foto Filippo Rubin
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Mi si nota di più se non scrivo o se scrivo e mi metto un po’ in disparte? (semi cit.)
Boh, non lo so, scrivo e quindi sono (altra semi cit.).

Cavallo assente dalla curva da un po’ mi bombarda con l’organizzazione della serata: lo vado a prendere e andiamo a farci un piccolo prepartita in un locale nei pressi dell’acquedotto, covo delle mie poetesse e poeti spallini preferiti. E infatti il tavolo della cultura è bello che fatto. Ci accomodiamo con gente che da del tu alla letteratura, che maneggia le parole in punta di dita, che non lesina e anzi ricerca una punteggiatura adeguata e attenta, gente che i refusi li stronca. Un succinta delegazione del collettivo L.A.P.S. ci accoglie festante. Una birra non filtrata ci deterge le ugole, pronti alla carica e al duro lavoro di tifoso della S.P.A.L., mansione per nulla stressante se rapportata a chi di mestiere fa la bonifica da ordigni bellici.

Il Funky, capo banda, ci richiama all’ordine perché c’è da entrare un po’ presto per gestire i rulli della coreografia. Saliamo in piccionaia e i tecnici e i geometri danno le direttive. Anche Nico viene a coordinare le squadre di manovali srotolatori. Mi acchiappo un rullo argentato e attendo le disposizioni dei direttori d’orchestra. Entrano le squadre, attacchiamo la musica e srotoliamo la coreo.
Voglio dire, di mercoledì sera, con la squadra che marcia spedita verso le colonne d’Ercole, nella buona e soprattutto cattiva sorte, sarebbero state tante le tifoserie in grado di realizzare tutto ciò? Alcune centinaia di persone suddivise per compiti hanno dimostrato che la passione non ha nessun collegamento con la realtà, è così e basta.

Comunque la macchina organizzativa funziona alla perfezione. Faccio le corna ai miei anziani su in geriatria e mi assiepo assieme ai miei compagni e compagne letterati. E iniziamo la rumba, sugli spalti intendo. In campo Gino Ferioli sembra un giovanotto in porta, per non parlare delle fasce presidiate da Ferrari, Cavasin, Idini e Paramatti. Perché, non si può giocare con quattro terzini? E chi l’ha detto? Al centro della difesa Albiero, Fabbri, Mangoni, Airoldi, Fimognari, Giani e Servidei. La nostra linea mediana pullula di classe e forza con Ferretti, Zamuner, Brescia, Mora, Paganelli e Improta, non ne fanno passare una. I ciociari sono annichiliti. Vogliamo parlare della cabina di regia? In quanti possono vantare De Gradi, Mongardi e il genio Fermanelli schierati tutti insieme: lanci millimetrici come traccianti sul cielo del Mazza, sembra di essere al falò di ferragosto del 1985 nella spiaggia libera tra le Piramidi e il camping Spina, stelle cadenti a go-go. Sulle fasce d’attacco chi c’era? Beh è facile: Nando Donati e Vola Messersì da una parte, dall’altra Fabietto Lucidi e Costante Tivelli. Poi in attacco non ne parliamo, il volpino Pezzato, Gibo al gubòn, Cancellato, Bizzarri e Floccari. Una batteria di bombardieri da fare invidia ai giapponesi che distrussero Pearl Harbor. Ma il capitano chi era? Facile Oscar Massei da Rosario. Dice: “Ma in quanti giocavate, siete sicuramente Più di Undici” Ac ciacàrad, ezzà!.

Ne ho assolutamente zero voglia di lasciarmi andare alle analisi tecniche e psicosomatiche frutto della depressione. Su quello che siamo, su come è stata gestita la squadra, sulle vicissitudini di un anno ancora lungo da terminare. Credo non ci sia bisogno di rincarare la dose. A rappresentare un’anomalia e a travalicare gli aggettivi è ancora la curva Ovest. La S.P.A.L. sugli spalti. Ognuno di noi indossa la sua maglia e anche il numero è importante. Io sicuramente avrò la cinque o la sei. Se magari il mister volesse provarmi sulla fascia destra col sette, numero che mai ho indossato al di fuori della Rex Ferioli nelle nostre scorribande di dodicenni nei campi non segnati di Sambe e della Madonnina, ne sarei felice. Siamo una squadra noi sugli spalti. Compatti, cantiamo e sosteniamo, ci esaltiamo per un tiro fuori di cinque metri, sussultiamo per un’entrata in scivolata. Siamo dei top player, non c’è un cazzo da fare. Perché ognuno di noi è una specie di Clark Kent e qui non parlo solo della curva, ma di tutti quelli che hanno a cuore la nostra S.P.A.L. Sotto i giacconi, intabarrati nei bomber, incastrati sotto a cappotti pesanti, a contatto con la pelle e tatuata addosso c’è quella maglia. A ogni maglia corrisponde un numero, non importa avere giocato a pallone o meno, non c’entrano l’età, il sesso, il titolo di studio, il lavoro, se si è pensionati o giovani, noi siamo la nostra squadra. Un po’ il gusto personale ha valore: c’è chi predilige la maglia pesante dei tempi di Caciagli, quella col numero rosso, addirittura si può preferire quella con lo sponsor Sauber, col numero bianco o blu scuro. Ma poco importa, la S.P.A.L. siamo noi.

La nostra vita scorre su quei gradoni, non manca nessuno, anche chi non c’è più. Siamo tutti lì, saremmo in campo se solo avessimo avuto un po’ più di fortuna e qualche anno di meno. Difenderemmo la porta immolandoci, entreremmo in scivolate chilometriche per ghermire quel fottuto pallone, poi con il massimo di attenzione la appoggeremo delicatamente sul piede del nostro numero dieci. E lui, a testa alta, vedrà la punta che si sbraccia. Due passi, rotazione del bacino equilibrata dal movimento della spalla opposta alla gamba che calcia e hop. Il cuoio scavalca i difensori avversari, la nostra punta scatta sul filo del fuorigioco, uccella il suo marcatore, sembra sbilanciarsi, ma che fa? Si ferma, spalle alla porta, attende il pallone e… sforbicia, così forte che il portiere rimane di sale. Gol! Gol sotto la curva. La S.P.A.L. ha vinto è noi impazziamo di gioia. Dice: “Ma mercoledì abbiamo perso“. Ma che cazzo dici, cosa nei sai tu uccellaccio nero del malaugurio, noi vinciamo sempre. Forza vecchio cuore biancazzurro.



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