Interrogazioni di fine anno. Cinque domande a Matteo Rossi, allenatore della U16

Un altro anno di duro lavoro sta per andare in archivio anche sul fronte del settore giovanile. Per fare il punto sulla stagione delle varie selezioni biancazzurre abbiamo deciso di incontrare tutti i rispettivi allenatori per fare con loro il punto attraverso cinque domande chiave.
Nella prima puntata abbiamo incontrato Marcello Cottafava, tecnico della Primavera.
Nella seconda abbiamo interpellato Fabio Perinelli, guida della Under 17.

Oggi è la volta di Matteo Rossi, allenatore della selezione Under 16.

Mister, dovesse trovare un titolo o anche solo un aggettivo per la stagione appena trascorsa, quale sarebbe?
“Costanza è una parola che mi piace. Il gruppo s’è riconfermato anche quest’anno dopo il buon campionato di un anno fa. Magari potevamo fare qualcosa di più, ma diciamo che i ragazzi hanno dato continuità alle buone cose messe in mostra nella stagione scorsa. Quest’anno abbiamo fatto un campionato molto più regolare, con solo il rammarico di aver perso qualche ragazzo per infortunio, ma com’è normale che sia nessuno può giocare sempre al top. Abbiamo avuto momenti positivi e altri meno, ma la continuità nel lavoro svolto sia dai ragazzi che dal mio staff è sempre rimasta altissima. Di questo possiamo andarne fieri”.

Qual è stato l’insegnamento più importante che sente d’aver trasmesso alla squadra?
“Spero veramente di avergli trasmesso la passione per questo gioco e la convinzione di non lasciare mai nulla al caso. Questi ragazzi fanno parte di un settore giovanile di serie A ed hanno un’occasione da giocarsi che non capita tutti i giorni. Spero di avergli trasmesso la mentalità del lavoro, ma allo stesso tempo del divertimento, impegnarsi al massimo sempre e non lasciare nulla di intentato. Non è facile trasmettere a tutti quello che vuoi insegnare, spero che i ragazzi l’abbiano recepito appieno e ne facciano tesoro per il loro futuro”.

In quale aspetto invece i ragazzi potevano fare meglio?
“Si potevano fare meglio tante cose, ma quello che non deve mancare è la quotidianità, un fattore che non deve mai essere scontato. Ho la ferma convinzione che nel settore giovanile l’allenamento sia troppo più importante della partita in sé, la quale ti fa solo capire a che punto è il tuo periodo di apprendimento e cosa ti manca ancora da fare. Il ragazzo si forma veramente durante la settimana, poi nella partita confronta il proprio lavoro con altri. La gente si sofferma troppo sul risultato. Non dico che non sia importante, sarei un ipocrita, ma a questo livello ci vuole tanta pazienza, una parola che nel mondo del calcio trova poco spazio”.

Qual è stata la soddisfazione più grande della stagione?
“La cosa bella di questo mestiere è il fatto che si possano mettere in fila diversi motivi di soddisfazione. Vedere la squadra che migliora, vedere il singolo stesso che fa progressi: sono ottimi modi per ripagare il lavoro svolto durante tutta la settimana. Alla fine il nostro obiettivo è creare dei giocatori che di conseguenza faranno migliorare globalmente la squadra in cui giocano. Se riusciamo a farne arrivare uno in prima squadra, soprattutto ora che la SPAL è in serie A, allora vorrà dire che avremo fatto bene. Non scelgo una partita o un episodio come motivo d’orgoglio più grande, rimarrei più sul generale guardando quello che si lascia ai ragazzi in prospettiva futura”.

C’è qualcuno nel suo gruppo che ha il potenziale per arrivare in prima squadra?
“A mio parere questo è un gruppo che ha delle qualità e negli ultimi due anni credo l’abbia dimostrato. L’anno scorso, quando abbiamo affrontato per la prima volta i campionati nazionali, ci siamo comportati bene e quest’anno ci siamo confermati secondo le aspettative. Affronti delle realtà importanti che consentono di migliorarsi giorno dopo giorno. Sinceramente non so se c’è qualcuno che potrà giocare in serie A, so che ci sono dei giocatori con grandi qualità e starà a loro metterle in mostra nel corso del tempo. Io ho giocato nei professionisti, ma alla fine ho capito una cosa: l’unico che deve credere nelle tue qualità sei tu stesso, e basta. Se aspetti che sia qualcun altro a crederci e a darti fiducia allora non andrai da nessuna parte. Penso che il calcio comunque non sia solo la serie A, ed iniziare da un settore giovanile a costruire ragazzi per squadre di serie B o C può essere un buon punto di partenza”.

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