L’ultimo saluto a Gibì si trasforma in una rimpatriata biancazzurra nel segno del mister

“Sono venuto al mondo senza niente e me ne vado lasciando nient’altro che amore. Tutto il resto l’ho solo preso in prestito”. La traduzione di questi versi scritti (e messi in musica) dall’artista inglese Mike Skinner probabilmente è la miglior sintesi possibile per descrivere la cerimonia di addio a Gibì Fabbri. Sotto un tendone a due passi dalla chiesetta di Chiesuol del Fosso si sono radunate circa settecento persone per l’ultimo saluto al mister. Poco importa che i loro volti fossero noti o meno, o che si trattasse di addetti ai lavori o di semplici di tifosi: tutti erano lì perché con Gibì hanno condiviso l’amore per il calcio, la SPAL e la vita. Lo si è capito dagli occhi lucidi di tanti dei suoi “ragazzi”, soprattutto quelli della promozione in serie B del 1992. Quelli di Roberto Labardi per esempio. Uno che ha saputo spiegare bene che tipo di legame avesse Giovan Battista Fabbri con i suoi ex giocatori: “La moglie mi diceva sempre che Gibì rimaneva sorpreso del bene che gli volevo, e dopo ogni mia visita le diceva: ‘Ma guarda quel ragazzo lì che mi viene a trovare anche se l’ho messo tante volta in panchina’, e si commuoveva per questo”.
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E’ evidente come con Fabbri i limiti di calcio e affetti personali fossero spessi indistinguibili, ammesso esistessero formalmente. Non è un caso che tutti, da Reja a Delneri, da Servidei a Mangoni, nei pensieri affidati ai taccuini dei cronisti abbiano usato parole come “Gioco”, “Spensieratezza”, “Allegria”, “Amicizia” e “Affetto”. Perché non solo Gibì aveva un talento speciale come allenatore, ma sapeva anche farsi voler bene e creare un sano spirito di gruppo. Uno spirito di comunanza che andava oltre i muri dello spogliatoio e raggiungeva anche gli spalti. Un tifoso, uno dei tanti fuori dal rovente Pala Nobis, ha detto ad un altro: “Mi ricordo di aver abbracciato Gibì a Siena e di avergli detto: ‘Grazie Gibì’. Lui mi rispose: ‘Ma cosa dici, siamo noi a dover ringraziare voi'”.
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L’ironia che ha accompagnato Gibì Fabbri in tutta la sua vita ha fatto sì che il suo funerale diventasse una sincera rimpatriata in cui ritrovarsi e rievocare ricordi più o meno vecchi, in cui i sorrisi non sono sembrati affatto sconvenienti. Tanto che lo stesso don Umberto Poli, nella sua eulogia, non ha rinunciato ad alcune battute di spirito per raccontare il suo rapporto con il Gibì parrocchiano di Chiesuol del Fosso. Poco lontano dall’altare c’erano i gonfaloni del Comune di Ferrara, del Vicenza Calcio, del Bologna, oltre alla bandiera della SPAL retta da sei ragazzi del settore giovanile. Su un lato del tendone le foto delle tappe del percorso calcistico di Gibì, appena fuori i gagliardetti di tutte le squadre in cui ha militato e una foto di Gibì ai tempi del Lanerossi Vicenza. Nel piazzale, ad aspettarlo dopo la funzione, i ragazzi della Curva Ovest. Che hanno fatto salire a gran voce gli stessi cori con cui lo portarono in trionfo nei giorni più belli. Da qualche parte Gibì, magari adagiato sul suo proverbiale stellone, avrà sicuramente apprezzato.
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