In meno di 100 giorni, 81 per quelli che amano la precisione, la SPAL ha salutato Leonardo Semplici e Davide Vagnati, archiviando in maniera abbastanza perentoria un periodo tra i più brillanti della centenaria storia del club ferrarese. Si sapeva che prima o poi sarebbe dovuto accadere, ma dopo anni di risultati straordinari le sensazioni più immediate portano inevitabilmente a incertezza e preoccupazione, più che a curiosità ed attesa.

Pensare che possa essere in atto una smobilitazione per ragioni di budget è lecito, ma forse un tantino esagerato. Di sicuro prematuro, perché un orizzonte chiaro ancora non c’è (la categoria pesa, e non poco) e potrebbe essere saggio valutare le prossime mosse della triade Colombarini-Colombarini-Mattioli prima di esprimere dei giudizi così perentori. D’altra parte il progetto tecnico di questa stagione già in principio poggiava su basi non proprio saldissime. Collaudate sì, alla grande, ma con qualche problema di stabilità. Dopo due salvezze consecutive, di cui una quasi miracolosa, il sesto mandato da allenatore di Semplici celava più insidie che opportunità e anche la posizione di Vagnati si era fatta meno comoda, con due sessioni di mercato ad altissimo coefficiente di difficoltà nel contesto di un campionato più competitivo del precedente.

C’è poi un’altra componente da soppesare e sulla quale lo stesso Mattioli spesso si è soffermato, mescolando orgoglio e preoccupazione: quelli bravi, in genere, li vogliono pure gli altri e sono difficili da trattenere a lungo. E, al di là della larga pletora di detrattori (soprattutto tra i tifosi), Semplici e Vagnati (oltre che il dg Gazzoli) fanno parte di quella categoria lì. Professionisti che hanno fatto una solida gavetta e che sono stati bravi a far valere le proprie capacità al posto giusto, nel momento giusto, attorniati dalle persone giuste, con la giusta dose di fortuna. E hanno portato a casa quello che gli si chiedeva: risultati, spesso largamente superiori alle aspettative iniziali. Non sorprende quindi che entrambi abbiano ricevuto corteggiamenti nel corso degli anni (Vagnati nel 2016 era vicinissimo al Parma; Semplici era stato cercato dal Genoa) e che le loro carriere ora possano anche proseguire a livelli teoricamente più alti, a voler guardare blasoni e disponibilità economiche. Né sorprende che il filo conduttore dell’ultimo quinquennio sia stato quello dell’unità e della distribuzione più o meno equa dei meriti: tutti i protagonisti della vicenda conoscevano i propri, ma sceglievano di guardarli in un quadro più ampio di reciproca collaborazione. Se è vero che la felicità è vera solo quando è condivisa, la SPAL ha fatto di questo una specie di filosofia quasi irripetibile.

Le pietre angolari della SPAL, alle quali i tifosi si possono aggrappare, rimangono i Colombarini e Mattioli. Per la prima volta dai tempi della Giacomense la triade è in totale ed esclusivo controllo delle sorti organizzative e tecniche della società, con un margine di manovra che lascia spazio a diversi scenari. Mattioli in particolare ha sempre rivendicato con fierezza il merito di aver puntato sulla versione dirigenziale di Vagnati già in grigiorosso e la storia gli ha dato ragione con gli interessi, malgrado qualche sbandata (fisiologica) sul percorso. Va da sé che una storia del genere non può essere ripetuta a questi livelli e c’è da chiedersi se e quanto il Pres vorrà trovare un profilo compatibile con la sua idea di gestione o invece sarà disposto ad accogliere un ds con stile da manager, meno incline all’adozione della dinamica familiare instaurata in via Copparo. Così come viene spontaneo chiedersi in quale misura verrà riorganizzata – in termini di idee, ma anche di personale – l’intera struttura che fino a oggi era stata allestita grazie al contributo di un Vagnati progressivamente dotato di sempre maggiore autonomia decisionale. La categoria di appartenenza, verosimilmente la serie B, rappresenterà un discrimine importante e nel caso ci sarà da capire le intenzioni di Luigi Di Biagio, letteralmente bloccato dalla pandemia quando stava provando a giocarsi le sue prime carte da allenatore di serie A.

I nomi che circolano per la successione di Vagnati sono tra i più disparati: da Zamuner a Giannitti, da Romairone a Bonato. Hanno tutti vissuti e caratteri diversi e tutti dovranno fare i conti con l’inevitabile scetticismo che circonda chi si trova a fare i conti con un passato pieno di luci e di sorrisi e un futuro da affrontare in un nebbione novembrino su una strada piena di buche. Vagnati resta il ragazzo di casa che ad un certo punto chiude la valigia e va cercare fortuna lontano dalla famiglia: non sorprenda se il suo successore gli assomiglierà, il nome giusto da mettere sulla nuova targhetta dell’ufficio potrebbe essere stato l’ultimo atto di gratitudine verso chi lo ha fatto diventare grande.



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