Aosta e Vibo Valentia. Da un capo all’altro dell’Italia, da un capo all’altro pure dell’alfabeto. Periferie più o meno anonime, mille e rotti chilometri in linea d’aria, quasi quattrocento in più per chi vuole farli sull’asfalto delle patrie autostrade. I luoghi dove sono iniziate le storie straordinarie di Sergio Pellissier e Sergio Floccari. Sergio contro Sergio: domenica – scelte degli allenatori permettendo – potrebbe essere l’ultima sfida tra due signori del gol nati lontani uno dall’altro, ma che hanno tanti piccoli punti in comune.
Ultimi tenaci superstiti di una leva ormai al tramonto, quella dei giocatori nati a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta: romantici per forza, attaccati a valori che nell’ultra-calcio di oggi non sono più così scontati. Fedeltà, dedizione, sacrificio, esempio. Entrambi col contratto a scadenza a giugno 2019 e con un punto interrogativo davanti, se non di più. Dietro un passato fatto di gol (132 per Pellissier tra A e B; 80 per Floccari) e un presente da vivere alla giornata, con la speranza di regalare (e regalarsi) qualche ultima soddisfazione, pur con la consapevolezza di aver dato tutto. Uno ha scelto di legarsi indissolubilmente a una città (Verona), l’altro a una regione, l’Emilia-Romagna, girata in lungo e in largo fin dal principio. Hanno conosciuto Ferrara in momenti diversi della loro carriera, ma hanno avuto lo stesso merito: conquistare i loro nuovi tifosi al primo impatto. Per di più a gennaio, quando in genere l’acquisto in attacco coincide con una stagione da raddrizzare o una da ammazzare definitivamente, e le pressioni si fanno più intense.
Pellissier arrivò nel primo caso. Gennaio 2001, nell’incerta SPAL che in C1 partì con Scanziani in panchina per poi scegliere Melotti dopo un inizio da incubo. Sergio era un giovane di belle speranze già di proprietà del Chievo, ma che aveva bisogno di fare esperienza: trovò in Cancellato il compagno di reparto ideale per scatenare la sua velocità e impiegò poco a fare la sua parte. Tre partite per la precisione: primo gol in Pisa-SPAL 0-2 del 21 gennaio, secondo in SPAL-Carrarese 3-0 del 28, il terzo in SPAL-Lumezzane 2-0 del 19 febbraio. La sfortuna però era lì in agguato e gli riservò un brutto infortunio dopo un’ora di gioco. Rientrò a marzo inoltrato, gradatamente, con la SPAL a metà classifica. Fu un assaggio sufficiente, che valse la conferma nell’anno successivo. Risultato: 13 gol in una squadra ancora una volta segnata da limiti evidenti, affidata a due allenatori diversi nell’arco di tre spezzoni di campionato. Melotti, Perinelli e ancora Melotti. Lì si capì che Sergio il valdostano aveva la stoffa per passare direttamente dalla C1 alla serie A, una categoria in cui il Chievo era salito solo un anno prima, facendo un figurone con Delneri in panchina. Pellissier a Verona portò con sé Micaela, una ragazza conosciuta proprio a Ferrara e diventata in seguito sua moglie. Il resto è storia: sono passati diciassette anni e Sergio è ancora lì, a guidare i suoi compagni.
Floccari invece è arrivato in una SPAL che funzionava già piuttosto bene e contro ogni previsione degli addetti ai lavori. Niente rivoluzioni di gennaio, niente cambi in panchina. Una squadra saldamente in mano ad un allenatore che stava facendo sognare – inaspettatamente – una città intera. Arrivato con l’etichetta del giocatore bollito, scaricato dal più nobile Bologna al piano superiore, Sergio ha subito tappato la bocca a tutti. Ha impiegato venti minuti scarsi a timbrare il suo primo gol (SPAL-Benevento 2-0), facendo immediatamente dimenticare il deludente Cerri, e da lì non si è più fermato fino a che la SPAL non ha messo in chiaro le sue velleità di promozione in serie A. 7 gol in 9 partite. Una collezione di colpi da rapinatore d’area (Vicenza), da risolutore da fuori (Perugia) e da cecchino senza pietà (Carpi), prima che un fastidioso infortunio lo obbligasse a un finale di stagione quasi da comprimario. E anche nella stagione del ritorno in serie A Sergio, il calabrese d’Emilia che ha sposato miss San Marino, si è confermato prezioso. Con la doppietta di puro opportunismo di Benevento e la provvidenziale zampata sul campo dell’Udinese. Gli manca il gol in serie A al Paolo Mazza, quello sì. L’ultima esultanza sotto la Ovest è del febbraio 2017, ovviamente in serie B. Il tempo per aggiornare l’almanacco c’è ancora: d’altra parte lui e quell’altro ragazzino che ad aprile ne farà quaranta hanno ampiamente dimostrato di sfidarlo a testa alta, come i grandi giocatori sanno fare, manco fosse un centrale da anticipare un’altra volta.



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