Sovvertire l’ordine, creare il caos: gli anni del Gruppo d’Azione raccontati dai protagonisti

Un antidoto contro l’ipocrisia. Un’assunzione di responsabilità. Il racconto di un legame fraterno. La sensazione che si ha quando dallo stadio Paolo Mazza si raggiunge il chiosco MacMurphy per la presentazione del libro di Alessandro Casolari e Filippo Landini dedicato al Gruppo d’Azione è quella di essere di fronte a un gruppo vasto di persone unite da qualcosa di profondo, anche ora che il tempo è passato, ora che molti allo stadio non ci entrano più e quasi nulla di quello che c’era è rimasto uguale. In quegli stessi giardini della Mutua che furono il teatro di molte delle vicende narrate nel libro, si vedono i ragazzi di allora, le compagnie di sempre insieme a qualche ragazzo più giovane, la birra, il fumo e la musica. Si vede qua e là un vessillo biancazzurro, qualche maglietta della Curva Ovest. Ma con la storia del Gruppo d’Azione il calcio c’entra poco, pochissimo.

Perché questa è soprattutto la storia di un gruppo di ragazzi che volevano fare casino. Una “tribù metropolitana” che voleva “sovvertire l’ordine, creare il caos” e la cui attività non si limitava certo allo spazio della curva, ma dilagava in vari punti di una città addormentata, Ferrara, scossa suo malgrado da quell’ondata di violenza apparentemente immotivata. Al racconto di questa come di ogni violenza, si può reagire in due modi: con l’indignazione sterile da anime belle o con la curiosità che permette di scoprirne le origini. E se si sceglie questo secondo atteggiamento, ci si trova di fronte a una vicenda carica di significati per quello che stiamo vivendo ora. Il Gruppo d’Azione nasce nel mezzo degli anni Ottanta, quando i movimenti anticapitalisti e di liberazione del decennio precedente erano stati sedati e la restaurazione era compiuta, per la gioia di ogni potere costituito. È allora impossibile non vedere nella violenza ultrà una continuazione di quella protesta libertaria, che ora avviene come confusa e generica ribellione all’autorità, creazione e diffusione del caos, tra scazzottate con gli altri “gruppi metropolitani” (“elegantoni” e simili), gli ultras avversari o le forze dell’ordine, ma che punta non a caso a uscire dallo stadio e riprendersi le piazze e le città, gli spazi pubblici.
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In più, lo dice bene Sergio Fortini mentre presenta con passione il libro, in quegli anni si assiste per la prima volta alla rottura del patto tra calcio giocato e spettatori, a tutto vantaggio del dio della televisione. Rottura completata solo in anni più recenti, con il calcio ora del tutto asservito alla pay-tv. Questo passaggio è alle origini delle violenze da stadio, di quelle di allora e di quelle di oggi: se la partita la si può vedere comodamente e meglio da casa, allora allo stadio non ci si va più per vedere la partita, ma per fare altro. Il tifo diventa uno dei pochi motivi aggreganti in mezzo al delirio pubblicitario del nuovo capitalismo, tra la Thatcher e Reagan, i diritti al minimo, l’individuo consumatore sfruttato e atomizzato. Il tifo diventa però anche uno dei pochi sfoghi, una violenza uguale e contraria a quella perpetrata dal potere sulla gente.

Dal novembre del 1986 in occasione di Padova-Spal, quando il Gruppo d’Azione nasce come frangia della Gioventù Estense (“la mamma Gioventù”), ispirandosi inoltre al precedente Nutty Boys, lo striscione del Gruppo d’Azione accompagnerà la Spal in ogni trasferta fino al 1992, fino cioè all’episodio tristemente celebre del razzo sparato per errore contro la tettoia della Curva in occasione di Italia-Svezia e che finì per colpire di rimbalzo una ragazza diciannovenne, Solange Pregnolato. Ci sono stati i processi, chi ha lanciato il razzo è stato in galera, il dolore che si è creato, in quell’episodio e in tanti altri non si può rimarginare.
Ciò che si può fare, ed è il tentativo di questo libro, è assumersi la responsabilità di quei fatti, dichiararli per quello che erano – una cosa sbagliata, incredibilmente stupida – e però allo stesso tempo sottolinearne la pregnanza per quello che siamo oggi. “Nel 1987 in piazza Ariostea c’erano 4-500 ragazzi fino alle cinque di mattina”, dice uno degli autori. “Adesso non c’è più niente”. A guardare questi ragazzi diventati cinquantenni c’è un senso di comunità, una capacità di stare assieme, di aiutarsi, un senso di amicizia che sembra largamente perduto. “Se in Italia stiamo così, è colpa del fatto che non ci sono più relazioni tra di noi”. E ai piani alti si fregano le mani.

LINK: La prefazione del libro, a cura di Enrico Testa, pubblicata in anteprima da FerraraItalia
LINK: La pagina Facebook ufficiale del libro

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