foto Cristiano Pedriali

Da un fallimento a un altro. Poco meno di un anno fa la città di Ferrara viveva l’umiliazione della cancellazione dal professionismo calcistico per mano di Joe Tacopina, oggi viene eliminata dai playoff nazionali di Eccellenza per manifesta inferiorità sul campo. Questo ha detto il doppio confronto contro una coriacea Santegidiese, che nella gara di ritorno ha semplicemente surclassato i biancazzurri sotto ogni punto di vista. Un epilogo tutt’altro che inaspettato se si guarda al percorso compiuto da agosto in poi.

Con questa eliminazione non c’entra la storica allergia della SPAL ai playoff e c’entrano solo in parte le attenuanti degli evidenti torti arbitrali della partita d’andata e della sanguinosa assenza di Senigagliesi nelle due sfide di fine maggio. C’è un quadro più ampio e desolante da esaminare. La Ars et Labor, intesa come società, ha mancato l’obiettivo minimo in ogni modo possibile e ora si ritrova di fronte alla prospettiva di un secondo campionato consecutivo al QUINTO LIVELLO del calcio italiano. Con tutto ciò che questo comporta in termini di disaffezione, perdita di prestigio e ricadute economiche negative per l’intera comunità.

Le ambizioni sbandierate al momento dell’insediamento dalla proprietà argentina hanno fatto ben presto i conti con la testa dura dei fatti e con l’ambiguità del ruolo dei “consulenti” (Pierpaolo Triulzi e Giuseppe Piraino) ai quali è stata delegata buona parte dei punti essenziali del progetto di ripartenza. Non si vince automaticamente grazie a una maglia biancazzurra, uno stadio e ad una tifoseria da serie A. Non si vince nemmeno mettendo sotto contratto giocatori assistiti da amici senza capire che ogni campionato ha i suo riferimenti, le sue regole non scritte, i suoi valori che derivano da un certo tipo di storicità.

La squadra allestita – da due ds da subito in contrapposizione – non era sufficientemente forte e completa (se non a parole) per imporsi nel proprio girone regionale ed è stata affidata inizialmente a un allenatore che, per stessa ammissione a bocca stretta di tanti diretti interessati dalle parti di via Copparo, era sprovvisto delle caratteristiche ideali per sbaragliare la concorrenza, almeno in questo determinato contesto. La correzione della guida tecnica è arrivata con colpevole ritardo e non è stata sufficiente per mettere la proverbiale pezza, né attraverso la Coppa Italia né sugli altri fronti, nonostante la generosità degli sforzi profusi da Parlato e dal gruppo che aveva a disposizione. Salire di categoria con queste promesse sarebbe stato un sollievo, non un traguardo.

Parlato ha lavorato bene, ma è altrettanto vero che quando questa squadra ha incontrato avversari più quadrati e comparabili per profilo tecnico non ha mai dato l’impressione di poter prevalere. Era successo col Nibbiano&Valtidone nella finale di coppa regionale, si è ripetuto contro una Santegidiese fatta di veri e propri giocatori professionisti proprio come i loro avversari in questo playoff. Giocatori che si allenano come tali e ragionano come tali, a differenza dei tanti dopolavoristi (senza alcuna offesa per loro) sovrastati in giro per l’Emilia-Romagna come se fosse qualcosa di eccezionale e da celebrare. Già le condizioni di partenza somigliavano a un vantaggio indebito e non è bastato nemmeno quello per chiudere ogni discorso a inizio maggio. Un dettaglio che rende questa stagione ancora più desolante. Soprattutto se si guarda agli almanacchi e alle altre ripartenze di piazze storiche. In genere il canovaccio è sempre fatto da: campionato vinto, ripartenza, entusiasmo, slancio. Qui è diventato l’esatto contrario: fatica, delusione, svuotamento, ulteriore incertezza.

Ora con quale credibilità questa proprietà e questa dirigenza si presenteranno davanti alla tifoseria dopo aver mancato l’obiettivo minimo che loro stessi avevano promesso di fronte al sindaco della città? Probabilmente si proverà a guadagnare tempo parlando di speranze di ripescaggio (che sembrano assai scarse regolamenti alla mano), ma anche se questo dovesse accadere cambierebbe qualcosa nel concreto? Ci sarebbe la fiducia, per il pubblico, per fare l’abbonamento e mettersi di nuovo in cammino per tentare di tornare in quella serie C che dovrebbe essere il minimo per quella che è la storia della SPAL? L’alternativa è accettare che il passato è tale e oggi Ferrara offre questo. Le persone a disposizione dell’Ars et Labor offrono questo. Mediocrità, prese per i fondelli dai tifosi di realtà di paese, oblio sportivo del tipo “Che fine ha fatto la SPAL?”. Ci sarà già da ora chi avrà la forza di parlare di gironi, di avversarie future, di allenatori o giocatori dai quali ripartire e roba così. Auguri a chi ci riesce senza provare un fortissimo senso di nausea e sconforto.

Non c’è nemmeno il bisogno di invocare piazze pulite nello spogliatoio: tutti i giocatori con legittime ambizioni da categorie superiori (per primi Dall’Ara, Mazza, Cozzari, Senigagliesi) saluteranno. Agli altri non converrebbe rimanere qui col marchio della sconfitta, altrimenti lo farebbero a loro rischio e pericolo. Altro anno zero. Dal deserto del giugno 2025 a quello del giugno 2026, con le gambe ancora più affondate nella sabbia della tristezza e della sfiducia.

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