Giampaolo Ceramicola sarà uno dei tanti ex della sfida di venerdì sera al ‘Moccagatta’ di Alessandria: oltre a lui, infatti, ci saranno il portiere Poluzzi, il difensore Sirri, i centrocampisti Valentini e Caciagli e l’attaccante Marconi che, nelle ultime stagioni, hanno militato tra Giacomense e Spal; a questi vanno aggiunti il diesse Menegatti e, naturalmente, l’allenatore Egidio Notaristefano.
Con i suoi 50 anni da compiere il prossimo 10 aprile, l’ex capitano di tante battaglie sul campo con il suo Lecce, continua la sua avventura da ‘secondo’ al fianco dell’amico Egidio, oggi in Piemonte. Romagnolo tosto, di grande carisma e personalità, è lui la guida e l’anima più profonda delle squadre di Notaristefano, l’artefice di quello che si chiama ‘spogliatoio’ che, a fine anno, se tutto va bene, porta sempre qualche punto in più. Spesso decisivo.
“Il mister li mette in campo – dice Ceramicola – io mi occupo del lavoro sporco, faccio del gran teatro in mezzo a loro, del casino, perché io sono fatto così. Mi piace occuparmi di loro, se hanno problemi sanno che devono venire da me e ci penso io. Egidio deve stare tranquillo”.
Dopo Ferrara un’esperienza più complicata del previsto mentre era a Carpi, colpa della vita che, a volte, ti mette a dura prova. Ceramicola, pur minimizzando come è nel suo stile, racconta il suo 2011. Un anno da cancellare e non solo per l’esonero patito 9 mesi prima nella ‘fatal Pagani’ e mai del tutto digerito: “Era l’11-11 del 2011 – racconta Giampaolo, per tutti Paolo – mi avevano dato tre mesi di vita”. Per il fido scudiero di Notaristefano, una moglie e due figli di 24 e 21 anni, inizia così un’altra partita, quella più difficile. Quella con la vita.

Giampaolo Ceramicola, molto più di un semplice uomo ‘ombra’ alla corte di Egidio Notaristefano.
“Io e il mister ci completiamo a vicenda: lui, da fuori, sembra sempre mogio, addirittura triste per chi non lo conosce. In realtà è una persona splendida, difficile da trovare in un mondo di figli di buona donna come è quello del calcio. Lui è una persona che riflette molto, che si arrovella per le cose, per i dettagli. Quanto pensa quell’uomo! E’ la sua maniera, spesso, per difendersi da un ambiente effimero, che conosce benissimo tra l’altro, che sa darti molto, ma che può levarti tutto da un momento all’altro. Anche se siamo stati giocatori di A non è facile lo stesso. Lui tende a chiudersi molto, si tiene tutto dentro. Io ormai lo conosco bene: dal modo in cui parcheggia la macchina il martedì so già come devo prenderlo e che settimana sarà. Io sono l’esatto opposto: qui li faccio ridere tutti, è il mio modo di fare, non mi sono mai preso sul serio ma, soprattutto, se devo mandare qualcuno in quel posto ci metto due secondi. Poi, diventiamo anche amici, però io sono così, un istintivo”.

Ad Alessandria come ti trovi?
“Quando sono arrivato l’anno scorso ho detto: “Ecco perché vi hanno messo una maglia grigia addosso, siete proprio grigi dentro, voi, di natura!”. Una tristezza infinita (ride)! Non è stato facile, ci è mancato quel maledetto rigore, sacrosanto, che non ci hanno fischiato contro il Venezia. Avevamo preso un filotto mica da ridere, se andavamo ai Play-off non so come sarebbe andata a finire. La cosa bella è che qui il mister lo adorano, da giocatore ha fatto cose importanti, gode di molta stima e verso di lui c’è un profondo senso di riconoscenza. Non è poco”.CERAMICOLA2

E poi?
“E poi, in estate, abbiamo fatto piazza pulita perché il gruppo non rispondeva più alle esigenze e al progetto che avevamo in mente. La società ci ha sostenuto in tutto e per tutto ed è inutile che ci nascondiamo: l’Alessandria è uno squadra che, in teoria, deve solo vincere: qui c’è la stessa passione di Ferrara, lo stesso desiderio di tornare nel calcio che conta. Pensa l’attaccamento che c’è verso questi colori: anche la vecchietta di 80 anni, per strada, ti riconosce e ti incita durante la settimana. I giocatori stessi sono riconosciuti, tutti, dal primo all’ultimo: ‘I Grigi’ sono più di una squadra di calcio, sono passione, una fede, una religione quasi. Rispetto a Ferrara le pressioni sono quintuplicate”.

