Da quando è arrivato alla SPAL (gennaio 2017) e fino al momento in cui se n’è andato a causa della naturale scadenza del suo contratto, Giacomo Poluzzi ha trascorso 46 minuti tra i pali in partite di campionato, 4.378 in panchina e 4.564 in tribuna. Sommando i minuti d’inattività s’arriva grosso modo a sei giorni interi nell’arco di due anni e mezzo.

Giacomo, se si vuole dare ascolto ai luoghi comuni, quella del terzo portiere è una bella vita. Stipendio garantito e responsabilità quasi azzerate. E’ davvero così?
“Non proprio, anche se per me fare il terzo alla SPAL era molto bello, perché potermi allenare tutti i giorni con gente che fino a qualche anno prima attaccavo sull’album delle figurine è stato un onore e una fortuna. Poter vivere stadi che avevo visto solo da spettatore è stato altrettanto emozionante. Chiaro che di contro c’è la consapevolezza di non giocar mai, perché deve succedere proprio una catastrofe e quindi ti alleni sapendo di dover essere a disposizione dei compagni nel corso della settimana. In campo e negli spogliatoi”.

In genere un ruolo del genere tocca ai ragazzini o ai giocatori al tramonto. Tu però sei a metà strada. Non hai mai provato frustrazione per dover guardare da fuori?
“In cuor mio la voglia di giocare c’era e c’è sempre, il calcio è la mia passione e il mio lavoro. Non sto certo pensando di smettere. Però quando arrivi a certi livelli, come in questo caso, ti rendi anche conto che il tuo ruolo può essere quello, senza grosse pretese. Io alla fine ero felice di fare il terzo in serie A, in una posizione che magari molti mi invidiavano: in una squadra solida, con un bellissimo stadio e una grande tifoseria, e con la possibilità di misurarsi con avversari che in condizioni normali si vedrebbero in tv. In una carriera servono anche la consapevolezza e l’umiltà di non pretendere sempre il massimo, ma di apprezzare le opportunità che arrivano”.

Tu, come Lazzari, sei partito dalla serie D e hai vissuto tutte le categorie. E’ vero che più si sale e più ci si trova davanti falsa e disposta a tutto pur di fregarti?
“Penso sia una tendenza generale anche in altri ambiti, mica solo nel calcio. Però, per quella che è la mia esperienza, più sono salito e più ho trovato professionalità e serietà. Soprattutto tra i calciatori: gente per bene, che non arriva per caso in serie A e ha qualità morali oltre a quelle fisiche e tecniche. È più facile trovare giocatori presuntuosi in serie C che in serie A, quando magari i secondi avrebbero molte più ragioni per credersi più bravi degli altri”.

In questi anni di trasformazione della SPAL da realtà di serie C a presenza stabile in serie A si è spesso sentito dire, tra i giocatori, che in questa categoria non è così facile creare dei gruppi realmente coesi, perché si tende a professionalizzare molto i rapporti.
“Io in questi due anni e mezzo ho visto sempre dei gruppi ottimi. In cui si usciva insieme per condividere del tempo insieme. In serie A è anche più frequente trovare giocatori più maturi e quindi che hanno una famiglia, sicché è normale che il tempo libero lo vogliano trascorrere con i propri cari. Nelle categorie inferiori invece ci sono tanti ragazzi giovani che a conti fatti sono lontani da casa e hanno anche più bisogno di punti di riferimento per la propria vita quotidiana. Alla fine qui alla SPAL ci sono sempre stati degli spogliatoi in cui si stava molto insieme, anche fuori dal campo”.

Da quando la SPAL è in serie A la tua vita è cambiata in qualche misura? Vieni visto diversamente da amici e conoscenti?
“No, non direi. Certo, può capitare che gli amici mi chiedano se un compagno di squadra è simpatico o se è vera una storia che magari hanno letto. Però io sono sempre lo stesso: a prescindere dalla categoria per me conta lavorare, migliorarmi e dedicarmi alla famiglia”.

Ma è vero che tra giocatori si parla sempre e solo di pallone?
“Beh è normale, al limite ci si prende in giro per il Fantacalcio… Ma si parla anche di tante altre cose”.

