Ho voglia di S.P.A.L.. Sono veramente in astinenza, mi manca terribilmente la mia cura, la mia terapia. La parte finale d’agosto lascia sempre un retrogusto di tristezza, si scavalla in settembre – mese bellissimo e struggente – si avvicina il mio compleanno, sono più vecchio di mio padre e sono arrivato al mezzo secolo più uno. Mica pizza e fichi. Settembre sfuma, come un vecchio film in bianco e nero nell’autunno mese topico per Ferrara, la nebbia ricomincia a salire dalla bassa e tutto riprende il suo torpore secolare, che ammanta i mattoni rossi della città medioevale e rinascimentale, quella New York del Cinquecento, per capirci. La città da decenni non ha più nessuna traccia del fulgore che fu, ma fa niente. Mi ricordo l’angoscia che provavo da ragazzo per l’inizio della scuola, la privazione della fantastica libertà dei tre mesi di vacanza, molto simile al trillo del tornello dopo due settimane di ferie.

Ma l’estate è pur sempre stata propedeutica all’inizio del campionato successivo. Si leggeva sui quotidiani locali della campagna acquisti: un nuovo portiere, uno stopperone d’esperienza, un fantasista fantasmagorico, una punta da mille gol, un giovane golden boy. In settembre, oltre ai lucci della Diamantina, cominciava a intravedersi il campionato, qualunque esso fosse, anche se la categoria era sempre la stessa, la serie C. C’era la speranza, c’era il ritorno, c’era la prima birra sui quei fantastici e bollenti gradoni di cemento, c’erano gli abbracci e le solite battute con gli amici di sempre. C’erano un sacco di cose in settembre che stemperavano la malinconia della fine dell’estate. Ma quest’anno, cosa ci rimane? Quello che veramente mi massacra è non sapere cosa ci sarà, non sapere il quando e il come. The show must go on senza la voce di Freddie, è stata la fine del campionato scorso. Insignificante il risultato finale, nessun senso a nulla, il passato è vicino, ma il futuro non ci dice nulla di buono. Nessuna normalità, nessuna corsa all’abbonamento, nessuna gioia nell’immaginare l’apertura dei vecchi portoni metallici dell’ultimo stadio inglese d’Italia. Tutte le mattine, quando apro il portafoglio per estrarre il badge che mi permette di entrare nel fabbricone e scorgo la tesserina a righe biancazzure mi si ingroppano le budella. Esagerato? Forse.

Ma chi è in cura da troppo tempo dall’esimio terapeuta professor Cerbiatto, può capirmi, gli altri cureranno le proprie deviazioni, follie e fobie in altri modi. Come sarà questo prossimo campionato di serie B? Una sequenza di aggiornamenti sui giocatori infetti? L’allenatore dovrà valutare giornalmente anche il test sierologico oltre al test di Cooper? Non riesco davvero ad immaginare il futuro prossimo e questo mi sconfigura terribilmente. Già in molti, tra i padroni del vapore, si prefigurano gli stadi aperti, con i tifosi composti come alla prima della Scala, con il libretto dell’opera davanti per meglio seguire gli schemi delle due squadre. I ventagli per le signore, le poltroncine distanziate di un metro e mezzo con i braccioli porta bibite (no birra ma coca-cola) e pop-corn. I fruitori del servizio calcistico entreranno eleganti, con le bandierine di plastica, in un ambiente asettico, freddo come la corsia di un ospedale.

Sono parole che mi escono obbligate dal senso di mancanza, dalla paura di non esserci, dalla consapevolezza che una curva, con limitazioni non mi vedrà presente. Al solo scriverlo mi viene l’ansia, forse quando e se aprirà il mio stadio mi accomoderò in curvino, magari accompagnato dalle mie figlie (e questo è una buona cosa, anche se loro, come me preferiscono il curvone). Mi siederò, canterò dentro di me i nostri cori, mi immaginerò di guardare da dentro, ma non troppo, la partita della mia squadra, nella consapevolezza di non poter essere un elemento determinante, come lo ero, quando in piedi sui seggiolini a cento cinquanta metri di distanza, gridavo smodatamente la mia passione abbracciato ad un ammasso di carne umana. Nel senso di umanità, perché in quel luogo emerge una fantastica e alle volte sottovalutata comunità. Magari il mio due aste lo porterò (o forse no), lo alzerò durante le formazioni, alla fine del primo tempo e a partita conclusa. Forse battendo le mani e scandendo un triste alè, alè. No, non c’entra la categoria, tanto meno la retrocessione, ma questo settembre non mi procura le farfalle allo stomaco, anzi acuisce la mia, oramai perenne, gastrite cronica. Forza vecchio cuore biancazzurro.



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