Quando la gente inizia a pensare che tutto sommato si stava meglio quando si stava peggio, significa che qualcosa nella macchina del progresso si è decisamente inceppato. Il calcio a certi livelli ha smesso da tempo di essere solo un gioco, ma lo rimane pur sempre nei suoi presupposti. Va da sé che non si possono trascurare gli enormi interessi in gioco, la posta in palio e, di conseguenza, la pressione del dover raggiungere il risultato per forza, però la deriva ipertecnologica che sta prendendo lo sport più seguito al mondo sta facendo a pezzi l’idea stessa del tifo, del sostegno popolare, delle emozioni più spontanee che derivano dall’assistere a uno spettacolo.

Il VAR, così com’è applicato oggi, ha aumentato enormemente la distanza tra la sala dei bottoni e il pubblico. E ormai c’è nulla di più frustrante di rimanere lì, sui gradoni o su un seggiolino, in attesa di capire cosa diavolo stiano rivedendo gli arbitri nello stanzino con i monitor o cosa si stiano raccontando tramite gli auricolari che li connettono tra loro. Non è solo uno spettacolo in differita – con relativo rinvio di un’esultanza – ma anche un’ingiustizia vera e propria per chiunque si trovi lì e viene privato del significato di una decisione, delicata o meno che sia. Tutto questo non può che generare rabbia, frustrazione e nella migliore delle ipotesi tristezza. La tristezza di un calcio fatto di linee e proiezioni, distanze millimetriche misurabili con il calibro, raffinate, precise e fredde come il ghiaccio.

Che il calcio possa essere ricondotto a una sola questione geometrica (e non la geometria degli schemi di gioco o di una traiettoria di un pallone) fa abbastanza ridere (per non piangere). Ma se deve essere così, almeno ci aiutino. Alla prima stagionale ci regalino un sussidiario per ripassare i concetti di parallelismo e perpendicolarità e così saremo un tantino più preparati. O almeno si facesse uno sforzo di trasparenza, scegliendo una volta per tutte di mostrare sul maxischermo l’esito di una revisione (con le relative immagini utilizzate al VAR) e conseguente spiegazione dell’arbitro attraverso gli altoparlanti dello stadio. Perché quest’aura di mistero, inaccessibilità e incomprensibilità sta creando un’ansia da VAR mai vista prima. Saranno mica quei 5 minuti in più per le spiegazioni a cambiare la domenica della gente? O solo chi è davanti a una tv ha il diritto di farsi un’idea più o meno precisa della ragione che ha impedito di festeggiare un gol?

La battaglia avviata domenica scorsa dalla curva Ovest può sembrare una di quelle battaglie di retroguardia tipiche del calcio italiano, ma così non è. Finalmente c’è un pubblico che si è ribellato a questa metamorfosi e con la civiltà ha fatto capire che così non va. Che si paga un biglietto per vivere delle emozioni e si vorrebbe in cambio il minimo sindacale di rispetto da parte di chi governa il gioco. Che è venato di interessi, sì, ma è pur sempre fatto della passione delle persone. Protestare serve, soprattutto quando è il momento di far risuonare un messaggio: così non va, rendete più umana e meno robotica questa procedura. Per il bene di tutti. Non spacciate una forma diversa di discrezionalità per pura oggettività, perché non è così. E se lo sostenete, ci state prendendo in giro.

Se nel caso del gol di Valoti e del successivo rigore assegnato per fallo di Felipe su Chiesa il protocollo è stato applicato per filo e per segno (pur danneggiando la SPAL), in quello relativo al fuorigioco di Petagna entra una componente discrezionale enorme. L’attaccante biancazzurro è indiscutibilmente al di là della linea doriana (sempre per quella storia delle linee) nel momento in cui Kurtic impatta la palla, ma non è affatto oggettivo che impedisca a Bereszyński di saltare e contrastare Floccari (che parte metri indietro) nel suo stacco di testa. L’interpretazione soggettiva non la si potrà mai eliminare, almeno che non si sostituisca l’arbitro con un robot vero e proprio. L’essere umano, per natura, sbaglia; c’è poco da fare. Ma è tendenzialmente corretto pensare che si riesca ad arrivare ad un metro di giudizio il più possibile omogeneo. Ferrara e la SPAL hanno fatto da cavie a questo complicato processo di avanzamento tecnologico e procedurale. Tendenzialmente ne avremmo abbastanza.



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