La SPAL, formalmente Ars et Labor Ferrara, non riesce a trovare pace e per la settima stagione consecutiva, a prescindere dalla categoria, non riesce a concludere il campionato con lo stesso allenatore con cui l’aveva cominciata. Come da consuetudine vecchia quanto il calcio stesso è toccato a Stefano Di Benedetto pagare il conto principale di una stagione finora ampiamente sotto le aspettative della squadra a lui affidata. Ma come accade nella maggior parte dei casi non è esclusivamente sull’allenatore che possono ricadere le responsabilità di un percorso che era stato prefigurato come vincente e che invece ora presenta incognite che possono cambiare completamente la traiettoria della nuova SPAL.
Non è il caso di girarci attorno più di tanto: Di Benedetto lascia l’ambiente biancazzurro come uno dei tecnici più pesantemente contestati degli ultimi venticinque anni. Un livello di ostilità tale da parte del pubblico non si vedeva dai tempi di Oscar Brevi (2014/2015) e prima ancora forse dai tempi di Giuliano Sonzogni (2003/2004). I risultati non corrispondenti agli obiettivi stagionali e il gioco visto solo a tratti (a essere benevoli) sono solo due degli elementi che hanno fatto precipitare il suo indice di gradimento già nel mese di novembre, dopo il punto in due partite contro Pietracuta e Sant’Agostino.

Ma anche la sua capacità di gestire la comunicazione è stata come minimo carente ed è finita col pesare. Sia in campo (con le varie squalifiche per proteste) sia fuori (con le dichiarazioni ai media) Di Benedetto ha trasmesso soprattutto rigidità, nervosismo, scarsa capacità di connettersi in modo autentico con quella che doveva essere la sua nuova casa. Preso com’era dal tentare di realizzare la sua visione calcistica – chiuso nel perimetro del centro G.B. Fabbri – è sembrato quasi scordarsi che avvicinarsi alla gente è uno degli elementi fondamentali per creare quell’armonia che ormai dieci anni fa aveva reso possibile risollevare una città calcisticamente depressa dopo aver scontato un anno (fallimentare) in serie D. Di Benedetto ha rivendicato la sua natura di lavoratore instancabile e di professionista serio: nessuno gliela vuole negare. Ma essere l’allenatore della SPAL significa dover rendere conto a un pubblico che non può e non vuole accontentarsi del duro lavoro, chiede i risultati che ne devono derivare. Soprattutto se il progetto conclamato – per non dire sbandierato – è quello di arrivare davanti agli altri. E stare per cinque giornate consecutive a guardare la targa al Mezzolara non è primeggiare. Non è neanche lottare per farlo. È un fallimento sportivo conclamato, a maggior ragione in un campionato di dilettanti in cui ci si è presentati da professionisti.

Di Benedetto però è stato messo in una posizione estremamente scomoda da una società sconclusionata, che ha voluto giocare con regole proprie a un gioco che ne prevedeva altre. Quasi a complicarsi volontariamente la vita. Finora la storia della SPAL argentino-palermitana è quella di una realtà in cui le risorse umane del territorio sono la seconda scelta, almeno per le posizioni-chiave. Si è voluta installare una struttura di persone di fiducia prive di una qualunque conoscenza del nuovo contesto. Scelta che ci può stare se il mare non è in tempesta, ma non proprio l’ideale in una città devastata da un’esperienza come quella vissuta con Tacopina. Un ambiente sfiduciato e depresso, che chiedeva a gran voce di tornare identificarsi nella propria squadra. Ma come si fa a identificarsi in gente che non si conosce e che a conti fatti nemmeno vuole farsi conoscere? Per mettere la classica mano di vernice non era sufficiente incastrare Antenucci in un organigramma in cui non era contemplato fin dal principio. Ben presto s’è capito che quella sarebbe stata una forzatura, con errori e incomprensioni da entrambe le parti.

La dirigenza poi si è dimostrata troppo ancorata alle proprie idee e poco sensibile all’aria che tirava fuori dalle mura di via Copparo. Ha voluto insistere su Di Benedetto per via del suo legame a doppio filo con la proprietà, nella speranza che trovasse la soluzione ai tanti problemi, non necessariamente creati da lui stesso. Invece la situazione s’è aggravata ed è stato sprecato tempo prezioso.
Al tempo stesso non è un mistero che fin dal principio Di Benedetto non fosse neanche lontanamente nella lista degli allenatori Antenucci aveva in mente per il rilancio della SPAL. Così come è difficile pensare che lo stesso Sandro Federico (nel frattempo impegnato alla Clodiense) avesse come prima scelta il tecnico di Palermo. Non a caso al momento di valutare il sostituto è andato su un profilo più compatibile con le esigenze della società. Solo che rischia d’essere troppo tardi, a meno che l’assunzione di responsabilità non comporti anche il rafforzamento di un organico che non è il più forte del girone. Ci si presenta come tali, ma solo per nomi, trascorsi di carriera e con tutta probabilità misura degli ingaggi. Peccato che la somma delle parti nello sport (ma anche in altri ambiti) non costituisca il tutto. I dirigenti sportivi delle nobili decadute di norma dicono che la regola per riemergere dal sottoscala dei campionati minori è principalmente una: fare una squadra di 22 titolari dello stesso livello. Quanto visto finora dimostra che questo assunto non si può applicare alla rosa che ora è nelle mani di Carmine Parlato. Il nuovo allenatore dovrà fare di necessità virtù per tentare di rincorrere il Mezzolara o riceverà adeguati rinforzi? Il fatto che al suo fianco ci siano gli stessi collaboratori di Di Benedetto e nessuna figura nuova non lascia pensare con particolare trasporto alla seconda delle due ipotesi.

A Di Benedetto non si può certo dare la colpa di aver accettato un’opportunità irripetibile per qualcuno col suo curriculum, fatto soprattutto di esperienze nel calcio giovanile professionistico: riportare la SPAL in cima a una classifica, anche se d’Eccellenza. Riempire per quanto possibile un “Paolo Mazza” che solo tre mesi prima del suo ingaggio aveva raccolto quasi 11mila spettatori per spazzare via la spocchia del Milan Futuro. Nei panni di Di Benedetto tutti avrebbero voluto sentire quel genere di boati dopo un gol, sentirsi ringraziare per aver ridato dignità a una maglia sempre più calpestata e derisa. Ma le cose sono andate in direzione opposta. Perché a volte bisogna semplificare prima ancora di complicare. Nel giorno della sua presentazione ufficiale aveva detto: “Ho sempre avuto due grandi obiettivi: migliorare i calciatori a mia disposizione e dare un’identità chiara alla squadra”. Se qualcuno sia migliorato in questi mesi andrebbe chiesto ai diretti interessati, ma l’identità, purtroppo non s’è mai vista. Rimane invece il ricordo di una squadra con poche idee, aggrappata alle giocate di quei tre o quattro giocatori davvero di talento. Troppo poco per pensare di continuare.








