Partiamo da un’evidenza. Per Gianfranco Bozzao i giornalisti facevano parte della categoria di “quelli che non capiscono un c****“. Del calcio, ma probabilmente anche di tutto il resto. E quindi nel giorno in cui si è costretti a scrivere il suo epitaffio – è mancato nella mattinata di venerdì al Sant’Anna – scappa un po’ da ridere, anche se il cuore è come avvolto da una coperta di tristezza. Perché il Bozza, con quella sua ironia che a volte sconfinava in un’intelligente perfidia, lo puoi ricordare con i richiami biografici e i numeri della sua carriera (li si può trovare facilmente) oppure lo puoi raccontare per il personaggio straordinario che è stato.

Uno che ha vissuto il calcio ai massimi livelli (204 in serie A, per dire), ma non si è accontentato di stare semplicemente lì e raccontarlo a chi è venuto dopo. Tutt’altro. Dopo aver smesso ha insegnato, ha viaggiato, ha osservato, ha studiato, ha preso appunti su appunti. Se ha avuto un rimpianto, probabilmente è stato quello di non aver avuto altro tempo per spiegare, correggere, far conoscere. Casa sua era un archivio di libri, fogli, e file accuratamente messi in ordine su un pc. Palate di conoscenza calcistica che custodiva con fervore quasi mistico, ma che era anche disposto a condividere con chiunque avesse davvero voglia di capire cosa succede quando un pallone rotola su un campo.

Non era facile sorprenderlo, a maggior ragione dopo tutto quello che gli era capitato di vedere in sessant’anni e passa di calcio. Quelli che lo hanno visto giocare raccontano che le ali destre dell’epoca avevano sempre più di qualche problema quando lo affrontavano. Perché era veloce, scaltro, solido. E il Bozza se ne vantava: “Lo svedese della Fiorentina… Hamrin. Contro di me non hai mai toccato palla“. Esagerava, chiaro, ma sapeva di poterselo permettere. Tanto chi poteva contraddirlo? Un trentenne che quell’epoca là se la può solo immaginare? Figurati. Però rimase sorpreso quando nell’estate del 2017 gli chiesi di tenere dei seminari di formazione per tutto lo staff de LoSpallino.com. “Perché mi stai chiedendo una roba del genere? – rispose con un certo sospetto – nessuno in tutta la vita mi ha mai chiesto di fare questo per dei giornalisti“. Risposi che volevamo imparare il più possibile, per migliorarci e scrivere cose più sensate. Fu impressionato da questo slancio, ma come ogni difensore che si rispetti, recuperò la posizione: “Partiamo dal presupposto che voi scrivete le cose senza capire un c**** di quello che guardate“. Partimmo per l’appunto da lì. Con tutto il suo scetticismo, ma anche il suo orgoglio di vedere dei ragazzi che volevano imparare da lui. Come quando li allenava sul campo trent’anni prima. Ci incontrammo, parlammo, discutemmo. Guardando filmati, analizzando schemi (guai a parlare di moduli… guai!), evocando movimenti e schemi di gioco. Ci prendemmo dei rimproveri, perché in confronto a lui eravamo inevitabilmente delle capre. E tutto era infarcito di riferimenti spesso oscuri per la generazione che aveva di fronte, che andavano dall’epico all’esilarante.

Mi ricordo quando dovevo marcare Jair dell’Inter. Per un difensore come me era sempre un problema. Andava via come una scheggia, sembrava lo lanciassero in campo con la fionda. Piccoletto e per di più scuro di pelle: nelle partite in cui c’era la nebbia non sapevi mai dov’era e te lo trovavi dietro alle spalle senza neanche accorgertene. E se era lì di norma voleva dire che non lo prendevi più“.

Sai come facevamo una volta con gli attaccanti forti? Alla prima azione gli andavi vicino e gli dicevi: ‘Ho un coltello nei calzettoni, se passi ancora per di qua te lo ficco a quell’altezza lì‘” e mimava una pugnalata al costato.

Sono stato un anno solo alla Juve, ma stare là era come stare al militare. Non faceva per me“.

dall’archivio della famiglia Pasetti: Bozzao con Gigi Pasetti e Giovanni Galeone

I successivi acciacchi gli impedirono di continuare, ma non ci perdemmo di vista. Ci si incontrava in via Copparo, o dalle parti dello stadio (abitava poco lontano), oppure ci si sentiva al telefono. Chiamata, risposta, qualche secondo di silenzio e poi l’annuncio solenne: “Sono Bozzao“. Prima domanda standard: “Hai guardato la partita di ieri?“. Quindi via ad un trattato tecnico-tattico non inferiore ai 15 minuti, perché di roba da spiegare ce n’era sempre parecchia e i giornalisti – è risaputo – hanno la testa dura. “Sei giovane, quindi devi studiare. Leggi, aggiornati, lascia perdere quello che dicono in tv. Lì sentirai solo delle c******”. Non era mica facile con lui. Perché aveva il sano gusto della provocazione ed era il suo divertimento. Poteva farti domande-trabocchetto, o mettere in discussione anche le tue più elementari capacità di comprensione del gioco. Poteva anche scapparti di dargli del vecchio str****, ma era uno di quelli che se glielo dicevi – se mai trovavi il coraggio di dirglielo – ti rispondeva con un “grazie“, perché avevi avuto le palle per farlo. Era schietto e apprezzava chi aveva il coraggio di esserlo al suo livello. Anche da anziano era il Tigre e si riservava di ruggire, ma senza mordere. Era provocatorio e salace, ma mai aggressivo e fuori dalle righe. Per quanto se lo potesse permettere, non se la tirava per niente. Semplicemente sapeva di cosa stava parlando.

Nell’ultima telefonata, neanche un mesetto fa, ci trovammo in disaccordo su un paio di cose (tipico) ma chiudemmo la conversazione ridendo assieme. Mi piace pensare di essere riuscito a convincerlo che ci sono giornalisti in grado di capire qualcosina di più di un c****. Che se poi scoprisse che gli ho scritto l’epitaffio, senz’altro avrebbe delle obiezioni da fare e delle considerazioni da aggiungere. Magari tengo lì il telefono ancora un po’, si sa mai che succeda per davvero.



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