foto Rubin

Non sbadigliare, canta!” Ecco, con questa esortazione della balaustra all’inizio del secondo tempo si potrebbe concludere il resoconto della partita di domenica. Non riesco a darmi alcuna spiegazione plausibile del motivo per il quale scrivo dopo una prestazione del genere. Non ho obblighi, non ho incarichi, forse sono il mandante morale di me stesso? Scrivo per autoanalisi, per sfogare la rabbia che mi attanaglia, per scagliare pugni in cielo. In un momento in cui il mondo passeggia leggiadro sull’orlo del precipizio ci sono io e alcune altre migliaia di persone che si deprimono per una squadra di calcio.

Non starò a spiegare un’altra volta che la S.P.A.L. non è una squadra di calcio, l’ho già scritto troppe volte, oggi la S.P.A.L. non esiste nemmeno più dall’estate scorsa. Ferrara Calcio Ars et Labor è una squadra di dilettanti in un campionato di dilettanti, dove squadre orgogliose vengono a pascolare nel nostro stadio, sul nostro campo, che fino all’altro ieri ha visto la massima serie. Il calcio non è una scienza esatta, è (era) sport: non vince il blasone, vince il migliore, vince chi più merita; vince chi ha un progetto, chi è più preparato, atleticamente, tecnicamente, caratterialmente. E noi nulla abbiamo di tutto questo.

Inadeguata, ecco l’aggettivo che meglio rappresenta il mio pensiero su questa nuova realtà, che non è la mia S.P.A.L.: la presidenza, la dirigenza, lo staff manageriale che dovrebbe essere stato creato a immagine e somiglianza di una squadra di professionisti non ha nessuna visione condivisa se non il “Fra tre o quattro anni speriamo di essere in C“. Ma come? In che modo se quasi tutte le squadre di Eccellenza ci insegnano come si sta in campo, ci insegnano ad occupare gli spazi e a gestire i ruoli? Ma chi siamo? E soprattutto dove cazzo stiamo andando?

Non riesco nemmeno a capire a cosa pensi uno staff tecnico che ha la fortuna d’essere stipendiato solo per pensare al pallone, al pari dei giocatori. Chi mi legge abitualmente questa su questa rubrica sa bene che non mi lancio mai in analisi tecnico-tattiche (per quelle c’è Andrea Coletta) appunto perché io (purtroppo) ho giocato umilmente solo alla Fulgor. Ma nonostante questo vorrei capire cosa c’entra mettere una punta centrale sulla fascia. Dove erano i laterali che pur non essendo né Djalma e né Nilton Santos sono entrati oltre la metà del secondo tempo? Perché sono stati tolti tutti centrocampisti, arrivando a giocare con quattro punte e mezzo? L’equilibrio, la gestione del gioco, la grinta, la voglia dove erano, ma soprattutto, perché i ragazzi del Santarcangelo avevano queste caratteristiche e noi no?

Abbiamo pareggiato una partita che meritavamo di perdere. Non siamo mai sopra le righe, i passaggi in laterale hanno decisamente frantumato la uallera. Siamo lenti come un tango argentino (appunto). Poi, nessuno si batte il petto per avere sbagliato scelta quest’estate? D’accordo che col senno di poi sono tutti fenomeni, ma alcune avvisaglie e/o similitudini con la precedente società c’erano pure. Il continente, la lontananza, i milioni sbandierati al vento e poi gettati (?) nel Volano, la volontà assurda di smantellare ogni legame col territorio, con la città e con la tifoseria. Dite che le mie sono le solite critiche di parte? Non mi interessa, io parlo di S.P.A.L., non di politica e chi pensa il contrario non mi conosce. Perché mi sembra di ripercorrere le stesse strade che ci hanno condotto alla dissoluzione? Che sia catastrofismo o semplice realismo?

C’è tempo per porre rimedio a tutto ciò? Io non lo so, la sfera di cristallo non ce l’avevo prima e non l’ho nemmeno adesso, ma la maglia, lo stadio e la gente sono la mia squadra. Gli altri che stanno in via Copparo no. Almeno fino a quando non mi dimostreranno di meritare la fortuna sfacciata di indossare la maglia più bella del mondo, nello stadio più bello del mondo. Forza vecchio cuore biancazzurro.

— Cristiano Mazzoni è nato nell’autunno caldo del 1969 a Ferrara, in borgata. Ha scritto qualche libro, ma non è scrittore, compone parole in colonna, ma non è poeta, collabora con alcune testate giornalistiche ma non è giornalista. Lavora come impiegato metalmeccanico e scrive di SPAL quando se la sente. Nel 2024 ha pubblicato un libro con alcuni dei suoi scritti pubblicati su LoSpallino.com: a Sergio Floccari, Luca Mora e Leonardo Semplici è piaciuto molto. 

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