I capelli arruffati, sembra il vento, le sopracciglia folte, le labbra grosse, sembra che tua stia per dirci qualcosa, forse un monito. Gli occhi neri, scuri come il mare la dove è mare, molto dopo gli scogli, dove la costa si allontana, dove quando nuoti sembra che una forza oscura ti attragga verso il fondo, ma tu sai nuotare, stai a galla sopra l’abisso, lo stomaco si chiude ma tu nuoti, la barca è vicina, nulla ti può capitare, ma da sotto hai paura che esca il nulla è ti avvolga.
Ma questo no, non succede, dondoli su quella bandiera, sulla nostra bandiera, che sventola nel silenzio di una curva che ti guarda e non vede più il campo, guarda oltre. Oltre il nostro stadio da serie A segregato tra i dilettanti, in questa merda di categoria, lontano verso gli altri campi, gli altri palazzetti, ogni impianto sportivo grida il tuo nome. La memoria è una condanna e noi la tramandiamo di padre in figlio, di generazione in generazione. Oggi un ragazzo mi ha ringraziato per avere suscitato la voglia di sapere in suo figlio, ma io non ho fatto nulla, esiste solo un noi che ci abbraccia tutti, che ci tiene a galla oltre l’abisso di cui sopra, si chiama comunità, si chiama appartenenza, si chiama S.P.A.L.
La stoffa si increspa come la risacca del mare, quando la tua immagine scende dalla curva, io ne tendo in mano un lembo siamo la prima fila in alto, quella bandiera non ci sfugge di mano, la teniamo ben salda. La partita è iniziata e noi sotto, di fianco, in basso cantiamo, cantiamo nel tuo ricordo. E tu sembri uscire da quella pezza, e sei con noi, in noi, noi diventiamo te e tu diventi noi, così per osmosi, nessuno ci tappa la bocca, noi siamo quei bambini che dovevano leggere quello che pensavano.

E poi c’è la curva Ovest, un agglomerato di individui, un insieme di pari, da studiare, come ho detto mille volte, ma non sarebbe sufficiente un Bauman qualsiasi, ci vorrebbe una sociologa Mary per capire quali sono le dinamiche e i fili che ci annodano gli uni agli altri, i giovani e i vecchi, gli attempati e i neofiti, più di seimila in eccellenza, mani che si prendono a schiaffi, stonature che diventano coro, tamburi che picchiano, cuori che palpitano. Quanto cazzo siamo fortunati a vivere questa malattia in questo manicomio fatto a gradoni.
Valenti si fa 110 metri di campo per esultare sotto di noi, il prof Molossi sembra impazzito, ci sembra di avere vinto contro il Barcellona, ma a noi non è mai interessato il chi, il cosa e il quando, l’importante è vincere e vivere per esserci. I tanti bambini sono il presente e il futuro, indossano la maglietta della curva o la maglia della squadra con un orgoglio che gli si legge negli occhi, mi dispiace che qualcuno di loro non abbia potuto leggere le frasi d’amore, di consolazione e di pure di rabbia, ma ci saranno altri momenti, l’importante è sapere, conoscere, voler capire. Questa è la nostra speranza, questo è il dono che lasciamo a piccoli.
“La libertà non è star sopra un albero e nemmeno il volo di un moscone, la libertà è partecipazione”, diceva il poeta GG e noi di questo ce ne facciamo un vanto. Grazie Lino per ricordarci in ogni momento il significato della parola dignità. Forza vecchio cuore biancazzurro.
— Cristiano Mazzoni è nato nell’autunno caldo del 1969 a Ferrara, in borgata. Ha scritto qualche libro, ma non è scrittore, compone parole in colonna, ma non è poeta, collabora con alcune testate giornalistiche ma non è giornalista. Lavora come impiegato metalmeccanico e scrive di SPAL quando se la sente. Nel 2024 ha pubblicato un libro con alcuni dei suoi scritti pubblicati su LoSpallino.com: a Sergio Floccari, Luca Mora e Leonardo Semplici è piaciuto molto.


