Boh! Marco Contini dice di essere in difficoltà quando è ora di descrivere le vittorie della S.P.A.L. perché non è abituato, perché le tribolazioni di uno spallino (cit.) vengono da lontano, sono attaccate al nostro animo da una vita, come una cozza al molo di Porto Garibaldi. Ma qui siamo oltre la vittoria, oltre i tre punti. Devo dire la verità, anche se adesso potrei passare per fenomeno: un friccicorino, una sensazione positiva, troppo positiva, pensando all’avversario che avevamo di fronte, la sentivo da inizio settimana. Era un’occasione irripetibile, incontrare la Juventus, tra due impegni di Coppa, con venti punti sulla seconda, a poco a giornate dal termine del campionato, non capita sempre. Anzi, non capita mai, perché noi, nella nostra vita – a parte l’anno scorso – la Juve la incontravamo in amichevole, forse in Coppa Italia, più frequente lo scontro con l’Alma Juventus Fano, la Fortis Juventus o la Juve Domo, o roba simile.
Sì, ma dice l’esperto, fanno turn-over. Cosa? Perché Dybala, Barzagli, Cuadrado, Cancelo e Kean sono scarsi? Scaldano la panca, come me nel “Lo Scoglio F.C.” ?
Vabbé, passiamo oltre. La partita non l’ho sentita particolarmente (nei limiti della mia ansia): mille punti di distacco, campionato finito (per loro), azioni (in borsa) contro fette di salame dentro una soffiata, nessun collegamento, due mondi che convivono nella stessa categoria, come una meteorite ed un buco nero, nell’immensità della galassia.

Parcheggio la macchina a ingegneria. Nel tragitto chiamo il dottore per tenermi il posto lassù nel loggione, è poco avanti a me ed esordisce col solito: “Mucchio di rusco!”. Siamo già ampiamente in clima partita. Su corso Piave incrocio mio cugino col suo bimbo che si dirige verso la tribuna: un abbraccio due parole e mentre si allontana, mi predice la vittoria. Tocco legno, come da prassi, ed entro nel tempio. Compro due magliette XS per le bimbe (a cui non piaceranno perché non c’è scritto S.P.A.L., speriamo che i ragazzi me le prendano indietro, altrimenti causerò un disastro famigliare), e risalgo i gradoni fino ad arrivare dalla mia gente. Strana sensazione di calma la mia.
Entra la squadra più bella del mondo, la curva si scalda, cantiamo prima dell’inizio della partita, cominciamo a bollire come una pentola di fagioli. Di fronte non c’è una squadra in formato balneare, ma una corazzata che mette in campo una formazione che costa dieci volte la nostra: poche balle e poche cazzate, questi, se non facciamo una partita galattica, ci rompono. Forse pure se facciamo la partita della vita, ci rompono lo stesso.
Nei primi venti minuti  non vediamo il pallone, anzi: qualcuno chiede agli spinzini se ce ne danno uno, così almeno ci divertiamo anche noi. Tiro, rimpallo e gol della Juventus: l’esercito del selfie in curva Est lato ospiti sussurra olè. Mentre noi cantiamo, incitiamo, viviamo, anche sotto di un gol, la tifoseria bianconera, con il millesimo scudetto attaccato alla maglia, non respira e non si muove, paiono finti, ma forse è un immagine di Sky e i loro sostenitori sono in divano coi popcorn. Bel primo tempo, loro una grande squadra, noi coraggio, cuore ed attenzione, siamo messi in campo in maniera perfetta.

Secondo tempo. Ecco, ora potrei pure piangere. Dagli spogliatoi entra Davide, due metri più basso di Golia. Il piccolo guerriero digrigna i denti, è consapevole che un avversario più grosso di lui quando cade fa rumore. Calcio d’angolo perfetto di Schiatta, Mela profetizza il goal, ci tocchiamo. Kevin la schiaccia e Perin non c’arriva. PAZZIA COLLETTIVA. Non è possibile, l’abbiamo rimessa in piedi. Abbiamo un coraggio da leoni, in campo vediamo dei guerrieri biancazzurri, armati dell’orgoglio di una intera città, di un popolo strano, ma vero. Comunque un punto contro sta gente qua è tanta roba. Ma la partita è ancora lunga, Sergione nostro, sembra avere vent’anni, ammaestra palloni impossibili, scatta, corre, imposta si propone. Ma tutti i nostri stanno facendo una partita incredibile. E noi ci siamo, la curva trascina lo stadio, ripetute secolari, rompono l’aria del Mazza e salgono fino alla torre dei leoni, che orgoglio sapere di essere una piccola pietra di un muro così. I bianconeri sono intimoriti, in campo c’è una grande squadra e siamo noi. Murgino entra in area, sono sbilanciati, la porge alla sua destra, arriva il Boia, palla da una parte, portiere dall’altra.

Le coronarie si ingrossano, gli occhi si offuscano, gli abbracci sembrano alla moviola, il tempo si ferma. Solo ugole, lacrime ed abbracci scomposti. Il ragazzo con la fascia da capitano e il numero dieci sulla schiena esulta sotto la curva come se fosse al primo gol in serie A. Ora il boato avvolge tutto. L’arbitro pensa e ascolta, il terrore ci cristallizza il sangue. Passano i minuti: palla al centro e rete confermata. Altro boato, più forte e più prolungato. Stiamo vincendo contro i campioni d’Italia, il Forcoli è rinchiuso in un passato lontano anni luce, noi siamo qua che cantiam per te, e per te viviamo. Continuiamo a pressare con un gol di vantaggio, non ci si può credere. Di recupero, quanto dà? Tre anni?
Poi finisce una partita che avremmo voluto vivere da tutta la vita, che nel fango del Dio pallone (cit.) neanche sognavamo, nemmeno ci passava per l’anticamera della testa, quando a Salsomaggiore su una curva in terra pareggiavamo contro il Fiorenzuola.

Domani sarà lunedì e si ritornerà nella falsità del mondo del lavoro, ma le immagini degli occhi di un ragazzo di trentotto anni che sventola felice la nostra maglia, sotto ad una curva impazzita, rimarranno impressi nella memoria di chi c’era e ha vissuto la storia di un manipolo di eroi, avanguardia di un popolo intero. Forza vecchio cuore biancazzurro.

Ps: Curva Ovest-Esercito del selfie 100-0



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