Massimo Solieri e Davide Cremonini hanno ricevuto da Marco Aventi il compito di gestire il gruppo di ragazzi del settore giovanile che sta alla base… dell’attività di base. Abbiamo voluto capire meglio la loro storia e cosa significa gestire l’Under 10/Under 9 dopo i turbolenti mesi di ripartenza della Ars et Labor.
Siete contenti del fatto che, anche se in ritardo, siete riusciti a ripartire con i campionati del settore giovanile?
Solieri: “Io sono molto contento, e come ho detto a tanti miei colleghi e amici, c’è da ringraziare solo Michele Borghi e Marco Aventi che hanno, in pochissimo tempo, fatto qualcosa di straordinario. Io sono rimasto molto volentieri e, nonostante abiti abbastanza lontano, sono molto felice di essere qui. È una ripartenza e, come tutte le ripartenze, ci vuole un po’ di sacrificio, però non mi spaventa niente”.
Cremonini: “Siamo rimasti perché volevamo stare qui. Fino a metà luglio non si sapeva esattamente come andasse a finire, però sia io sia Massimo abbiamo deciso di aspettare perché volevamo stare a Ferrara. Nessuno di noi voleva andarsene”.
Com’è il rapporto con i genitori dei ragazzi?
S: “Il rapporto con i genitori è bellissimo. Sono nove anni che lavoro alla SPAL e c’è sempre stata sintonia. Chi viene a Ferrara impara velocemente quelle 2/3 regole che devono condividere sia i genitori sia i bambini e ci sono stati veramente pochi casi di ragazzi che hanno sgarrato. La società è chiara. Non è una scuola dell’obbligo, alla SPAL vieni scelto e di conseguenza bisogna stare alle regole, che poi sono regole di vita quotidiana. Una volta che queste regole vengono comprese il rapporto diventa veramente bello. Tutti gli anni, nel periodo prima di Natale, noi dello staff facciamo un colloquio con tutti i genitori nel quale parliamo non di calcio, ma di eventuali problematiche extra calcistiche come la scuola, il mister e la società”.
C: “Come per i bambini, anche per i genitori c’è un periodo di adattamento per capire dove sono, perché qui è richiesta una tipologia di comportamento sia dentro il campo sia fuori. Anche per chi sta a bordo campo o sugli spalti. Dobbiamo farci riconoscere: i genitori non devono urlare e fare confusione. È anche vero che il rapporto con il genitore, nelle nostre categorie che sono basse, è abbastanza facilitato. I bambini sono in una fase di gioco in cui non c’è una squadra titolare e la squadra di riserva. Giocano tutti, a rotazione, e si evitano quelle problematiche, ossia la competitività, che verranno fuori dopo”.
I ragazzi, a quest’età, vi vedono un po’ come una figura di riferimento per la loro crescita?
S: “I ragazzi ci vedono come fratello, nonno o amicone, perché quando vengono qui sanno che si divertono. I genitori sono quelli che gli dicono di studiare, di comportarsi bene, di essere ordinati mentre noi sì, gli diamo delle regole, però stravedono per noi perché li facciamo giocare allo sport più bello del mondo”.
C: “È giusto giusto che i bimbi riconoscano la nostra figura, che è comunque una figura superiore. Ci deve essere sempre rispetto reciproco. È anche vero, però, che sono comunque dei bambini e quindi cerchi di coinvolgerli facendoli divertire. Ci si affeziona talmente tanto che, alle cene di fine anno, si finisce in pianti generali; questo significa che si è instaurato un buon rapporto sia col bambino che con la famiglia”.
Quali sono le prime cose che ci tenete a dire ai vostri ragazzi?
S: “Passiamo i primi 15 giorni a dare suggerimenti extra-calcio: mantenere lo spogliatoio in ordine, mettere la borsa sopra la panca, le borracce tutte uguali e non avere le scarpe slacciate. Noi gli insegniamo l’ordine, la disciplina e il saluto appena entri e prima di uscire. Poi, ovviamente, ci alleniamo. Da quest’anno i bambini hanno il loro pallone individuale, cioè ogni bambino si porta a casa il suo pallone con il proprio nome e ad ogni allenamento devono portarlo. Non c’è mai un bambino che se lo dimentica. Sono responsabili del loro materiale e questo li aiuta ad organizzarsi nella vita. Non c’è nessuno che gli dice cosa devono fare: questo facilita noi e fa crescere loro”.
