Non so per quale squadra tifasse, o se mai tifasse, Giulio Regeni. So che era uno studente modello, appassionato di Medio Oriente ed Egitto, ma anche che veniva dal Friuli, una terra che, in ogni epoca, ha dato fior di campioni al calcio italiano e alla SPAL. Per questo mi piace pensare che egli non fosse molto diverso da tutti noi e, in una nicchia del suo grande cuore, custodisse anche lui dei colori per i quali trepidare, soffrire, gioire. Aveva ventotto anni, era curioso e voleva capire come vanno realmente le cose a questo mondo. Voleva anche migliorarlo, il mondo e, a questo scopo, ha dato la vita. La sua morte violenta mi ha ricordato quella di Bruno Neri, del quale scrissi poco più di un anno fa in occasione del giorno della memoria. Entrambi avrebbero potuto vivere negli agi di un solido benessere – fondato sul calcio, per l’uno, sulla professione di ricercatore universitario, per l’altro; e invece scelscero l’impegno civile e la lotta per la libertà e i diritti umani. Entrambi si misero in gioco per il trionfo dei valori in cui credevano, e lo fecero fino alle estreme conseguenze.
Il 10 febbraio scorso si è celebrata la giornata del ricordo, secondo una discutibile consuetudire, tutta italiana, di distinguere tra morti e morti, come se gli uni e gli altri non fossero ugualmente vittime della stessa barbarie. Ebbene, a mio avviso, oggi Giulio Regeni assurge a moderno esempio di come onorare davvero quei morti, cioè continuando a lottare per la dignità umana, in qualunque parte del mondo essa sia calpestata. Non so, dunque, per quale squadra tifasse, Giulio Regeni, se tifasse o se avesse mai dato qualche calcio al pallone, ma so che veniva da una terra di campioni e che, per certo, anche lui è stato un grande campione.



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