori tempo ed un settore canta più dell’altro, occorrerebbe il maestro Peppe Vessicchio nel nostro settore, ma ci accontentiamo di Pance. Comunque siamo belli e pieni di coraggio, come i nostri ragazzi in campo, siamo rimaneggiati, incerottati ed acciaccati ma azzanniamo gli stinchi dei viola. Everton si nutre di tibie e peroni, quando gli portano il brodo, lui butta i cappelletti e mangia le ossa. Una diga. Vitale sembra sempre avere giocato in categoria. Alex in porta in pochi minuti costruisce un muro di mattoni intonacato e tutti i tentativi della Viola gli rimbalzano contro. Nulla scalfisce la Maginot biancoazzurra. Si infortuna Pippo a fine primo tempo, entra Mattiello e si infortuna pure lui: sfiga atomica. Entra Eros, boato, la curva canta “ci siam fatti di Eros, Eros, Eros, ci siam fatti di Eros, Eros Schiavon”. Il nostro paladino si invola sulla fascia come ai bei tempi, lo strattonano, cade due metri dopo, fa niente, si ritorna a coprire. Arriviamo al limite e non tiriamo mai. Chissà perché?

I minuti passano e la nostra impresa arriva al termine, fermiamo la striscia di vittorie della Fiorentina, usciamo da casa di Artemio con un bel punto e siamo ancora lì a galla. Inaffondabili. Prima di uscire decantiamo come gli asparagi per oltre un’ora, qualcuno si spazientisce, la maggioranza se la racconta e canta. Felici. Imbocchiamo la via del ritorno, consapevoli della nostra forza. Siamo un’anomalia, bellissima, gioia e apprensione per una squadra che è la nostra storia, racconta la nostra infanzia, adolescenza, maturità e poi prosegue. La storia di una comunità, che si rispecchia dei colori di una maglia, bellissima, inarrivabile. La maglia della SPAL e noi siamo orgogliosi di esserne tifosi.

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