L’ultima intervista di Ferdinando “Nando” Donati a LoSpallino.com risale al gennaio 2010. La riproponiamo in questo giorno triste per i tifosi biancazzurri, perché spiega bene chi era l’uomo Donati, prima ancora del giocatore.

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I fantastici ricordi e i mitici anni Settanta di Nando Donati
a cura di Sergio Ravani, gennaio 2010

C’erano una volta i mitici anni Settanta. Il mondo ballava con la discomusic, l’Italia faceva la fila al botteghino per i film di Edwige Fenech, e Ferrara impazziva per la Spal del Sor Mario Caciagli. In quella squadra, con la maglia numero sette giocava un altro pisano, un’aletta dalla straordinaria abilità nel saltare l’uomo, per poi calibrare cross di precisione chirurgica, che spesso si trasformavano in assist vincenti per il suo grande amico Franco “Cina” Pezzato. Ferdinando Donati, per tutti Nando, ha vestito la casacca biancazzurra per sei campionati nell’arco di una decade, lasciando un ricordo indelebile nei tifosi spallini, sia per le sue doti sportive, sia per la sua grande umanità. E anche Ferrara è entrata nel suo cuore, tant’è vero che ha sposato una ferrarese e, quando può, non manca di venire a trovare i vecchi amici in città e allo stadio, unendo l’utile al dilettevole, dato che da anni va alla scoperta di giovani talenti per l’Empoli.

Cosa ricorda dei suoi esordi nel mondo del calcio?
“Cominciai piuttosto tardi nella Pecciolese, la squadra di dilettanti del mio paese. Il giorno di Pasqua del ’67, a quasi diciott’anni, vennero a casa mia mentre ero a pranzo coi miei, e mi chiesero di giocare le ultime partite del campionato perché mi avevano visto giocare in un campetto, ed ero piuttosto bravo. Io non ero tesserato, così giocai col nome di un altro. Dopo poche partite fui convocato nella rappresentativa toscana dei dilettanti; anzi, per meglio dire, convocarono quello di cui avevo preso il nome. A quel punto, la società chiese alla Lega Dilettanti di Firenze se poteva portarmi, svelando l’inghippo, così disputai un torneo ad Abano Terme risultando il miglior giocatore. Ricevetti tante proposte, anche da Bologna e da Roma, ma dicevo sempre di no, fino a quando mio padre insistette, invitandomi a provare. Mi disse: “Se tutti ti chiedono, ci sarà un motivo: non saranno mica tutti fessi”! Scelsi l’Empoli, solo perché era il paese più vicino al mio, e cominciai sorprendendo tutti, perché fino a quel momento non avevo giocato da nessuna parte, e dopo qualche mese ero in serie C”.

Ma perché rifiutava tutte le proposte?
“Il calcio mi piaceva tanto, ma senza disciplina. Non mi piacevano gli orari, le partite programmate, e poi avevo altri obiettivi, dovevo studiare da perito elettrotecnico”.

Quant’era il suo primo stipendo da calciatore?
“Quindicimila lire al mese, ma veniva pagato a Natale e a fine stagione. Mi pagavano anche vitto e alloggio, e in pratica studiavo pagato dalla società. Ero uno dei pochi privilegiati che faceva avanti e indietro con l’auto, una Mini che mio papà mi aveva regalato per i diciott’anni. In quell’Empoli giocava anche Pezzato, che veniva dalla Spal, con la quale aveva debuttato in serie A. Lui era titolare fisso, mentre io lo divenni l’anno dopo. Anche lui veniva agli allenamenti in auto, una Cinquecento che aveva appena comprato”.

Quando avvenne il passaggio alla Spal?
“Nel 1970, dopo tre anni durante i quali ebbi come allenatori anche due ex spallini come Tito Corsi e Cervato, e poi Riccomini, che fu il mio “padrino”. Mi disse che Juve e Toro erano interessate a me, poi però non ebbi nessuna notizia. Io non volevo più giocare, perché mi ero offeso per le confidenze dell’allenatore e poi ero rimasto deluso. A novembre mi chiesero di andare alla Spal, che a quei tempi era molto ambita, ma io inizialmente dissi di no: non ero tutto a posto! Il primo anno a Ferrara non fu molto buono, perché arrivai in ritardo, e da maggio a novembre ero rimasto fermo, senza fare una preparazione. L’anno dopo tornai ad Empoli, e feci bene. Poi le due società, che detenevano in comproprietà il mio cartellino, non trovarono l’accordo, ed andarono alle buste. Mi vinse la Spal, e fu una fortuna anche per me. Il presidente dell’Empoli Bagnoli, quello dei gelati Sammontana, mi diceva sempre che ero l’unico giocatore per cui pianse quando mi perse alle buste”.

