Sergio Pellissier è stato l’ospite speciale del 21° appuntamento stagionale di LoSpallino [email protected], la diretta Facebook del mercoledì sera condotta da Alessandro Orlandin e Leonardo Biscuola.

L’ex attaccante, oggi direttore sportivo in cerca di ingaggio, ha ovviamente ricordato i suoi tempi alla SPAL (44 presenze e 16 gol dal gennaio 2001 al giugno 2002), ma ha anche fatto alcune considerazioni sul calcio contemporaneo.

Di seguito il video integrale, sotto alcuni dei passaggi più interessanti.

Ferrara è stata una tappa importante sia per la mia esperienza professionale, sia per quella di vita. Nei primi due anni in cui ho giocato a Varese forse ero ancora troppo giovane per capire cosa contava davvero. Invece quando sono arrivato a Ferrara avevo una conoscenza migliore delle mie qualità e soprattutto avevo capito che poteva essere una piazza importante per fare il salto decisivo nella carriera. A Ferrara poi ho incontrato quella che poi è diventata mia moglie, quindi mi sono legato ancora di più ad una città splendida in cui torno sempre con grandissimo piacere. Lì vivono ancora i miei suoceri e conservo diverse amicizie“.

Dopo i miei primi sei mesi alla SPAL fui io a insistere per rimanere un’altra stagione. Il Chievo (all’epoca proprietario del cartellino, ndr) avrebbe voluto mandarmi da un’altra parte, ma non sentivo di aver dato tutto quello che potevo dare. Mi ero fatto male e soprattutto avevo capito d’aver trovato un ambiente nel quale potevo crescere. Quindi sono rimasto, seppure si sia rivelata un’altra stagione di sofferenza. In quegli anni alla SPAL era veramente complicato giocare perché di stagione in stagione venivano allestite squadre importanti per tentare il salto di categoria e qualcosa andava sempre storto. Però le responsabilità mi sono sempre piaciute. In più si sentiva l’attaccamento fantastico che c’era per quella maglia e per me era un aspetto determinante per darmi carica. Si trattava di onorare la maglia fino all’ultimo e soffrire o gioire coi tifosi fino all’ultimo. In quel periodo la SPAL magari non faceva grandissimi numeri allo stadio, ma ovunque andavi in città sentivi parlare della squadra. E questo vuol dire che tutti la amavano, malgrado la criticassero. Io non ero nessuno, eppure tutti mi riconoscevano: succedeva raramente nella serie C di vent’anni fa“.

Giocare a Ferrara era sempre molto emozionante, perché anche se erano anni difficili la SPAL era comunque una squadra ambita. Un po’ la Juventus della categoria. Una piazza difficile e in cui sentivi di contare. Ritrovarsi a fare gol sotto la Ovest e sentire l’esultanza, o sentire i cori dedicati a te è veramente molto emozionante. Anche negli ultimi anni il pubblico è stato determinante e credo che la sua assenza stia incidendo tantissimo sulle sorti della SPAL. Quando ci giocavo io capitava di avere minimo 500 persone in trasferta anche se magari si era a metà classifica. Nei miei anni al Chievo non credo d’aver mai visto tutta quella gente in trasferta ed era serie A“.

Da Emanuele (Cancellato, ndr) ho imparato tanto. Voleva assolutamente fare sempre gol, ci teneva alla maglia, sentiva la pressione e la responsabilità dell’ambiente. Quando l’ho conosciuto aveva già 38 anni, ma nonostante questo non saltava un allenamento. Uscivamo insieme, eravamo amici e grazie a lui sono cresciuto. Tanti ragazzi oggi non capiscono quanto è importante imparare dai compagni più esperti. Eppure ne avrebbero bisogno per capire non solo come migliorare nel loro gioco, ma anche nella gestione dei momenti difficili. Io ho preso spunti da tanti giocatori con cui ho giocato, compreso Emanuele. Lui era senz’altro un esempio di professionalità“.