Ecco, il Fantacalcio. Facevi parte anche tu del giro di Floccari?
“No, ho iniziato assieme a Gomis e poi abbiamo venduto la squadra perché io ne seguivo altre due con degli amici di Bologna e non avevo tempo a sufficienza, arrivavo alla domenica col mal di testa (ride)”.

Ma Floccari è veramente così fissato come sembra?
“Floccari ha vinto alla prima partecipazione! Già a due mesi dalla fine del campionato era irraggiungibile, ha azzeccato tutte le scelte. Ma Sergio in origine è stato tirato in mezzo da Schiattarella e Paloschi, poi lui ha convinto Missiroli, che è arrivato ultimo“.

Da bambino hai avuto modo di vedere Roberto Baggio con la maglia del Bologna, facendo il raccattapalle al Dall’Ara. Questo ti ha reso un tifoso rossoblù?
“A dire il vero no, perché il mio rapporto col Bologna non è mai stato così buono. Nelle giovanili di fatto non mi hanno mai fatto giocare: vedevo poca meritocrazia all’epoca e così mi è diventato un po’ indigesto. Non era un problema solo del Bologna eh, era così dappertutto. Solo che io, ancora giovanissimo, non potevo capire bene il quadro generale. Mi fece male perché per me Bologna era tutto. Per cui, crescendo, non ho mai avuto l’idea di tifare per la squadra della mia città… e sono diventato milanista”.

Sicché non ti è dispiaciuto vedere quella botta di Kurtic andare dentro, lo scorso agosto…
“Direi di no. Chiaro, spero sempre che il Bologna rimanga in serie A, ma nel mio caso dovevo dare la precedenza alla SPAL. Alla fine è andato giù l’Empoli, quindi non c’è stato neanche questo pensiero”.

[foto di Isabella Gandolfi / SPAL]
Nella rosa dell’ultima stagione eravate in due ad avere vestito la maglia della Giacomense. Tu e Lazzari, che però arrivò qualche anno più tardi. Tu invece firmasti nell’ormai lontano 2007. Quanto sono cambiati Mattioli e Colombarini da allora?
“Quasi nulla, sono gli stessi, soprattutto i Colombarini. Gente umile, a posto, che stimo tantissimo. Il presidente Mattioli anche all’epoca era ambizioso, pretendeva tanto e spronava i giocatori in maniera dura e diretta, però sempre nell’interesse della società. Chiaro che ora ha un profilo mediatico e deve fare i conti anche con quello”.

Non trovi un po’ inusuale che Mattioli viva ancora il suo ruolo con quel tipo di spirito? Adesso si muove in un mondo pronto a registrare ogni sua singola dichiarazione.
“Penso che quella sia la genuinità della persona e che in fondo paghi. Mattioli non è tipo da frasi di circostanza, anche se a volte certe situazioni le richiederebbero per convenienza. Per esempio quelle considerazioni su Chiesa gli sono costate diecimila euro: avesse buttato lì un paio di frasi fatte magari non l’avrebbero multato. Però lui è così, coerente con se stesso”.

Cosa hai pensato al primo allenamento a Masi San Giacomo?
“Onestamente non mi rendevo conto di niente perché ero giovane e pensavo solo a giocare. Chiaro, era una realtà di provincia davvero piccola. Mi ricordo che a Masi c’era una palestrina in cui d’inverno ci si congelava e d’estate era un forno. Giulio Barigozzi che non bagnava i campi perché l’acqua costava troppo, nonostante la si potesse prendere dal canale d’irrigazione col trattore… ad un certo punto mi sono comprato un tubo dell’acqua per bagnare l’area di rigore perché il campo era durissimo e mi venivano le borsiti alle anche”.

In quegli anni hai anche conosciuto Vagnati nelle vesti di giocatore della Giacomense.
“Sì, abbiamo fatto due anni da compagni di squadra condividendo anche bei momenti fuori dal campo, in particolare la passione per le carte. Facevamo delle partite a scopone scientifico in ritiro o a casa sua. Normalmente giocavamo in coppia contro Ricci e Ferrani. Il primo oggi gioca in Promozione nel Coriano, mentre Ferrani è al Rimini in serie C”.