Quale aneddoto le viene in mente sul presidente Mazza?
“Quando ci troviamo con Pezzato e Pezzotti (il secondo di Lippi in Nazionale), ricordiamo ancora oggi il saluto di ogni fine annata calcistica. Mazza ci passava in rassegna uno a uno, e stringendo la mano a quelli che sarebbero stati riconfermati per l’anno successivo, diceva: “Arrivederci”, mentre ai non confermati diceva: “Addio”. Per chi sapeva di essere riconfermato, era un grande divertimento”.

Personalmente ho due grandi ricordi degli anni in cui lei giocava a Ferrara, anche se ero molto piccolo. Il primo è legato a quell’Olbia-Spal del 1973 che sancì il ritorno in B, e posso dire: “Io c’ero”!
“Loro erano già salvi, e a noi bastava un punto per la promozione, perché il Giulianova non ci avrebbe più presi. Quelli dell’Olbia ci hanno fatto la guerra, e noi non capivamo perché. Il campo era di terra battuta, e i loro difensori tiravano delle randellate. Franco (Pezzato: ndr)segnò su un cross che io feci per evitare la botta del difensore che stava arrivando. Franco era una faina, e approfittò di quel mio cross non voluto. Da quel momento si calmarono gli animi, loro capirono che non ce l’avrebbero fatta, e il risultato non cambiò più. Quel campionato era cominciato malissimo. Eravamo sul fondo della classifica, quando Mazza esonerò Fantini e chiamò Caciagli, rinforzando l’attacco con l’acquisto di Goffi e Pezzato, che tornava così a Ferrara. Dopo un paio di partite perse, la svolta fu il pareggio di Sassari con la Torres. Da quel momento cominciammo a giocare bene, senza stress e assilli di classifica. Infilammo ventidue risultati utili di fila, e alla fine furono ventotto partite senza sconfitte su ventinove, con la sola sconfitta di Rimini”.

Cosa ricorda della festa della promozione?
“Il ritorno da Olbia fu una soddisfazione indimenticabile. C’era una marea di auto ad aspettarci all’aeroporto di Bologna. Al ritorno verso Ferrara le fecero uscire a Ferrara Sud, mentre noi fummo scortati a Ferrara Nord, e da lì portati in Castello, dove il sindaco ci accolse in una sala. L’assessore allo sport Mandini ci chiese di affacciarci al terrazzino in ordine di formazione, all’una di notte. Quando fu il mio turno, vidi una marea di teste davanti al Duomo. C’erano anche signore con bambini. Non ci rendevamo ancora conto di quello che avevamo fatto, ma in quel momento sì. Anche ora mi vengono i brividi”.

L’altro ricordo a cui sono più affezionato è legato alla promozione in B del 1978: Spal-Lucchese 2-2.
“Quella partita fu il punto cruciale del campionato. La Lucchese era la nostra grande rivale di quell’anno. Alla fine del primo tempo, ci batteva 0-2 in casa nostra, nonostante non stessimo giocando male, e, se avesse vinto, avrebbe avuto un grande vantaggio psicologico nei nostri confronti. Caciagli nell’intervallo ci disse: “Se continuiamo a giocare così, questa partita non la possiamo perdere”. Questa sua previsione, senza stimoli o urla, si rivelò giusta, e nel secondo tempo rimontammo lo svantaggio (con due gol di Manfrin e Idini: ndr). Da lì in poi prendemmo il largo verso la serie B”.

Quale delle due promozioni ricorda con più gioia?
“Quella del ’77/’78 era una vittoria più annunciata, perché eravamo convinti di potercela fare, mentre nel ’72/’73 eravamo partiti con una squadra mediocre, e fu più imprevedibile e bello”.

Cosa ricorda di Caciagli?
“Era un grande uomo, con una grande cultura, e ti sapeva responsabilizzare. Il martedì si faceva il resoconto della partita precedente. Noi giocatori eravamo seduti sulle panche degli spogliatoi, e lui su una sedia, in mezzo, come un maestro di scuola. Quando si vinceva (e capitava spesso), ci guardava negli occhi a turno e non parlava, forse perché non aveva niente da dire. Era come se ti  volesse dire: “Hai qualcosa da dire tu?”.

