Le buone vecchie maniere nei mezzi e nelle emozioni: perché in realtà la SPAL non perde mai

Non l’ho vista, come sempre quando non la seguo direttamente. Non ho Sky e neppure lo comprerò. Non vado al bar né a guardarla con gli amici. O la vedo dal vivo, respirando la gioia di essere spallino e dello stare insieme o accendo tutti gli ammennicoli presenti in casa. Lo so, non è roba da puristi, ma io sono fatto alla mia maniera. Zapping compulsivo, Telestense, Sportitalia, altri canali da dove poter assorbire una minima notizia. Telefono in mano a controllare i messaggio degli amici presenti nella ex capitale sabauda. Computer con i social in fiamme, insomma una vita di merda per carpire notizie. Due a zero. Bella forza, un giocatore vostro vale come tutta la nostra rosa, lo stadio, il centro ed anche l’Ipercoop. Ma non ci fate male, come fate a non capirlo.

Siamo come un pugile alle corde, ma che non cade mai. Siamo Jake LaMotta con la maglietta rossa, per nascondere il colore del sangue, che ci cola dalla mascella. Ma siamo lì, siamo vivi, siamo in piedi e poi, quando Paloschino esce dalle corde e schiaffa un montante in faccia a “lor padroni”, in casa mia, padre e figlie urlano di gioia. Gli amici, postano e mi aggiornano. Dice, dalla tv, sugli spalti ci siamo solo noi. Tutto intorno lustrini e pop corn, mentre i nostri si sgolano e gridano come forsennati. Finisco un doppio compito di educazione tecnica per le scuole medie per le piccole e ritorno nel mio etere finto, fatto di commentatori improbabili, tv da proletari e social. Traversa di Paloschino dice Sportitalia, pim, pum, pam. Goal. Come? Sì hanno detto goal della SPAL a Torino. Ripeto: come? Tutte queste domande me le pongo con gli occhi e le orecchie tese in un decimo di secondo. Impazzisco, l’embolo mi schizza e percorre tutta la grande e piccola circolazione, senza causarmi alcun ictus, (anch stavolta l’è andada ben) urlo, come un matto. Sto perdendo la voce, salto come un canguro tra divano, tappeto, salotto e cucina. No. Ce l’hanno annullato. Ma sto VAR. Forse è scritto nel regolamento, il VAR è stato realizzato per il sostentamento dei poveri ricchi, che hanno bisogno di un aiutino, un televisorino dove c’è scritto che vale per tutti, ma non per noi.

Sì, il goal era da annullare. Ma… non si può scrivere l’imprecazione a tutti gli dei dell’Olimpo, che mi riempie lo stomaco. Sono spalmato a terra, con la bocca sul pavimento, quando mia moglie mi riporta all’ordine. “Guarda che hai 48 anni e tre figlie”. In effetti è vero, provo a riprendere un attimo di aplomb. Marius, gli aveva rifilato un diretto al mento, da stramazzarli. L’arbitro conta fino a cinque, il VAR li risolleva e li rimette in piedi. Poi incassiamo altre due pere. Ma al tappeto non ci andiamo, non ci riuscirete a farci stramazzare.
I ragazzi sugli spalti sono con noi, in tutto l’Allianz Stadium, che già dal nome ti evoca un calcio fatto di finzione, plastica e lustrini, il pugile più bello del mondo, in rosso per la serata di gala, ma biancazzurro nell’anima e nello spirito, barcolla e serra la guardia. No, non ci manderete a terra, siamo l’avanguardia di un popolo. Non mi interessano i criticoni, gli umarell da social network, le mille bocche e tastiere che ruttano pensieri senza senso, io guardo e parteggio per voi mille e quattrocento che rientrerete alle quattro di mattina, con quattro pere sul groppone. Voi siete la leggenda di una squadretta, morta e risorta talmente tante volte da essere diventata immortale.

La mia squadra non perde mai, ha i garretti di Eros, che esordisce a 34 anni in casa dalla Juventus, che lotta e mangia le gambette d’oro dei paperoni del calcio italiano, la mia squadra sta negli occhi stralunati di Paloschino nei dieci secondi in cui pareggiammo, sta nella panchina impazzita, sta nella voglia del mister di dimostrare ciò che siamo, sta soprattutto nei tifosi della SPAL. Quelli che sono impazziti a Terni, quelli che hanno pianto lacrime di gioia e fiumi di magoni in decenni di delusioni. Proprio quei tifosi, che sventolavano bandierine contro l’Atletico Van Goof, ed ora sono lassù dove osano le aquile e non fanno le comparse. Quei tifosi, che si muovono in migliaia, pure di mercoledì ed insegnano alle grandi tifoserie blasonate che cosa è la passione, il senso di appartenenza, ricordano ai fruitori televisivi di uno spettacolo patinato e finto, che cosa è (era) il calcio. Un gioco, in cui si mettono in campo i valoro di una vita, di una comunità, la memoria e la storia. I tifosi della SPAL, e la mia SPAL , sono la cosa più bella di questo Truman Show, chiamato, oramai per convenzione serie A. Grazie ragazzi.

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