Non so se nella mia carriera avrei potuto fare di più, ma col Chievo ho fatto una scelta rivolta al futuro. Giocare in una squadra arrivata da poco in serie A significava poter costruire qualcosa e lasciare un segno. Alla fine ho stabilito tantissimi record sia per quanto riguarda il Chievo, sia per la stessa serie A. Quando giocavo mi piaceva guardare a quei numeri perché erano uno stimolo a fare sempre meglio. Volevo lasciare un ricordo ai miei figli. Magari tra vent’anni vedranno il nome ‘Pellissier’ tra i record della serie A e ne andranno orgogliosi. Magari non sarò più nella top30 delle presenze in serie A, ma magari sarò nella top70 e i miei figli avranno comunque la possibilità di dire ai loro figli che il papà ha giocato ad alti livelli. Se avessi fatto uno, due o tre anni in una grande squadra magari sarei finito nel dimenticatoio. Le scelte che ho fatto le ho fatte col cuore e non ho rimpianti“.

Per uno come me è stato davvero bello ed emozionante sentire tutto l’affetto del pubblico di Ferrara quando sono tornato da avversario. Mi fa piacere che le persone abbiano apprezzato quello che ho dato per la SPAL. Anche non necessariamente in campo, ma solo con passione, entusiasmo e rispetto. Per me giocare a Ferrara significava tenere alti i colori di una maglia che i tifosi vorrebbero poter indossare in campo. Ho sempre giocato per quello. Alla domenica sera o al lunedì mattina mia moglie doveva aspettarmi anche tre quarti d’ora perché mi fermavo a spiegare ai tifosi perché avevamo perso o qualcosa era andato storto. Ma era giusto farlo, perché capivano la situazione e ci incitavano ancora più forte. Poi magari perdevamo perché eravamo più scarsi degli altri, però facevamo del nostro meglio“.

Per Alberto (Paloschi, ndr) questa fase di carriera non è stata semplice. Per rendere dovrebbe giocare in continuazione. Nei suoi anni alla SPAL ha avuto davanti giocatori di qualità e quindi una forte competizione. Quando non si gioca diventa difficile avere il giusto ritmo per sfruttare magari l’unica occasione di una partita. Forse se avesse continuato a giocare con regolarità avrebbe potuto fare di più. Non è mai stato qualitativamente eccelso, ma non lo era nemmeno Inzaghi e abbiamo visto il tipo di carriera che ha fatto. Paloschi come Inzaghi vive per il gol e quando non li fa rimane condizionato. Ma non è facile gestire la pressione“.

Quando scendi in serie B devi capire che ti trovi in un’altra categoria. Anche se sei un giocatore con le qualità da serie A devi renderti conto che non c’è niente di scontato. Se hai fatto dieci gol in serie A non ne farai automaticamente venti in serie B. Io l’ho fatto perché avevo una rabbia dentro che non avevo mai sentito prima. La retrocessione del 2007 col Chievo l’ho vissuta come un fallimento personale, per me era una delusione. Volevo dimostrare a tutti quelli che mi avevano attaccato, o godevano di quel momento, che si erano sbagliati. Volevo riportare il Chievo in serie A il prima possibile perché avevo un debito nei confronti dell’ambiente che aveva creduto in me, soprattutto quelli che l’avevano fatto anche nell’annata in cui ho fallito. Nel giorno della promozione aritmetica mia moglie mi disse una cosa che mi è rimasta impressa: ‘Finalmente è tornato mio marito’. Quell’anno l’ho vissuto sempre in apnea, sempre in tensione e io non me ne ero neanche accorto. Se non ci si immedesima nello spirito della B o non si trova questo tipo di voglia e magari si pensa di vincere solo grazie al nome si rischia di fallire. E poi lì diventa difficile riprendersi. Vincere non è per niente facile, la B è complicata. Giocare con l’ultima o con la prima fa poca differenza, si può perdere nel primo caso e vincere nel secondo. La SPAL se n’è resa conto. Purtroppo non è facile scendere in campo sapendo che tutti attorno a te si aspettano sempre la vittoria“.

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