Aveva un segreto quella Spal, per essere così grande?
“Era un gruppo di amici veri, più che colleghi. Ancora adesso ho tanti numeri di telefono, e quando si organizza una cena tutti corrono. Tutte le mattine alle dieci, dal mercoledì al sabato, facevamo presenza allo stadio, per evitare che gli scapoli dormissero fino a mezzogiorno. Poi arrivava Caciagli, che ci diceva: “Potete andare a casa, è ancora presto. Ci vediamo più tardi”. Ma noi rimanevamo lì, per stare insieme a parlare”.

Con chi è rimasto più in contatto?
“Sono tanti. Quello che sento di più è Pezzato, ma sono in contatto anche con Croci, Vecchié, Boldrini, Marconcini, Goffi, Tartari”…

Cosa ricorda del pubblico ferrarese?
“Aveva l’abitudine di attardarsi a chiacchierare fuori dalla tribuna fino alla lettura delle formazioni dello speaker, o addirittura fino al fischio d’inizio dell’arbitro. A volte entrava a partita già iniziata. Gli facemmo perdere quell’abitudine perché spesso, dopo pochi minuti, eravamo già in vantaggio. Quando giocavo io non c’erano mai contestazioni, mentre in Toscana le invasioni erano frequenti. L’anno della retrocessione dalla B con Suarez allenatore (’76/’77: ndr), all’ultima partita ero in tribuna infortunato. Perdemmo 2-4 col Pescara, dopo essere stati sotto anche 0-4. Alla fine della partita andai dai miei compagni negli spogliatoi e, quando uscii, non c’era più nessuno. La piazza di Ferrara era un paradiso: non c’era nessuno che ti contestava, ti sentivi a casa tua”.

Lei ha avuto anche la soddisfazione di giocare in serie A, nella Ternana del ’74/’75, segnando pure un gol a Napoli. Qual è lo stadio più emozionante dove ha giocato?
“San Siro, ma anche giocare al San Paolo davanti a ottantamila spettatori è un’emozione che bisogna provare, e non descrivere”.

E i campioni più grandi che ha affrontato?
“Potrei citare Riva, Rivera, Altafini, Haller, Facchetti, Rocca, Roggi, ma quello contro cui mi piaceva meno giocare era Oriali, perché per le mie caratteristiche era quello che mi metteva più in difficoltà”.

Come avvenne il distacco dalla Spal al termine della sua terza parentesi biancazzurra, nella stagione ’78/’79 in B?
“Il d.s. Biagio Govoni lasciò a casa senza spiegazioni me e altri miei compagni. L’Empoli mi chiamò offrendo la metà di un giocatore, Zerbio, ma la Spal voleva trentacinque milioni di lire. Io allora dissi: “Se la mettete così, vado a giocare nei dilettanti, e voi non prendete niente”. Così feci. Andai come giocatore-allenatore nella squadra del mio paese, e l’anno successivo l’allenatore Salvemini mi chiamò nuovamente ad Empoli, anche per dargli una mano. Quell’anno giocai poco e seguii il corso per allenatori. In seguito, ho allenato l’Empoli in serie B, poi Casertana, Pisa, Alessandria, Spezia, Aosta e infine Pietrasanta, dove ebbi una paresi facciale. Chi mi curò disse che poteva essere dipeso da ansia, nervosismo e freddo; così, da quel momento, niente più panchina”.

Come si trova nel suo attuale ruolo di osservatore?
“Ora mi diverto poco, perché non mi riesce spesso di vedere giocatori che mi divertono. Vado a vedere la B e la C per conto dell’Empoli, che ha una struttura molto valida, con una rete di scuole calcio e di bravi osservatori. Costa, ma i frutti si vedono, con molti ragazzi ora in prima squadra che provengono dal settore giovanile. Ricorda il Centro della Spal di quando c’ero io, con tanti ragazzi validi, molti dei quali friulani: Musiello, Casarsa, Albiero, Tosetto, Domini”…

Qual è il suo rapporto con Ferrara oggi?
“Sempre bello. I ricordi sono sempre vivi sia in me che nella gente. Vivo a Peccioli, dove sono nato, con mia moglie Laura e mio figlio Filippo, ma lei è ferrarese. L’ho conosciuta ai tempi della Spal, e a Ferrara torno spesso per trovare i suoi parenti e i nostri vecchi amici, coi quali vado anche in vacanza. Ancora oggi mi fanno una festa persino esagerata, ma mi fa piacere”.

Quali sono le principali differenze tra il calcio di allora e quello di oggi?
“Noi giocavamo per il gusto di giocare. I guadagni erano inferiori, non c’erano sponsor, il cartellino era della società e non c’erano procuratori. La concentrazione era sul gusto di giocare. Ora mi sembra di vedere poca gente che si diverte giocando. Sono più stressati che gioiosi. Eppure si chiama “gioco del calcio”!



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