Una volta, durante un concerto del 1982, Ozzy Osbourne staccò di netto la testa ad un pipistrello, convinto che fosse finto. Bene, io oggi ho avuto la stessa idea, ma non con un simpatico barbastello, ma con i tanti gufi che si annidano tra i meandri dei social, armati di tastiere, sentenze e manuali illustrati del gioco del calcio del 1980, nonché di biennale esperienza nei giovanissimi del Quartesana.

La mia domenica inizia presto, poco dopo le 9 mi attende la siepe di alloro che ho lasciato crescere come le sequoie di Yellowstone. La temperatura nel mio cortilino è vicina a quello della fusione dell’atomo, mi si scioglie il dente di ceramica, i miei sali minerali, diventano scendi minerali. Evaporo, ma arriva pure l’ora del pranzo. Una doccia e mi mangio una bistecca texana residuo della grigliata di venerdì sera: è mangiabile e la innaffio con uno sguazzone di Ronco Rosso, roba da intenditori. Mi agghindo con i paramenti sacri e raggiungo Manfre all’edicola, il quale mi regala una maglia del concerto per il quarantesimo anniversario degli Stray Cats. Come chi sono? Un epico gruppo rockabilly anni Ottanta, roba seria. Prima di entrare nel pre-stadio una signora mi chiede: “Mi scusi, ma è lei Cristiano Mazzoni?” Sì, ma solo se non mi da lei.

Su in geriatria mi aspetta la banda: Cavallo mi spoilera il risultato pronosticando un improbabile 2-1, con gol di Strefezza. Mi tocco. Nei nostri gradoni sfoggiamo un inedito attacco a quattro punte, con White dietro a dettare i tempi, formazione strana ma tutta d’attacco. Carica. La curva freme, i ragazzi entrano, Manuelito saluta la curva opposta e il mondo continua. Ma si sente un fremito strano, il tamburo batte come il nostro cuore, la coreografia riesce alla perfezione e la ripetuta del primo coro dura quindici minuti. E’ uno di quei cori, di quelli che ti assalgono alla gola, di quelli che non senti la tua voce, di quelli che, ma che ve lo dico a fare. A tratti, la curva è la più bella di sempre.

La Lazio ci dimostra di essere una dei tanti Golia, che vuole maramaldeggiare con Davide. Ma noi non ci chiamiamo Davide, ci chiamiamo SPAL. Giù in basso Marce col megafono ha una vena del collo che sembra il Boicelli, il ritmo è tambureggiante, nel senso che i tamburi picchiano il ritmo. Un tizio cade nella nostra area, l’arbitro a due passi soprassiede, ma AldaVAR lo chiama. Passa un secolo, l’uomo in giallo indica il dischetto. Ciruzzo, figlio di Sandra Milo, mette la palla sul dischetto e segna pure. Non ci scomponiamo: loro sono forti, c’è un caldo atomico, i capitolini giocano quasi con sufficienza. Attento squadrone, il Mazza non muore così facilmente, così come la sua squadra. Al 43′ del primo tempo chiedo un cambio in corsa per reidratarmi, vado giù al bar a prendere un Gatorade (faccina che ride). Duplice fischio e i ragazzi sono negli spogliatoi.

Entra Strefezza e un minuto dopo Petagnone la mette. Andrea è leggiadro come un toro col tutù da ballerina, stop, rotazione e bum. Esplode lo stadio. In panchina abbiamo una mago, un fuoriclasse del ruolo, un top coach, abbiamo Leo, che effettua uno stop con voto con le suole di cuoio, da antologia. Nel secondo tempo stravolge la squadra, tre cambi, tutti azzeccati, il brasilianino su tutti. Jasmin a poco dalla fine ci inserisce il palloncino nelle coronarie, pallone da una parte e portiere ospite dall’altra, ma non è un rigore. Non ci si crede, schiumiamo di gioia, la felicità è sudare in curva Ovest, unico posto al mondo in cui esiste ancora il comunitarismo reale: la cortina di ferro esiste ancora ed il muro non è mai caduto, anzi, si alza ad ogni sciarpata. A gh’en fat al trenta damoni, direbbe mia nonna. Partita finita, 2-1 per noi ed un consiglio: voi squadroni non venite in gita al Mazza, perché sono proprio le partite che i fenomeni indicano come quelle impossibili che ci piacciono un sacco. Grazie ragazzi, grazie mister: mi sono divertito come un pazzo e sto ancora sputando le penne della paranza di gufi fecali che mi sono mangiato. Forza vecchio cuore biancazzurro.



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