Poi te lo sei ritrovato da direttore sportivo.
“All’inizio è stato un po’ particolare, perché ovviamente il rapporto che avevamo prima è andato un po’ a scemare per via dei ruoli diversi. Non c’era più la stessa confidenza e non si giocava più a carte”.

E nel 2012 arrivò un giovanissimo Manuel Lazzari.
“Manuel è arrivato nell’ultimo anno di esistenza della Giacomense. Abbiamo anche vissuto assieme. Eravamo a Portoverrara in una villa, accampati in otto. Me lo ricordo timidissimo, anche se all’esordio in Lega Pro fu subito espulso. Però si vedeva che era un ragazzo che voleva migliorarsi e che si applicava tantissimo. Io alla fine di quella stagione (2012-2013) andai via per ritrovarlo in B: in quell’arco di tempo ha fatto un cambiamento clamoroso. Prima era molto irruento e istintivo, invece ora è tutto un altro giocatore”.

Avresti mai immaginato un’evoluzione simile?
“No, neanche lontanamente. Perché era veloce, sì, ma aveva anche tanti limiti. Non solo nei cross, ma anche negli stop e negli uno contro uno. Invece oggi è un giocatore di grandissimo livello, tanto da arrivare in Nazionale”.

La maturazione personale basta a spiegare questa crescita?
“Quello ha inciso, ma anche lavorare per anni con un allenatore che gli ha dato fiducia fin dal primo giorno, ritagliandoli un ruolo preciso in un modulo che lo ha aiutato. Perché con la difesa a tre poteva anche sbagliare una diagonale in più e aveva dietro di lui qualcuno in grado di mettere una pezza, mentre con un modulo a quattro il rischio sarebbe stato più alto. Ha acquisito tranquillità e sicurezza, lavorando con calma e determinazione. E’ stato bravo”.

[foto di Isabella Gandolfi / SPAL]
In quell’ultima Giacomense c’era anche Varricchio. Un veterano che però esultava come un ragazzino ad ogni gol.
“Pazzesco, Max aveva una fame incredibile. Un attaccante così forte in area di rigore non penso d’averlo mai visto, almeno fino a quando ho conosciuto Paloschi. Alberto è un maestro nei sedici metri. Certo è che Max aveva questa capacità di sapere sempre dove sarebbe andato a finire il pallone. E poi l’abilità per colpire in tutti i modi: destro, sinistro, testa, acrobazia… se la palla era dentro l’area la buttava dentro. Poi magari se gli chiedevi di tirare da fuori area non ci arrivava neanche. Però con noi alla Giacomense, in C2, era fuori categoria. Infatti ha fatto 22 gol e si lamentava sempre del fatto che i suoi compagni non gli facessero arrivare abbastanza palloni, perché non avevano qualità (ride)”.

In quell’estate la Giacomense diventò SPAL, ma non per te.
“Sono stato un po’ sfortunato, o forse ero destinato a fare quel percorso. Già quando mancava una mese alla fine del campionato Mattioli iniziò a dirci che ci dovevamo salvare assolutamente, perché c’erano buone probabilità di diventare la SPAL e questo avrebbe cambiato le nostre carriere. A fine campionato però la situazione non era così chiara e ad un certo punto sembrò che non se ne facesse nulla. Quindi si aprì una trattativa tra la Giacomense e l’Alessandria, che aveva come ds il precedessore di Vagnati, Massimiliano Menegatti. Le cose andarono un po’ per le lunghe per via del classico tira-e-molla economico tra le società, fino a che al lunedì firmai il passaggio all’Alessandria. Il giovedì successivo la Giacomense diventò SPAL”.

Una bella beffa.
“Infatti quello stesso giovedì mi chiamò Vagnati per chiedermi se il contratto era già stato depositato, perché Mattioli aveva chiesto di confermarmi. Solo che era già stato fatto tutto e in più avevo dato la mia parola a Menegatti, non potevo tornare indietro. Le cose sono andate così e ci ho potuto fare poco”.

