Direi che è doveroso, anche se non lo faccio mai, iniziare dal migliore in campo. Anzi, dalla migliore in campo. Di gran lunga la nr. 12 della compagine biancazzurra, femminile e maschile, giovane e vecchia, antica e moderna, presente da sempre o agli esordi. Luogo di cultura, centro ricreativo, bar, parco giochi, riverente e irriverente, apartitica ma politica, luogo del tutti uguali, senza differenze, senza sconti, anarchica, ma dotata di poche e semplici regole. Apologetica, forse nella rottura di palle dei miei articoli l’ho citata almeno una milionata di volte, ma credo lo meriti, sempre e comunque. Una casa comune dove amici, conoscenti e habitué, si aggregano, ieri e lo vorrei citare ho incontrato due amici di vecchia data, il figliol prodigo E.T. in lacrime per l’emozione di essere di nuovo a casa, dopo tanto tempo sui gradoni della sua e nostra adolescenza e il grande Borso ricordi antichi di una gioventù felice, nelle difficoltà degli anni Ottanta alla Fulgor o al Trentino, in casa e in trasferta. Quasi dimenticavo Nico, che mi ha accompagnato verso il bar grande, uomo di penna e d’azione, fondamento del collettivo che con sagacia ed inchiostro scrive di S.P.A.L. Grazie curva Ovest, per la tua fantastica umanità, grazie per i ricordi che mi fai affiorare ad ogni incontro.

Comunque sì, la migliore in campo è stata lei, siamo stati noi, sotto di un gol dopo due minuti contro i simpaticissimi lariani, formazione che ci riporta alla mente mille immagini. I gol dello zio, da una parte e dall’altra, la tripletta di Sussi, la punizione di seconda, i gol sbagliati, l’elevazione di Lancini, le trasferte poco comode in riva al lago (inquinato). Perché, sappiatelo, Como in pullman è irraggiungibile, credo si trovi due chilometri a sud di Copenaghen. Tutto questo è SPAL-Como: un turbine di ricordi, molto spesso poco piacevoli. La partita è stata difficoltosa, la meno bella di quelle giocate in casa, difficoltà dei singoli fuori zona e del collettivo meno arrembante del solito, arruffona e troppo contratta. Ma la curva cantava, la migliore in campo trascinava e trainava, cantava e portava la croce. Voi ragazzi che indossate la nostra maglia: guardatela e assorbitene la forza, traete da lei quel di più che significa giocare al Mazza, vecchio, antico stadio dove ad ogni angolo emergono immagini di giocatori dai baffi impomatatati e con le mani sui fianchi. Lampi di classe argentina, volpini e machinòn che fluttuano sull’erba tenera e bassa, rasoiate e punizioni di sinistro, rapine in area e sforbiciate lucide, rimonte e vittorie sopra il sogno. Cercatele quelle immagini riflesse sul campo dalla storia, nutritevi della nostra passione e segnate gragnuole di gol sotto la curva. Noi saremo lì ad esaltarvi.

La passione, la forza del gruppo, la voglia di stare insieme possono essere la salvezza di questi nostri tempi cupi. Può darsi che impareremo di nuovo a conoscere il concetto di solidarietà, di un noi contrapposto a tanti io. La voglia di partecipare, di influenzare il nostro destino. Può una curva insegnare alla società il concetto di vivere, può essere un esempio di convivenza e fratellanza? Sì, lo può fare. E la partita? Non troppo esaltante. Ma i commenti, come sempre, non son affar mio. Affar mio è esserci, saltare, cantare e abbracciare, per il resto demando agli esperti. Vorrei chiudere riprendendo le parole iniziali della fanzine nr. 91 della curva, ricordando il mio vecchio compagno delle medie Fency Domeneghetti, figlio di quella fucina di talenti che fu la Garibaldi di via Giuoco del pallone. La tua inconfondibile allegria rimarrà incastrata sotto alla copertura del curvone, per sempre. Ciao Fency. Un pensiero va anche a Yaya, ragazzo giovane, che partecipò al torneo di calcetto in memoria di Aldro, caduto vittima di un incidente sul lavoro. Vengono chiamati incidenti, anche se spesso non hanno nulla di incidentale, di occasionale. Tre morti al giorno, non sono numeri degni di uno stato civile.

Forza vecchio cuore biancazzurro.