foto Filippo Rubin

Ok, va bene, da dove comincio? Tutti a dirmi am arcmànd, fai bello. Ma sta partita durata come il Pleistocene come si racconta? Come si sintetizza un’era geologica? Dall’inizio direi. L’ansia, mia abituale compagna di vita cominciava a mordermi lo stomaco da metà settimana: la chat della letteratura spallina ribolle di pronostici e strizzate di palle digitali. Si decide per un pre partita “tranquillo” alla centenaria trattoria “Dalla Gigina”, sabato, ore dodici. Salto i preamboli, perché vi sento già sbuffare. Parto da casa dopo accurato controllo: sciarpa, due aste, maglietta di Floccari, biglietto. Ah no, quello devo andarlo a prendere a casa di un amico. Un chilometro di strada e mi accorgo di avere il telefono scarico. Torno indietro, prendo il caricabatterie da macchina. Riparto: altro chilometro e mi accorgo che il cavo non funziona perché schiacciato. Bestemmio, ritorno a casa e sistemo. Riparto, becco tutti i semafori rossi anche dove non c’è il semaforo, passaggio a livello vigliacco con le sbarre abbassate. Lo aggiro, tutti i nonni col cappello e la Duna sono davanti a me, sembra la colonna di un funerale. Poi che sarà mai? È solo una partita di pallone, forse una delle più importanti degli ultimi trenta anni. La SPAL nelle partite da dentro o fuori ha una grossa tradizione… poi in più il Frosinone ci ha sempre portato bene. Ribestemmio. Arrivo in trattoria dopo avere parcheggiato a un chilometro e lì ha inizio tutto davvero.

foto Filippo Rubin

Laboratorio Autonomo Produzioni Spalline, autoproduzione curva Ovest, condensato di teste in un collettivo, gente con cui si divide il pane e pure la birra, tanta roba ragazzi e poi… poi non vi dico un cazzo (ma manca poco). Menù estivo, cappelletti, cappellacci e salamina e tanti saluti alla dieta e alla prova costume, ma poi lassù bruceremo tutti i trigliceridi visibili e invisibili. Entriamo a dieci minuti dall’inizio della partita. Mai capitato in vita mia, ma sto con la banda della poesia, i miei fratelli lassù in geriatria mi bombardano di messaggi ma io fingo disinteresse e scendo invece di salire. Ma scendo tanto, sono in braccio al lancia cori, dietro al bandierone, non vedo un picchio, ma va bene così, anzi deve essere così. Dopo meno di quindici minuti sono quasi afono, ho le mani rosse come se avessi preso a sberle tutte le tifoserie ostili d’Italia. Ho già finito le mia dotazione di caramelle, mi spoglio. Un gran brutto vedere, ma laggiù voglio essere così, uno-due, follia collettiva, chiedo i marcatori, qualcuno sussurra Gibo e Cina, io tendo credergli. Dice: “Ma hai una certa età, perché non la smetti di fare l’ebete”. Uno: perché non ho una certa età, ma sono entrato in curva oggi che avevo diciotto anni scarsi. Poi sì, la partita si è protratta oltre il mio cinquantaduesimo compleanno. Occorre viverla, occorre sudare, gridare, sbraitare, cantare, ballare, occorre essere ciò che siamo. L’età non c’entra.

Sono passati venti minuti e dal brodo primordiale siamo arrivati all’estinzione dei dinosauri. Ma quanto dura? Arbitro fischia che andiamo a casa. E le altre che fanno? Ma le altre chi? Ma sì, dai, le nostre concorrenti! Ma guarda che non siamo mica a lascia e raddoppia. Passa il primo tempo, mi reidrato e faccio in tempo a farmi pure una foto con la storia della curva Ovest, con i capelli tinti di bianco, ma la stessa mia voglia di esserci. La curva è INDEMONIATA, la squadra lo sente, guardo il contapassi del telefono sono quasi a diecimila, stando fermo sul mio gradone. Giù da basso è un formicaio, mi volto e pure in alto stanno facendo il loro. Dai, dai, dai.

foto Filippo Rubin

Facciamo pure il terzo gol. Non ci si crede. Luca Mora, il capitano, grida e ci incita. Ecco, come dice un amico: facciamo una class action e teniamoci sto ragazzo con la SPAL dentro. Che ce ne frega dell’età, quello è solo un maledetto dato su un codice fiscale. Teniamolo, che io non ci ho ancora palleggiato insieme e neppure bevuto una birra mentre si discerne di filosofia e SPAL. Che poi sono la stessa cosa. Negli ultimi cinque minuti guadagno la balaustra a fianco di due gentili bimbi, mi sento arrivato dopo oltre quaranta anni vedo la curva cantare da una postazione di favore. La millenaria partita finisce. La squadra ci guarda e si gode lo spettacolo della curva impazzita. Ora lo avete capito cosa vuole dire? Stiamo esultando come i madrileni per una Champions per esserci salvati all’ultima (quasi) giornata in serie B. Capito o no? Cosa possiamo essere e cosa siamo. In un’unica sola e maledetta partita ci siamo ripresi dalle fatiche di un campionato a singhiozzo.

Sono indolenzito come se avessi pogato per due giorni ad un concerto dei Clash: la gola in fiamme, l’acido lattico ovunque, pure nei muscoli sotto ciliari. Piccolo post partita ancora con i LAPS: conosco e saluto finalmente la mamma di un amico, abbraccio la mia gente e felice, me ne ritorno nel mondo reale, vado a fare la spesa e poi lunedì mi alzerò di notte per andare in una cazzo di raffineria dell’alto pavese per una settimana. Ma questo non c’entra, la SPAL è salva e il prossimo sarà un altro campionato, da vivere come sempre, come dal 1977 in poi, senza età anagrafica, senza ritegno, senza freni, con la certezza che questo mondo è il nostro mondo. Bastano quelle righine sottili, quegli odori, quei sapori e noi ci dimentichiamo di tutto, esiste solo un’ora e adesso. E noi ci siamo e ci saremo. Forza vecchio cuore biancazzurro.



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