Soffrire anche quando non si dovrebbe: di semplice c’è nulla se tifi SPAL (mister a parte)

Non c’è nulla di semplice nell’essere spallini, se non il nostro immenso mister… questione di una semplice vocale. E’ una caratteristica genetica, che forse ci viene inoculata con la prima puntura di una zanzara, quando abbiamo pochi minuti di vita, in sala parto. Ce l’abbiamo nel DNA. Un ferrarese è l’unico essere umano in grado di sopravvivere nel delta del Mekong, assieme ad un Viet Cong: le zanzare sono amiche nostre, siamo abituati alle sofferenze, fin da piccoli, ancor di più se in tenera età abbiamo cominciato a frequentare corso Piave.

Il prepartita di SPAL-Benevento è stato piuttosto canonico, ho scartavetrato due ante del mobiletto che contiene le bombole della griglia, una svogliata pennellata di smalto, una lampadina sostituita, un salto al mini market del paesello. E poi, insalatone e sguazzone e sono pronto per gli amici. Indosso la maglietta delle grandi occasioni, la numero 4 dello zio e mi trasformo in un nano secondo in Mazzuner, lego al polso la sciarpa del Tottenham, la sciarpa di lana la lego in cintura, (dice, ma perché non metti la sciarpetta di raso leggero? Perché è inutile far finta di essere illuministi, la cabala esiste, eccome se esiste). Quasi dimenticavo il mio due aste, sembro uno spot perfetto di un trinariciuto curvaiolo, (quale sono). La pancia della Ovest, comincia a fermentare, i tifosi delle streghe, si compattano in curvino, seppur in pochi e retrocessi e noi li rispettiamo. Rispettiamo chi ci rispetta, cantiamo ad inizio e fine partita.

Un coro per il lupo ed il Paloschino, ed un grande abbraccio da parte di tutto lo stadio a Speedy Manuel, infortunato.
Si inizia, vinciamo la monetina, primo tempo attacchiamo sotto il curvino. La sofferenza e la stanchezza si fanno sentire, sbagliamo molti palloni, il campo sembra in salita, il Benevento onora il campionato di più di tanti squadroni, tiene il pallino. Loro attaccano in tanti e difendono in pochi, e proprio su un contropiede, il lupo taglia a fette la difesa giallo-rossa, entra in area, sembra fatta: noooo, la palla sbatte sulla traversa, rimbalza in area, ma non è finita. Il condor Paloschino si coordina perfettamente e di testa la mette. Saba infernale in curva, c’è chi invoca il triplice fischio, ma siamo solo al 26° o giù di lì, ancora troppo, tanto tempo. A lungo sembriamo dei donatori dell’AVIS, ci passiamo il sangue l’uno con l’altro, senza sapere chi si ha di fianco, basta sia un essere umano. Il sangue se lo donano pure in campo, una compagine di eroi, che sfinita, cerca di mantenere un piccolo mondo antico in una dimensione onirica.

Tanta roba amici miei, non sanno cosa si perdono tutti quelli che spallini non sono. Non lo sanno e mai lo sapranno.
Intanto già dal secondo minuto del primo tempo, ci sono gli aggiornamenti telefonici sulle restanti partite, c’è gente che fa calcoli matematici degni della medaglia Fields. Lo Spartak Mosca vince dal Lokomotiv, il Paok Salonicco ha pareggiato, Bicio Maestri ha segnato per l’Audax contro l’Olimpia, un turbinio di squadre e notizie travolge i collegati. Ma noi siamo li, nella sofferenza, un goal è poco, magari ci capita la scarabuzlona e siamo fritti. La Ovest canta, la parte alta è un po’ in sofferenza, l’età da esame della prostata si fa sentire, così come i morsi dell’ansia.
Il lupo, corre, si invola, strattona, entra in area e l’arbitro fischia. Indica il dischetto del rigore, noi non capiamo il significato del gesto, l’ultimo rigore che ho visto calciare a nostro favore forse lo tirò Fermanelli. Ed invece è proprio così. Ognuno attaccato ai propri… amuleti. Il pallone deve essere pesante come una palla medica. Il capitano prende la rincorsa, portiere a destra, palla a sinistra.

Bolgia. Prendo l’ammonizione perché mi sono tolto la maglia, sono in diffida, dovrò saltare la trasferta di Torino, ma “stanno impazzendo i tifosi della SPAL (cit.)”. E’ finita, siamo felici, mancano ancora due partite. Teniamo botta, siamo magnifici e commoventi. Mentre esco sento i ragazzi che cantano ancora “siamo la Ovest di Ferrara“, ed io vorrei dedicare la canzone ad un grande cuore biancazzurro, oggi assente per infortunio: il coraggio e la Ovest sono con te. E la prossima rientrerai nel muro della curva, perché le rocce si scalfiscono, ma non si rompono. Forza SPAL.

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