Ad Alessandria hai conosciuto Luca Mora. Un altro che come Lazzari ha fatto la sua gavetta.
“La sua è una storia diversa, perché ad Alessandria mi ricordo di avergli detto tante volte che l’avrei voluto vedere col cognome sulla schiena, perché aveva le potenzialità da serie B. Tecnica, fisico, corsa… aveva tutto già all’epoca, solo che aveva un atteggiamento un po’… cazzone, nel senso buono del termine. Dopo l’allenamento andava via e non faceva mai palestra, cose di questo genere. Avesse investito un po’ di più su queste cose sarebbe arrivato molto prima a certi livelli. Ma in fondo è il suo spirito, è un anarchico, come poi lo vedi fuori dal campo. Però alla lunga le sue qualità si sono viste: ha vinto due campionati alla SPAL, ha giocato in serie A e ora è titolare fisso in B”.

Dopo due anni ad Alessandria hai letteralmente attraversato l’Italia per trasferirti ad Andria. 
“Sì perché nel secondo anno di Alessandria arrivò Nordi e io mi ritrovai chiuso. In quella stagione la società progettava di vincere il campionato e c’era dello scetticismo sulla possibilità di farlo con me da titolare. Per cui alla fine della stagione 2014-2015 mister D’Angelo (oggi al Pisa, ndr) mi chiese di seguirlo alla Fidelis e accettai. Fu la scelta giusta, perché quella squadra arrivò settima nel girone C di Lega Pro con la miglior difesa (assieme al Benevento, ndr), nonostante una squadra giovanissima. In quella stagione abbiamo fatto anche il record di imbattibilità e quindi è stata una bellissima esperienza. In quella successiva mi operai ad una spalla, quindi rimasi fermo nei primi tre mesi. A dicembre quindi arrivò un’altra chiamata di Vagnati, che voleva riportarmi alla SPAL”.

La classica seconda possibilità.
“Quando mi chiamò, Vagnati mi disse che Branduani era in partenza e quindi sarebbe servito un vice-Meret. Per me era l’occasione della vita, perché per ricevere un’offerta dalla serie B avrei dovuto vincere un campionato o fare una stagione fuori dalla norma. Cosa che per certi versi stavo facendo, perché una volta rientrato dall’infortunio ho ricominciato a giocare regolarmente e abbiamo fatto tredici risultati utili consecutivi. Infatti a gennaio eravamo ancora la miglior difesa del girone. Però l’occasione offerta dalla SPAL era troppo grande. Ho rinunciato anche a dei soldi per fare in modo che la trattativa andasse a buon fine, visto che l’Andria non era contenta di lasciarmi andare. La SPAL in quel momento era seconda in classifica: magari non si era convinti di andare in serie A, ma era comunque una posizione straordinaria che poteva garantirmi grande visibilità. In più l’idea di essere il vice-Meret implicava l’idea di giocare nei momenti in cui lui sarebbe stato convocato in Nazionale, visto che era già nel giro. Purtroppo poi le cose sono andate un po’ diversamente, perché ho trovato una situazione diversa. La prospettiva è un po’ cambiata e mi sono adattato all’idea di fare il terzo. Non sto lì a pensare ai ‘se’ e ai ‘ma’, che tanto non servono a niente”.

La frustrazione del restare ai margini è stata compensata dalle soddisfazioni per i risultati della squadra?
“Quello sì, perché mi porto dentro dei ricordi eccezionali come la partita di Terni e la festa in città. Rimarranno nel mio cuore sempre, anche perché non sono certo cose che capitano a tutti. Vincere un campionato di B dopo cinquant’anni, in una città con un entusiasmo smisurato… Bello, proprio bello. E poi mi porto dietro l’amicizia di ragazzi con cui ho legato, vivendo calcio vero in una città che ama la sua squadra. Chiaro, c’è il dispiacere di non essere riuscito a giocarmela alla pari per mostrare le mie qualità. Probabilmente, se in origine m’avessero detto che sarei stato destinato al ruolo che poi ho avuto, avrei fatto delle scelte diverse. Ma ho vissuto tante cose belle”.