C: “L’ordine che gli si dà fuori dal campo viene riportato anche in campo. Se tu hai una squadra disordinata, che fa rumore nello spogliatoio e che non rispetta le regole farà lo stesso in campo”.
Come si svolgono gli allenamenti durante la settimana quali sono gli esercizi su cui puntate maggiormente?
S: ” Noi abbiamo un gruppo di 26 bimbi e siamo in tre allenatori: io, Davide (ndr. Cremonini) e un altro ragazzo, Francesco Proto. Per organizzare l’allenamento ci suddividiamo sempre in tre gruppi: ogni gruppo fa la parte tecnica, la parte coordinativa, la parte del gioco e poi ci si ruota. La maggior parte dell’attività è sotto forma di gioco per farli divertire.”
C: “Tutte le proposte che vengono fatte anche dal punto di vista coordinativo, tecnico o situazionale vengono proposte sotto forma di gioco perché questo è l’unico modo che hanno per crescere veramente. Io, quest’anno, mi sono dato come obiettivo principale la sperimentazione, voglio sperimentare, fare cose che magari gli altri anni trascuravo perché comunque si affrontavano campionati diversi. Quest’anno, secondo me, si respira un’aria più di leggera, anche se con i bambini dovrebbe essere sempre così, ma non è scontato”.
Quali sono, secondo voi, le qualità più importanti per un bambino di quest’età?
S: “Non guardiamo soltanto il lato tecnico, ma anche quello umano. Parliamo di bambini svegli e assolutamente educati. La società guarda prima il talento del bambino, oltre a tutti gli aspetti caratteriali, piuttosto che la sua fisicità”.
C: “Per noi l’aspetto cognitivo è il più importante. Bisogna puntare sui bambini reattivi, furbi e curiosi perché sono loro quelli che in prospettiva possono crescere. Se trovi il bambino che vuole provare e sperimentare allora ci puoi veramente lavorare, gli puoi far fare quello che vuoi. Altri arrivano già con dei preconcetti secondo cui devono fare determinate cose e, secondo me, sono un po’ più limitati”.
Vi trovate bene insieme? Com’è il vostro rapporto?
C: “Ci inseguiamo da cinque anni. Abbiamo sempre avuto il desiderio di poter lavorare insieme. Ogni anno, per vari motivi, non abbiamo trovato le combinazioni giuste per farlo fino alla scorsa estate. C’è grande fiducia fra di noi, ci conosciamo da un po’ di anni. Non è solo una questione di tecnica ma è proprio una questione di rapporto umano. C’è massima fiducia tra di noi e questo viene percepito anche dei bambini in campo”.
S: “Se dai fiducia a chi lavora con te, penso che ti dia tanto. C’è proprio un bellissimo rapporto tra di noi, forse anche perché siamo coetanei, parliamo un po’ la stessa lingua e vediamo il calcio e la vita allo stesso modo”.
Percepite ancora quel fascino, nei bambini, di indossare la maglia della SPAL?
C: “I bambini che sono rimasti dopo il fallimento dell’anno scorso sono rimasti perché sono della SPAL, loro sono innamorati di giocare con la maglia biancazzurra. Sono tutti bambini che vanno in curva, hanno tutti l’abbonamento, l’attaccamento che hanno per questi colori per questa maglia è indescrivibile. La SPAL non è solo un nome, è una famiglia”.
S: “Anche tanti bambini che vengono da fuori Ferrara percepiscono questa magia dovuta, forse, ai suoi colori, allo stadio, alla storia che ha alle sue spalle. Anche io che sono di Modena sono diventato spallino”.
Questi ragazzi rappresentano un po’ il futuro della SPAL: voi come ve lo immaginate?
C: “Io sono ottimista per natura e dunque mi auguro che, nel più breve tempo possibile, si ritorni da dove si è venuti. Lo spero anche per i bambini, per le loro famiglie e per la città.”
S: “Se io penso che questi bambini saranno il futuro della SPAL sono tranquillo, sereno e gioioso. La città è meravigliosa, i tifosi sono accanto alla squadra, anche se è scesa di categoria, e i bambini sono entusiasti; ci sono tutti i presupposti per fare bene. L’ottimismo è il sale della vita”.


