Uno rientra attivamente nel calcio, uno esce temporaneamente, un altro ancora ribadisce di non aver alcuna intenzione di metterci piede. Negli ultimi giorni le stelle si sono allineate in modo un po’ inusuale e hanno riportato Walter Mattioli, Davide Vagnati e Simone Colombarini ad apparire sui media, pur senza una connessione diretta con le vicende della SPAL. Tre dei principali artefici del quinquennio d’oro biancazzurro (2015-2019) stanno vivendo fasi diverse delle loro carriere.
Mattioli, stando a quanto riferisce La Nuova Ferrara, è pronto ad avere un ruolo operativo nell’ambizioso Copparo 2015, società che nella scorsa estate ha visto l’ingresso dell’imprenditore Cesario Trio e punta apertamente a salire nel campionato di Promozione. Per ora le ambizioni sono confermate da un primo posto nel girone F di Prima Categoria, con un vantaggio di 5 punti sul Bando. La squadra di mister Matteo Borsari ha perso solo una volta in 14 partite e ha sia il miglior attacco sia la miglior difesa. A luglio Mattioli e Trio avevano presentato un progetto per far ripartire la SPAL, ma la preferenza del sindaco Fabbri è andata alla cordata argentina.
Vagnati invece sta vivendo giorni difficili dopo essere stato sollevato dall’incarico di direttore sportivo del Torino, in serie A. L’avvicendamento tra Vagnati e Gianluca Petrachi deciso il 10 dicembre dal presidente Urbano Cairo è arrivato un po’ a sorpresa, soprattutto perché l’ex uomo-mercato della SPAL aveva un contratto fino a giugno 2027 ed è abbastanza raro che un ds venga esonerato prima di un allenatore – in questo caso Marco Baroni. Vagnati era approdato in granata a maggio 2020 dopo aver risolto il contratto con la SPAL durante la pausa forzata per la pandemia globale. Questo il suo pensiero, affidato ai social, all’indomani della separazione: “Sono stati anni intensi, vissuti con grande responsabilità e impegno. Aver rappresentato una società così importante mi ha gratificato e onorato. Ringrazio il Presidente e tutti coloro che hanno, insieme a me, vissuto e condiviso questo lungo percorso“.

Simone Colombarini da parte sua sta accanto alla nuova SPAL in veste di sponsor (come aveva fatto con quella di Tacopina) e sostiene anche la realtà locale della X Martiri – altro soggetto che aveva espresso interesse per la ripartenza da zero. Proprio con la sua presenza alla puntata numero 7 del “We Are X Martiri Podcast” (accanto a Mirco Antenucci) ha ricordato alcuni dei passaggi critici dei suoi otto anni di gestione, facendo anche considerazioni sulla dolorosa coda finale del 2020/2021. Un argomento che l’imprenditore ha sempre maneggiato con estrema cautela nelle sue rare apparizioni sui media e che per sua stessa ammissione riesce a guardare con maggiore serenità solo a tanti anni di distanza.
“Negli anni di serie A per me non ci rendevamo del tutto conto di aver scritto un pezzo di storia della SPAL, anche perché era parte di un percorso iniziato anni prima e quindi certi risultati ci sembravano una conseguenza di un lavoro fatto in un certo modo, oltre che della fortuna che nello sport ci vuole sempre. Però quando si è dentro si guarda alla stagione precedente per capire cosa fare meglio in quella successiva, non ci si ferma a riflettere sulla prospettiva storica. Purtroppo il calcio è velocissimo e ogni risultato può influenzare le decisioni di proprietà e dirigenza“.
“Però devo anche dire che a differenza di altri dirigenti che avevamo in società mi rendevo conto del livello molto alto a cui eravamo arrivati e ripetevo che non era scontato riuscire a mantenerlo per molto tempo. Prima o poi un passo indietro sarebbe potuto accadere e ci saremmo dovuti far trovare pronti. Dovevamo prepararci noi, la tifoseria, la stampa e l’ambiente in generale. Dovevamo arrivare al punto in cui una retrocessione non sarebbe stata un dramma. Saremmo tornati in serie B: poi se si sarebbe presentata o meno l’occasione di risalire di nuovo non lo so, dipende da mille cose. Ragionare diversamente è stato il nostro errore più grande. Non ci siamo preparati a dovere al passo indietro che poi c’è stato“.
“Gli ultimi due anni li ho vissuti male. Quasi non guardavo più ai risultati sul campo. Abbiamo cominciato quella stagione sapendo di avere un fardello economico incredibile, per cui ero concentrato su quello. Avevamo giocatori che sulla carta erano da serie A, ma si trovavano alla SPAL perché non c’era stato modo di mandarli altrove. Il mercato era bloccato perché era la stagione giocata a porte chiuse per via del Covid. Per cui i valori c’erano, ma le motivazioni erano a zero. Arrivammo a metà classifica quando l’idea era invece di lottare per i primi posti. Fu una delusione e da lì maturò la decisione di cedere la società perché era davvero difficile andare avanti. A quattro anni di distanza riesco a guardare a quei giorni con maggiore lucidità, prima facevo fatica“.
“I primi errori li abbiamo commessi nella prima stagione di serie A (2017/2018), perché lì ci siamo appesantiti non tanto finanziariamente ma con l’acquisizione dei calciatori. Prima di allora non pagavamo praticamente mai per i cartellini. Faccio due esempi: Antenucci venne alla SPAL da svincolato e Floccari era un esubero del Bologna che non lo voleva più. Una volta in serie A sembrava avessimo il portafoglio gonfio, ma non era così. Purtroppo il peso di certi errori non lo avverti subito. Perché quando acquisti un giocatore lo metti in ammortamento sul bilancio e poi in qualche modo provi a gestire i numeri. Il valore dei giocatori però viene scritto sulla carta, non sempre corrisponde a ciò che dà in campo. E soprattutto quando è ora di venderlo non sempre riesci a fare un pareggio o addirittura una plusvalenza. Quindi qualcuno ce lo siamo portati a fine contratto con esborsi notevoli“.
“Nel primo anno di serie A avevamo un monte ingaggi di 21 milioni di euro e ci siamo salvati. Nella terzo anno era salito a 34, più tutti gli ammortamenti. Siamo retrocessi. Nonostante questo avevamo la stampa che diceva che la squadra non andava bene e alcuni tifosi che dicevano che dovevamo spendere per rinforzarci e lottare per la salvezza. Secondo me non s’è capito fino in fondo qual è stato lo sforzo economico che abbiamo fatto per mettere in campo una rosa competitiva. Senz’altro abbiamo commesso degli errori nello scegliere i giocatori, ma ripeto, ce li portavamo dietro dal principio. Dopo la retrocessione sarebbe stato ideale ripartire più leggeri e con un nucleo più giovane, ma questo non è stato possibile“.
“Escludo di tornare a essere proprietario di una società. È stata un’esperienza lunga, bella, intensa, con momenti di soddisfazione e dispiaceri, però non mi manca neanche un po’. Ricorderò sempre i passaggi più belli, mentre spero di dimenticare quelli più brutti. Fino a un paio d’anni fa le memorie negative erano in primo piano, ora invece comincio a guardare alla storia in modo diverso. L’epilogo purtroppo è stato una bella botta da sopportare“.
hanno collaborato Alessandro Orlandin e Riccardo Fattorini