Nell’ultima stagione si è parlato molto di Gomis e dell’impatto avuto da Viviano. Alfred ha pagato qualcosa in particolare?
“Per me è un ottimo portiere, poi si trascura il fatto che è ancora giovane. Ha fatto il suo secondo anno di serie A e quindi anche lui ha bisogno di acquisire esperienza. Se hanno deciso di andare su Viviano a gennaio è perché volevano un portiere che non mostrasse neanche la minima esitazione da lì alla fine della stagione, visto che la classifica non era delle migliori”.

Com’è stato lavorare con un personaggio così particolare?
“Emiliano è un tipo sicuramente esuberante, un ragazzo fantastico. Per me è stata una fortuna stare di fianco a lui. Infatti quando è arrivato gli ho detto che avevo la maglia di quando era a Bologna. Guardavo i suoi video per imparare a muovermi allo stesso modo. A quel tempo ero rimasto impressionato dal suo calcio, perché riusciva a fare dei rinvii potentissimi da area ad area. Abbiamo anche legato ed è stata una bella esperienza”.

Ti ha sorpreso la sua mancata conferma?
“Onestamente non so cosa ci sia dietro alla scelta, quindi non giudico. Penso comunque abbia ancora tanta voglia di giocare, anche se non ha avuto una carriera semplice con gli infortuni e quindi si deve un po’ gestire. È uno che ha il fuoco dentro e la competitività per stare in serie A”.

Tra le curiosità che ti riguardano c’è anche la tua fede buddhista. Com’è nato il tuo interesse per questa dottrina?
“L’ho conosciuta nel mio secondo anno all’Alessandria grazie al mio compagno di squadra Riccardo Taddei. Io avevo perso mio padre da poco ed ero in un momento difficile. Vedevo la mia vita un po’ buia. Nel buddhismo ho trovato una concezione del mondo che mi ha dato forza interiore e di conseguenza da lì ho iniziato a praticarlo. La corrente di cui faccio parte è Nichiren Daishonin, quella, per capirci, a cui appartiene anche Roberto Baggio. E’ la più diffusa in Italia con quasi 95mila praticanti. Grazie al Buddhismo il mio modo di ragionare è cambiato e ho coltivato uno stile di vita totalmente diverso nel modo di affrontare il presente e il futuro. Ho ritrovato la speranza in me stesso e non nel chiedere aiuto a qualcuno o qualcos’altro. Nel Nichiren Daishonin non c’è una divinità da venerare, è la nostra vita a dover essere venerata e rispettata. Per quanto mi riguarda è stato come scoprire il modo di liberare delle energie che sapevo essere dentro di me, ma che non sapevo come attivare”.

La religione è un argomento delicato da portare in uno spogliatoio?
“No, non direi. Nel mio caso lo sanno tutti perché non l’ho mai nascosto e mi è capitato anche di parlarne a dei compagni a cui poteva interessare. Capita di venire preso un po’ in giro e di essere chiamato Buddha, ma niente di che, ho sempre trovato grande rispetto”.

Il tuo primogenito, Niccolò, come vive il tuo lavoro?
“Ora che sta crescendo (ha 5 anni) è innamorato del calcio, gli piace venire allo stadio e quando nel finale di stagione l’ho portato al centro sportivo si è emozionato tantissimo. A casa vuole sempre giocare a palla mettendosi i miei guanti… e purtroppo ha iniziato a dirmi di voler fare il portiere (ride). Io mi sentirei di sconsigliarglielo, ma ci sarà tempo per vedere cosa succederà”.

Il tuo domani invece cosa ti riserva?
“Sono svincolato, ma ho una grande voglia di ripartire e tornare a fare quello che so fare meglio. Aspetto che arrivi qualche opportunità, la categoria conta relativamente. Per me sarebbe fantastico trovare una collocazione in serie B, poi se dovesse arrivare una proposta da una serie C importante ci penserei sicuramente. Per ora stare a casa non mi pesa granché, poi quando vedrò tutti gli altri impegnati nei ritiri qualche pensiero in più mi verrà”.

 

la foto di copertina è di Isabella Gandolfi



Leaderboard Derby 2019