– “Mazzo so che tu scrivi solo per ispirazione, ma se mai dovesse balenarti lo spunto di una storia sentimentale di Zamuner e della SPAL di quegli anni là, sappi che la pubblicherei volentieri“.
– “Ok. Ci penso, ma non garantisco“.
– “Figurati, lo so come funziona con te“.

Ecco, così Orla mi ha chiesto un pezzo su Giorgione, sapendo che nonostante le mie reticenze sul come e sul quando è come invitare un’oca a bere. Non è facile scrivere di questo argomento. Qui si parla di sentimenti, si parla dei miei vent’anni, si parla di un mondo estinto ma ancora ben vivo nella memoria degli ex giovani. Gli anni Novanta. Nella mia generazione i capelli lunghi li hanno portati in pochi, erano fuori moda e fuori tempo massimo di almeno vent’anni. Simbolo di ribellione negli anni Sessanta e Settanta, demodé e “voglia di vecchia pellons” nell’ultimo decennio del secolo breve. Io decisi di portarli nel giugno del 1989, quando mi rasai la testa per la naja. Nei miei diciannove anni portavo la “petta” e una mezza banana per rifarmi (nella mia mente) allo stile Rockabilly Rebels. Orripilante, ma tant’è. Ultimo appunto tricologico, i miei capelli non si prestavano particolarmente ad essere portati lunghi, in quanto senza gel sembravo più Napo Orso Capo che Jim Morrison.

[Cristiano Mazzoni, in maglietta bianca, nell’estate del 1991]
Dopo aver regalato il mio anno allo Stato, tornai a casa nel 1990. Anni bui quelli, il mio mondo si sarebbe sgretolato nel giro di pochi mesi. Palliativi al sapor di luppolo e schiuma, notti solitarie seduto davanti al bar chiuso. L’amicizia, la SPAL e l’amore la mia isola galleggiante in un mare di merda. Venne però il 16/06/1991 e la fatal Verona si trasformò nell’apoteosi dei diecimila. Ritornammo in C1, categoria che già ci sembrava interessante. E fu lì che conoscemmo Giorgione. L’Imperatore spiccava sul tappeto verde del Mazza. Al primo minuto della prima partita contro i grigi dell’Alessandria, lo elessi a mio idolo di ventenne. Prima di lui da adolescente ci furono De Gradi e Ferretti, da bambino Gibo e Manfrin. La sua maglia numero 4 mi rapì il cuore. Quarant’anni di onorata militanza e nessuna maglia mai, né prima e né dopo guadagnata in balaustra. Sono uno sfigato patentato, l’unica volta che ci andai vicino per poco non ci scappò la strage. Crollò il parapetto che portava al tunnel degli spogliatoi nel campo di Saronno e una ragazza rischiò di farsi del male. Ma sto divagando.

Giorgio era una carta moschicida per le ragazze: capello lungo al vento, fisico importante e castagna da quaranta metri. Invidiato dai ragazzi e amato dalle ragazze. In quegli anni gli amici, vista la mia passione e i capelli lunghi, cominciarono a percularmi chiamandomi Mazzuner. Ricordo un coro simil curva Ovest dopo un mio eurogol (!), me la canto e me la suono da solo (n.d.r.), al torneo di calcetto di Cocomaro di Cona, dove militavo ovviamente tra le fila del Bar Trentino 2. “Mazzuner larallarallara / Mazzuner larallarallara“. Il numero 4 sulla schiena dei giocatori dei miei tempi indicava indiscutibilmente il mediano, ma spesso era pure il secondo numero di maglia del libero. La numero 4 sta nella mia personale classifica dei numeri di maglia che indossai al terzo posto, molto staccata dopo la 5 e la 6.

[Cristiano Mazzoni a Lugo di Romagna, il 29 settembre 1991]

Mille sono gli episodi che mi legano a Giorgione, talmente tanti che sarebbe difficile sceglierne qualcuno in particolare. Nel celeberrimo derby de “Il pallone nel 7” oltre alla fucilata all’incrocio, oltre alla corsa a perdifiato verso San Luca, mi ricordo la bocca di Roby Muso di fianco a meno in un urlo che Munch spostati proprio. Mi ricordo un gol su rigore e sconfitta in una trasferta a torto non annoverata tra quella eroiche a Massa, dove ci tirarono monolocali (trad.: dei gran sassi) per tutto il tragitto dallo stadio alla stazione e dove un amico nostro, per aver raccolto cento lire a terra, si fece il corteo ingabbiato nel cellulare della polizia mentre noi dietro invocavamo la sua immediata “scarcerazione”. Troppi i gol di Giorgio che mi fecero impazzire: indimenticabile quello annullato ingiustamente, da quella gran testina di De Santis da Tivoli, nello spareggio col Como, sempre a Verona. Nell’esodo biblico dei dodicimila. La punizione era di prima maledetto arbitro. La gioia maxima a Lugo di Romagna, dove Zancopè ne prese solo tre, Giorgio segnò ed io impazzii a cavallo della balaustra del Comunale. Il bruciante dolore dopo uno dei sei gol che ci rifilò il Como (sempre lui) in cui il mio mito segnò ed esultò verso i suoi nuovi tifosi. Tanti, troppi, ricordi dei miei vent’anni e della fantastica SPAL di Giobatta. Bentornato Imperatore.

 

la foto di copertina, poi riutilizzata nel testo, viene dall’archivio di Giuliano Galasso che ha gentilmente concesso la sua pubblicazione.



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