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Qualche appunto sparso, a mente fredda, sul deludente pareggio interno contro il Perugia, segnato pesantemente dalle controversie arbitrali.

L’insondabilità del VAR (e del regolamento)

Nel postpartita in sala stampa uno sprezzante Fabrizio Castori ha definito giusto l’annullamento del gol della SPAL, aggiungendo che anche il Perugia aveva almeno un paio di ragioni per lamentarsi nei confronti dell’arbitro. Poi ha ingaggiato un furioso dibattito sull’aritmetica con un collega ospite. Non sorprende che l’allenatore avversario veda i fatti da un’altra prospettiva. Sorprende invece riguardare e riguardare l’azione del potenziale 2-1 di Maistro e poi leggere le linee guida dell’IFAB (International Football Association Board) sui tocchi di mano e braccio. Nell’ultimo aggiornamento l’ente regolatore del gioco del calcio dice che il fallo di mano è tale se: 1) il giocatore tocca deliberatamente la palla con la mano/braccio, ad esempio muovendo la mano/braccio verso la palla; 2) tocca la palla con la mano/braccio quando ha reso il suo corpo più grande in modo innaturale. Si considera che un giocatore abbia ingrandito in modo innaturale il proprio corpo quando la posizione della mano/del braccio non è una conseguenza o non è giustificabile dal movimento del corpo del giocatore per quella specifica situazione. Se gli arbitri fossero tenuti a spiegare le proprie decisioni più controverse – come sarebbe giusto – Manganiello avrebbe dovuto dire che tipo di interpretazione ha fornito a questa regola.

Sì, era comunque stata una prestazione scadente

Già un minuto dopo la partita c’era già qualcuno col ditino alzato: “la SPAL comunque non meritava di vincere, a prescindere dal gol annullato“. Ohibò, che analisi illuminante. Peccato che nel calcio – più che negli altri sport – si possa vincere anche giocando malissimo e irritando il proprio pubblico per larga parte del tempo. Ed è quello che la SPAL aveva fatto, mettendo in campo una buona mezz’ora dopo 60 minuti quasi imbarazzanti. Quasi una replica di SPAL-Crotone del 2022, con Rossi che salva il salvabile. Stavolta l’ex azzurro non ha messo la firma sul tabellino ma ha comunque alzato il livello proprio quando era richiesto farlo. Con la forza della disperazione la partita era stata praticamente vinta dopo aver sofferto orrendamente: dice bene Castori che avrebbe meritato il Perugia, perché alla fine le occasioni migliori le ha avute la sua squadra. Ma non le ha sfruttate. Mentre la SPAL era riuscita eccezionalmente a costruire una bella manovra fatta di caparbietà (Moncini), intelligenza (Fetfatzidis+Prati) e talento (Maistro). Questo abbiamo capito della SPAL di oggi: è una squadra che gioca quasi sempre malissimo, ma ogni tanto trova invenzioni di qualità.

Zanellato e La Mantia, nemici pubblici

Viene spontaneo pensare che se Oddo avesse delle alternative valide (e purtroppo non le ha) risparmierebbe il campo a questi due ragazzi nelle ultime tre partite. O come minimo potrebbe farlo nell’ultima in casa (SPAL-Parma, sabato 13 maggio) per evitare i fischi. Perché ogni loro movimento, ogni loro azione, ogni loro smorfia viene accompagnata da disapprovazione se non proprio da aperto disprezzo. Buona parte della responsabilità è loro e si spera ne siano consapevoli, perché nella seconda parte di stagione il loro rendimento si è inabissato in fondali oscuri. Agli allenatori piace dire che i fischi portano altri fischi e bisognerebbe sostenere i giocatori in difficoltà. Qui è stato fatto finché si è potuto. Probabilmente è qualcosa di stupido, ma viene naturale pensare che a Zanellato sarebbe stato perdonato qualcosa in più se non avesse scelto la maglia numero dieci. Perché nel corso degli anni è stata portata da giocatori straordinari e amatissimi, per ultimo Sergio Floccari. Aver dichiarato poco tempo fa di ambire alla serie A lo ha ulteriormente esposto al ridicolo in tempi di forca da social media. A La Mantia invece erano state affidate aspettative enormi e non solo dal punto di vista realizzativo. Doveva essere l’uomo della riscossa, del ritorno all’attacco. È diventato un corpo pesante con un volto continuamente triste. La delusione nei suoi confronti sta in gran parte lì, al di là delle possibili attenuanti.

Con un pubblico così fa ancora più male

Domenica al Paolo Mazza c’erano oltre 11mila spettatori. Tolti gli ospiti (519) si arrivava a 10.641 persone presenti solo per tifare SPAL. 600 in più rispetto alla partita col Brescia, solo 130 in meno al dato fatto registrare per SPAL-Genoa di ottobre (10.771 senza contare gli ospiti). Insomma con un migliaio di persone in più sarebbe stato record assoluto di affluenza stagionale. Tutta questa gente per una squadra penultima in classifica, che ha pochi giocatori in grado di suscitare simpatia e identificazione, che ha fallito tutti gli appuntamenti fondamentali davanti ai propri tifosi. Il boato al gol di Maistro era stata roba da giorni belli. Per questo l’annullamento fa così male, per questo oggi ci si sente moralmente retrocessi. Perché un momento di esaltazione e speranza è stato trasformato in ingiustizia o in qualcosa che gli assomiglia tantissimo. Resta da capire se questo episodio deprimerà ulteriormente un gruppo fragile e ansioso o se gli darà quella motivazione in più per tentare di modificare il corso degli eventi. Qualcosa si può ancora fare, ma con tutte le premesse che conosciamo è più questione di fede che di ragione.

I risultati delle altre dicono una cosa che sapevamo già

Il Cittadella che va prendersi un punto a Bari segnando nel finale; il Brescia che non sbaglia la partita della vita col Cosenza reduce da una lunga serie positiva; il Benevento che strappa un punto a testa altissima al Parma. I percorsi di tutte queste squadre dimostrano come minimo una cosa: in serie B non si parte mai sconfitti, come invece accade spesso al piano di sopra. Invece la SPAL ha dato spesso questa sensazione, di non credere minimamente in sé stessa, anche quando i valori erano simili. E si torna a un tema più volte trattato, sollevato anche da Nainggolan in settimana: il peccato più grave di chi ha assemblato questa squadra è quello di aver clamorosamente sopravvalutato la sua capacità di reazione alle avversità. La SPAL semplicemente non ce l’ha. Ha un’ansia che la porta ogni tanto ad avere un sussulto, quello dell’istinto alla sopravvivenza, ma la capacità di costruire un percorso di crescita proprio le manca.



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