Che ambiente troverà la Spal?
“Infuocato. C’è molta attesa e le ultime due vittorie hanno fatto alzare di parecchio l’autostima di questi ragazzi. Il tifo è particolarmente caloroso, le aspettative tante. Non è sufficiente arrivare nelle 8 qui, è importante arrivare nelle prime 2, 3 al massimo, altrimenti falliamo. Non è un caso se la società ha deciso di non puntare sui contributi della Lega per l’età media. Stiamo bene, davvero, la Spal incontrerà forse la miglior Alessandria di sempre e sono convinto che giocheremo una grandissima partita”.

E la tua partita, invece, quella contro il male del Secolo?
“Il ‘malaccio’ l’abbiamo mandato a casa, ha perso anche lui. Anche se me la sono vista davvero brutta”.

Era l’11 novembre del 2011 e…
“E, dopo un controllo, mi hanno detto che avrei fatto fatica ad arrivare all’anno dopo. Mi diagnosticarono un tumore al colon abbastanza diffuso che difficilmente avrei sconfitto: mi rimanevano 3 mesi di vita”.

Racconta.
“La prima cosa che ho pensato era che dovevo lasciare Egidio per un po’, lasciare il calcio, il campo, i giocatori, la mia vita. Eravamo a Carpi in quel periodo. Ho pensato ai miei figli, a mia moglie che, logicamente, l’ha presa malissimo. Non che avessi molto tempo per pensare, in realtà: sono subito andato a Faenza da un luminare del campo e, tre mesi dopo, il 12 di gennaio, mi hanno tolto più di 1 metro di intestino, il colon, l’ileo. Tanta roba. Una settimana dopo l’operazione, con il mio bel ‘sacchettino’ da una parte che mi son portato dietro fino all’estate (la deviazione del retto all’esterno, ndr), stavo già raccogliendo i palloni. Con fatica sì, ma sempre con il sorriso. Sono una bestia, lo dicono anche i dottori. Ma non potevo stare fuori. A luglio altra operazione, via il sacchetto, ho fatto i miei cicli di chemioterapia che, per fortuna, non mi hanno mai creato fastidi particolari e, a parte un periodo in cui pesavo si e no 70 kg, sono tornato come nuovo. Un grazie particolare lo devo al cane di mia figlia, a Chuk: è una cane che russa come pochi, è stata la terapia più importante, quella che mi ha fatto meglio di tutte le medicine. Adesso ho i miei normali controlli da fare, ogni 3 mesi. Il peggio, però, è alle spalle”.

Giochi ancora le partitelle in mezzo alla difesa?
“Sono ingrassato come un bisonte,  colpa delle cure, sono 90 kg oggi. Però, quando c’è da ‘sfoltire’ la rosa mi butto nel mezzo e vado dritto come un treno come quando ero a Ferrara”.

Ferrara e la Spal, un ultimo pensiero di quel periodo.
“Mi ricordo quando Egidio mi ha chiesto di seguirlo. Non ci vedevamo da anni, ci sentivamo poco, erano soprattutto le mogli che erano rimaste in contatto. Mi chiamò a mezzanotte, pensa te se è un uomo normale questo (ride)! Fuori dal casello di Ferrara nord, in 5 minuti appena, sembrava che non ci fossimo lasciati mai. Iniziò così il nostro percorso alla Spal: un lavoro, purtroppo, lasciato a metà. Un qualcosa di incompiuto che abbiamo dovuto interrompere perché nel calcio, si sa, chi paga è sempre uno, mai undici, è troppo complicato. Più facile mandare via il mister, meno prendersela con una rosa di venti giocatori. Ferrara? Città splendida, tifo da categoria superiore. Qualche incomprensione ma anche amicizie, vere, che proseguono anche oggi, fuori dal mondo del calcio.

Alessandria-Spal: come finirà?
Nessuna rivincita ma una certezza: venerdì vinciamo noi. Siamo in un momento invidiabile, non solo fisico, ma soprattutto mentale. La Spal da sabato in poi, sono sicuro, farà un bel campionato”.



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